La filosofia si avvale, come le scienze, di diversi metodi. Il metodo migliore, come insegnava Aristotele, è sempre quello più adatto al contenuto che si deve indagare. Per la filosofia, che a differenza delle scienze si occupa non di descrivere parti di realtà, ma di comprendere e valutare l’intero, all’interno di un orizzonte di senso e di valore finalizzato alla soluzione dei grandi problemi della vita umana, il metodo migliore è quello dialettico.In cosa consiste questo metodo? In estrema sintesi, quando ci si trova davanti un problema filosofico, occorre dapprima che qualcuno lo formuli, magari con una proposta di soluzione. Il problema, così come la soluzione, possono essere accettati in toto dalle persone con cui si dialoga, oppure solo in parte, o ancora essere totalmente rifiutati, il che richiede una rielaborazione alternativa del problema nonché, appunto, della soluzione. Il processo dialettico – chiamato così proprio in quanto incentrato sul dialogo, il quale deve svolgersi su base di uguaglianza tra le parti – continua finché i presenti non trovano un accordo condiviso sulla formulazione del problema e della relativa soluzione.Questo metodo è utile anche con riferimento all’inclusione? Sicuramente sì. Potrei apportare in merito parecchi esempi, ma mi soffermerò, per ragioni di spazio, soltanto su due, ovvero, in ambito scolastico, sull’attività del gruppo di lavoro operativo per l’inclusione (GLO), e, in ambito sociale, sull’attività del gruppo tecnico di specialisti incaricato di elaborare il Progetto di vita della persona con disabilità. In ambedue i casi, infatti, si riunisce un determinato numero di soggetti, i quali devono cooperare al fine di supportare la persona nei propri percorsi, scolastico nel primo caso, di vita nel secondo. Tali percorsi peraltro, in base alla normativa vigente, dovrebbero essere collegati, oltre che connessi con quello della ricerca di lavoro. Entriamo, comunque, maggiormente nel dettaglio.Il GLO si costituisce, a scuola, quando vi è un alunno con disabilità certificata. Esso si riunisce almeno tre volte all’anno, prima per redigere il PEI, ossia il piano educativo individualizzato, poi per verificare l’adeguatezza dello stesso, ponendo in essere, se necessarie, le opportune revisioni. Al GLO partecipano, oltre al team di docenti che compongono il consiglio di classe insieme agli insegnanti di sostegno, anche l’alunno con disabilità, i suoi genitori, il dirigente scolastico o persona da lui delegata, nonché, ove ammesse, figure professionali esterne incaricate dalla famiglia, come terapisti, educatori, psicologi. Questa equipe deve, appunto, collaborare per il bene dell’allievo, cercando di coordinare, mediante il dialogo, tutti i suoi bisogni, elaborando le migliori modalità del suo progetto scolastico. Se invece, nel GLO, una sola figura – solitamente quella dotata di maggiore potere, nella fattispecie il dirigente scolastico – decide, in maniera arbitraria, di non tenere sostanzialmente conto delle indicazioni formulate dagli altri appartenenti al gruppo, considerandole ingerenze indebite nella didattica, ecco allora che la dialettica non opera, non producendo i suoi benefici effetti. Questi ultimi sono dovuti al fatto che persone differenti, tra loro in rapporto di collaborazione, apportano sempre contributi migliorativi, favorendo la più compiuta realizzazione del fine ricercato. Il contesto in cui nasce la filosofia, così del resto come l’inclusione, può in effetti solo essere comunitario, ossia un luogo in cui ogni soggetto accetta in modo consapevole, oltre che umile, di rappresentare solamente una parte del tutto, dovendo pertanto cooperare con le altre parti per il fine dell’ottenimento di un determinato bene. Se in un certo consesso, dunque, regna la gerarchia, quindi l‘interesse della parte più forte anziché quello della comunità, il processo non può mai risultare finalizzato al bene.Cose analoghe si possono dire per il Progetto di vita, previsto dalla legislazione italiana da oltre 25 anni, ma tuttora in stato di disarmante sperimentazione. Al Progetto di vita partecipano, o dovrebbero partecipare, oltre alla persona stessa, anche i suoi famigliari (o rappresentanti legali da loro designati), il Comune, l’ASL attraverso la cosiddetta Unità di Valutazione Multidisciplinare, nonché eventuali professionisti esterni, operatori sanitari ed associazioni del terzo settore. Anche in questo caso, come per il GLO, ogni parte di questo intero apporta contributi specifici per la migliore elaborazione del progetto complessivo della persona. Quest’ultima, per il primato giustamente attribuito alla sua autodeterminazione, deve tuttavia sempre essere posta al centro di tale processo, come decisore in ultima istanza delle scelte che la riguardano. In maniera analoga a quanto osservato poc’anzi, invece, se in questo contesto una sola figura – solitamente, anche stavolta, quella dotata di maggiore potere, ovvero nella fattispecie il riferimento comunale dei servizi sociali – decide, in maniera arbitraria, di favorire soltanto la soluzione più comoda, consistente spesso nella istituzionalizzazione, senza ascoltare le indicazioni del soggetto nonché degli altri appartenenti al gruppo, ecco che la dialettica non opera, non producendo i suoi benefici effetti poc’anzi ricordati.L’assenza di capacità, o di volontà, nel collaborare in maniera comunitaria per il bene di una persona, sostituita da mere decisioni funzionali prese soltanto, nella migliore delle ipotesi, per conformarsi ad una più agevole procedura amministrativa, crea notevoli problemi ai soggetti con disabilità, in ogni ambito della loro vita sociale. Uno di questi ambiti è sicuramente costituito dalla ricerca del lavoro, tuttora affidata, almeno in parte, ai Centri per l’Impiego delle Province, pur essendo prevista, a questo fine, una cooperazione sinergica con INPS, ASL, Enti locali ed Enti del terzo settore. Negli ultimi decenni del secolo scorso, la ASL di Genova, con un gruppo di specialisti coordinato da Enrico Montobbio e Carlo Lepri, in un periodo in cui era ancora presente una operosa collaborazione tra organismi pubblici, riuscì effettivamente, mediante un dialogo serrato tra persona, famiglia, istituzioni e aziende, a favorire la creazione di oltre un migliaio di posti di lavoro per soggetti con disabilità, nella maggior parte dei casi duraturi e soddisfacenti per tutti. La dialettica comunitaria, in quel caso, produsse davvero benefici effetti. Di questa esperienza però, purtroppo, nonché di altre analoghe, negli attuali Centri per l’impiego non rimane ormai più nemmeno il ricordo. Ciò condanna tuttavia anche ogni progetto di vita, senza una reale possibilità di partecipazione sociale lavorativa, ad essere inclusivo solo sulla carta.luca.grecchi@unimib.it