A partire da settembre 2026, installare un'app Android al di fuori del Play Store diventerà un'esperienza deliberatamente frustrante. Google sta introducendo una serie di restrizioni che trasformano il cosiddetto sideloading in un percorso a ostacoli, con tanto di attesa obbligatoria di 24 ore prima di poter procedere. La mossa, presentata come misura di sicurezza, ha tutto l'aspetto di una stretta sull'ecosistema aperto di Android che molti utenti davano per scontato.Il rollout partirà da alcuni mercati selezionati con milioni di dispositivi Android certificati, per poi espandersi a livello globale. Chi oggi installa un'app con due tap potrebbe presto trovarsi davanti a un processo che ricorda più un iter burocratico che un'operazione tecnica. Il sistema funziona su tre livelli distinti:Il primo non cambia quasi nulla: le app di sviluppatori verificati da Google, come Netflix o WhatsApp, continuano a installarsi normalmente anche fuori dal Play Store.Il secondo livello riguarda gli sviluppatori indipendenti che non vogliono pagare la quota di registrazione da 25 dollari né fornire un documento d'identità governativo: per loro esiste un account a "distribuzione limitata", che però permette di installare l'app su massimo 20 dispositivi. Una scelta che di fatto uccide il beta testing grassroots e penalizza i progetti open source distribuiti tramite passaparola.Il terzo livello è quello più pesante. Le app di sviluppatori non registrati affatto richiedono quello che Google chiama "advanced flow": bisogna entrare nelle impostazioni di sistema, abilitare la modalità sviluppatore toccando il numero build sette volte, attivare un'opzione nascosta nelle opzioni sviluppatore, superare una schermata di avviso, inserire PIN o impronta digitale, riavviare il dispositivo e aspettare 24 ore obbligatorie e non saltabili. Solo dopo si può scegliere tra "consenti temporaneamente per 7 giorni" o "consenti in modo permanente", con ulteriori schermate di conferma lungo il percorso.Il problema più sottile è dove Google ha deciso di implementare tutto questo: non nel codice open source di Android, ma direttamente nei Google Play Services proprietari. Questo significa che Google può inasprire o eliminare anche questa via di uscita in qualsiasi momento, senza aggiornamenti del sistema operativo e senza preavviso agli utenti.La giustificazione ufficiale parla di proteggere l'ecosistema aperto e aggiungere un livello di sicurezza contro le truffe. È vero che le campagne di phishing usano spesso la coercizione per far installare app malevole alle vittime. Ma Google Play Protect scansiona già ogni app installata, indipendentemente dalla sua provenienza, su ogni dispositivo certificato. L'argomento della sicurezza regge a fatica.C'è poi un aspetto che riguarda progetti come ReVanced, che permettono agli utenti più tecnici di accedere a funzioni premium di YouTube senza abbonamento. Non è un caso che queste restrizioni colpiscano esattamente quella categoria di sviluppatori: chi rifiuta di registrarsi, pagare e consegnare le proprie chiavi di firma a Google vede il proprio software diventare inutilizzabile su oltre due miliardi di dispositivi. Lo stesso vale per chi distribuisce app esclusivamente tramite F-Droid o GitHub, che dovrà comunque registrarsi attraverso la Android Developer Console e accettare termini irrevocabili.Chi compra un telefono Android per la sua apertura hardware, ad esempio per installare una Google Camera portata da un Pixel su uno Xiaomi, potrebbe trovarsi con un dispositivo che ha pagato ma che Google può limitare arbitrariamente. La verifica obbligatoria degli sviluppatori è già in fase di early access, con gli account a distribuzione limitata in arrivo a breve per studenti e hobbisti.Chi vuole provare a opporsi può aderire all'iniziativa KeepAndroidOpen, ma in tutta sincerità dubuitiamo possa cambiare alcunché (ma mai dire mai). Negli anni in cui Android doveva imporsi come vera alternativa ad iOS, la sua apertura è stata una delle ragioni del suo successo; adesso che il mercato è maturo e gli utenti hanno ormai preso una posizione, Google può permettersi di tirare i remi in barca. Abbiamo già visto lo stesso pattern in tante altre occasioni, come con Netflix e la condivisione delle password, inizialmente caldeggiata e ormai osteggiata da tempo, e non sarà questa l'ultima volta che succederà qualcosa di simile.L'articolo Sideloading Android, da settembre Google lo renderà un percorso a ostacoli: ecco cosa cambia sembra essere il primo su Smartworld.