HONG KONG — Seicentomila chip chiusi in un magazzino. Tanti sono i processori H200 di Nvidia, i più potenti che un’azienda cinese possa oggi comprare legalmente, fermi a Hong Kong in attesa di un via libera che da Pechino non arriva: lo ha rivelato giovedì Reuters, citando due persone a conoscenza del dossier. I chip sono destinati alla Cina continentale, dove i grandi gruppi tecnologici li chiedono per addestrare i loro modelli di intelligenza artificiale, ma il governo non ha autorizzato importazioni su larga scala.L’entità della scorta non era mai stata riportata prima. Qualcosa è passato: diverse grandi aziende internet cinesi hanno ricevuto circa 10 mila chip ciascuna negli ultimi mesi, altre quantità più piccole sono arrivate attraverso intermediari e rotte indirette. Il grosso resta nell’ex colonia britannica, che funziona da parcheggio. Il risultato è che il rubinetto, riaperto a Washington, resta mezzo chiuso a Pechino, che preferisce non aumentare la dipendenza dalla tecnologia americana.Il ministero cinese dell’Industria e la Commissione nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, l’organo che governa la pianificazione economica, non hanno risposto alle richieste di commento. Non hanno risposto nemmeno Nvidia né i quattro gruppi cinesi in prima fila nella corsa all’intelligenza artificiale: Alibaba, ByteDance, DeepSeek e Tencent.L’H200 non è il processore più recente di Nvidia, ma ha capacità che le alternative cinesi non eguagliano, soprattutto nell’addestramento dei modelli e in combinazione con il software della casa americana. Dal 2022 i controlli statunitensi all’export limitano l’accesso cinese ai chip avanzati e alle macchine per produrli. Con l’offerta legale ridotta, i compratori cinesi si sono rivolti al mercato non ufficiale, e i prezzi sono saliti.La linea americana è cambiata l’anno scorso. L’8 dicembre 2025 il presidente Donald Trump ha annunciato che Washington avrebbe permesso a Nvidia di vendere gli H200 a clienti cinesi approvati, al termine dei negoziati commerciali con Pechino. Il ministero del Commercio ha autorizzato una decina di aziende, tra cui Alibaba, Tencent e ByteDance, con un tetto di 75 mila unità per cliente, un’ispezione negli Stati Uniti prima della spedizione e un dazio del 25%.Pechino ha risposto con vincoli propri. Nei documenti depositati presso la Sec, l’autorità di Borsa americana, Nvidia scrive che da febbraio ha ottenuto licenze per spedire piccole quantità di H200 a clienti cinesi, ma che quelle vendite sono state limitate dal governo di Pechino e che l’azienda non è riuscita a vendere tutto ciò per cui era autorizzata: le spedizioni valgono meno dell’1% dei ricavi della divisione data center nell’ultimo trimestre.Server a 900 mila dollariIl blocco si misura nei listini del mercato grigio. A fine ottobre un server con otto schede H200 era offerto nella Cina continentale a oltre 6 milioni di yuan, circa 900 mila dollari, il triplo rispetto a un anno prima. I server con i chip Blackwell, la generazione più nuova e ancora sotto embargo, superavano i 20 milioni di yuan ciascuno.A Wall Street la notizia è arrivata in una giornata già pesante per i semiconduttori, all’indomani delle elezioni di metà mandato. Nvidia ha chiuso in calo del 9,3% a 181,60 dollari. Sul titolo ha pesato anche la richiesta di tre presidenti di commissione repubblicani alla Camera, che vogliono sentire l’amministratore delegato Jensen Huang sui suoi presunti legami con un’imprenditrice cinese accusata di fornire informazioni a Pechino. I conti trimestrali sono attesi il 17 novembre.Il contraccolpo ha toccato anche i produttori cinesi, quelli che Pechino vorrebbe favorire: a Hong Kong il principale fonditore di chip del Paese, Smic, è arrivato a perdere il 7% e Hua Hong Semiconductor quasi il 6%.La domanda cinese, però, non si è fermata. Il mese scorso ByteDance, Alibaba e Tencent hanno ordinato oltre 3 milioni di schede grafiche Nvidia RTX Pro 5500, un prodotto meno potente ma libero da vincoli all’export, per un valore di listino superiore a 35 miliardi di dollari.