AGI - Pubblicato in Gran Bretagna nel 1999 con il titolo originale 'Who Paid the Piper?' (Chi pagava il pifferaio?), arriva in Italia con quasi trent'anni di ritardo un classico del giornalismo storico di Frances Stonor Saunders, tradotto in oltre venti lingue, pubblicato da Fazi Editore: 'La guerra fredda culturale. Come la CIA ha influenzato l'immaginario europeo' (Collana Le terre, pagg. 668; prezzo 22 euro) con traduzione di Silvio Calzavarini e prefazione di Giovanni Fasanella.Con questo libro la giornalista, scrittrice e documentarista inglese ha rivelato per la prima volta come, nel secondo dopoguerra, gli Stati Uniti – attraverso la sua potentissima Agenzia – abbiano sostenuto e orientato una vasta rete di iniziative culturali in Europa, con l’obiettivo di contrastare l'influenza sovietica e influenzare il dibattito intellettuale occidentale. Accoglienza in ItaliaQuando uscì in Gran Bretagna nel 1999, poi negli Stati Uniti l'anno successivo, la stampa italiana lo accolse con una freddezza che Giovanni Fasanella, nella prefazione a questa prima edizione italiana, chiama senza giri di parole "meccanismo di rigetto". Chi non poteva ignorarlo lo neutralizzò accusandolo di puritanesimo. Nessun editore lo tradusse. Per quasi tre decenni, in Italia, il libro circolò solo come citazione bibliografica. Ora ci pensa Fazi a colmare questa lacuna storica.La tesi del libroImmaginate che qualcuno vi riveli che gran parte della cultura europea del dopoguerra — le riviste letterarie, i festival musicali, le mostre d'arte, persino certi filosofi e premi Nobel — era finanziata in segreto dalla CIA. Non come voce di corridoio, non come dietrologia da bar, ma come fatto documentato, ricostruito nome per nome, fondazione per fondazione, assegno per assegno. Questo è esattamente quello che fa Frances Stonor Saunders nel suo monumentale 'La guerra fredda culturale'. La tesi del libro è che la vita culturale nell'Europa post-bellica era finanziata in segreto dalla CIA attraverso una rete di fondazioni filantropiche e prestanome. Il nome in codice dell'operazione era "packet".Il congresso per la libertà della culturaIl braccio visibile era il 'Congresso per la libertà della cultura', fondato a Berlino nel 1950 per contrastare l'influenza sovietica. Il metodo non era la propaganda dei manifesti, ma quello che Arthur Koestler chiamava "mezze verità": l'orientamento dei salotti, delle riviste, delle carriere.Fonti e metodoFrances Stonor Saunders non è una dietrologa, è una storica e giornalista britannica che ha lavorato su fonti primarie desecretate, documenti d'archivio CIA, testimonianze dirette e materiali dell'epoca. Le citazioni nel libro sono documentate e verificabili. Fasanella lo definisce "una poderosa e inconfutabile ricostruzione" e il punto di forza del libro è proprio che non si tratti di ipotesi, ma che la giornalista presenti una mappa con nomi, date, importi, istituzioni.Il capitolo italianoInteressante il capitolo che riguarda l'Italia. La riunione di Berlino del luglio 1950, in cui venne fondato il 'Congresso', era presieduta da Benedetto Croce e preparata da Ignazio Silone. Altiero Spinelli, fondatore del Movimento federalista europeo, era tra i delegati italiani. La sezione italiana includeva Adriano Olivetti e Mario Pannunzio. E la rete si estendeva alle riviste che hanno formato la cultura laica italiana del dopoguerra: 'Il Mondo', 'Il Ponte', 'Tempo Presente', 'Il Mulino', finanziate direttamente o indirettamente attraverso il consorzio CIA.I salotti romaniIl capitolo sui salotti romani è quello in cui la storia italiana emerge con più forza. Marguerite Chapin Caetani, mecenate americana legata agli ambienti del 'Consorzio', dirigeva da palazzo Caetani la rivista 'Botteghe oscure', che promosse il meglio della letteratura italiana del Novecento: Calvino, Moravia, Pasolini, Carlo Levi, Attilio Bertolucci. Suo genero era un ex ufficiale dei servizi segreti alleati specializzato nella guerra psicologica. Elena Croce, figlia di Benedetto, collaborava con lei e selezionava per l'USIS — evoluzione degli uffici americani di propaganda — gli intellettuali "con cui valeva la pena di parlare".Reti di potere e relazioniIl marito di Elena, Raimondo Craveri, agente dei servizi partigiani, indicava all'ambasciata americana i politici affidabili. La loro casa era frequentata da Henry Kissinger e dal giovane Gianni Agnelli e dominata dalla figura di Raffaele Mattioli, fondatore di Mediobanca, di cui gli americani si fidavano al punto da discutere con lui i piani per la ricostruzione già nel 1944.La questione morale"Alcuni di loro certamente sapevano che il Congresso era una creatura della CIA - scrive Fasanella nella prefazione - altri lo intuivano, ma preferivano non approfondire. Altri ancora, probabilmente, ne erano ignari". La domanda morale che attraversa ogni pagina del libro è precisa e inquietante: c'è un limite oltre il quale anche chi combatte una buona causa — e la causa anticomunista aveva le sue ragioni — passa dalla parte del torto? Saunders non risponde in modo manicheo. La sua è una ricostruzione rigorosa, che non cade mai nel moralismo facile, ma che lascia al lettore un senso di disagio crescente. Perché il punto non è che la CIA finanziò il mondo della cultura per combattere l'URSS. Il punto è che lo fece all'insaputa degli stessi intellettuali coinvolti, e che questi intellettuali divennero così, senza saperlo (o senza volerlo ammettere), strumenti di una propaganda sofisticata.Una storia che continuaLa storia che racconta la Saunders inizia nel dopoguerra, ma non è chiusa con la caduta del Muro. È la storia di come si costruisce il consenso, di come la cultura possa essere usata come arma e come persino le idee più nobili — la libertà, la democrazia, il pensiero critico — possano essere messe al servizio di qualcuno (o qualcosa) di altro.