TOKYO — Il Giappone valuta di versare in anticipo il contributo del 2027 alla Corte penale internazionale. I fondi entrerebbero nella seconda manovra suppletiva dell’anno fiscale in corso. Lo riferisce il Japan Times citando fonti di governo: il versamento servirebbe a tenere in piedi il tribunale dell’Aia dopo che Washington lo ha messo sotto sanzioni.Per ora è un’ipotesi allo studio, non una delibera. Il capo di gabinetto Minoru Kihara, portavoce del governo, giovedì in conferenza stampa si è fermato a una formula prudente: «Valuteremo quali misure finanziarie possiamo prendere, continuando a comunicare con la presidente Akane e i Paesi interessati». Tomoko Akane, giapponese, presiede la Corte ed è stata lei a chiedere a Tokyo il pagamento anticipato.I numeri spiegano perché la richiesta è arrivata proprio in Giappone. Il bilancio della Corte per il 2026 è di circa 196 milioni di euro; la quota giapponese vale circa 4,6 miliardi di yen, la più alta tra i 125 Stati membri. Di norma Tokyo paga dopo aprile, con il nuovo bilancio. «Se non si fa nulla, la Cpi potrebbe presto trovarsi a corto di fondi», ha detto venerdì un funzionario giapponese.Per capire la corsa ai fondi bisogna tornare al 9 ottobre. Quel giorno il Tesoro americano ha inserito l’intera Corte nella lista nera delle sanzioni, la stessa usata contro terroristi e narcotrafficanti, in base a un ordine esecutivo firmato da Donald Trump nel febbraio 2025. Prima erano stati colpiti 17 singoli, tra cui la stessa Akane in agosto. Ora i beni della Corte negli Stati Uniti sono congelati e cittadini, imprese e banche americane non possono trattare con lei.Il segretario di Stato Marco Rubio ha spiegato così la mossa: «Vieteremo le transazioni con questo tribunale canaglia, tagliandone le risorse e paralizzandone la capacità di operare». Gli Stati Uniti non aderiscono alla Corte e non ne riconoscono la giurisdizione sui propri cittadini; le sanzioni sono la risposta ai mandati d’arresto contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Rubio ha però lasciato una porta aperta: l’azione è stata «strutturata per dare agli Stati parte l’occasione di negoziare e presentare una soluzione».La licenza fino ad aprileLa porta ha una scadenza. Il Tesoro ha concesso licenze temporanee che permettono alla Corte di continuare a operare, pagare i servizi informatici e il fondo pensione: la principale scade il 7 aprile 2027. Da qui il calendario di Tokyo: i soldi del 2027 devono arrivare prima che la finestra si chiuda. La Corte ha definito le sanzioni «un attacco allo Stato di diritto e alle fondamenta stesse dell’ordine giuridico internazionale» e ha chiesto ai Paesi membri di garantirle risorse.Il denaro, da solo, non basta. Il cancelliere della Corte, Osvaldo Zavala Giler, ha detto al Financial Times che il problema è già operativo: in ottobre l’assicuratore sanitario Axa ha chiuso il rapporto con il tribunale, e «ora sono le banche e gli altri fornitori di servizi a dover valutare da soli il rischio di cooperare o meno con la Corte, invece che farlo a livello statale». Zavala chiede a Bruxelles di attivare subito lo statuto di blocco, il regolamento Ue che vieta alle aziende europee di obbedire a sanzioni straniere.La Commissione per ora non lo ha fatto. Un portavoce ha detto che Bruxelles «continua l’azione diplomatica, insieme agli altri Stati parte, con l’obiettivo di far revocare le sanzioni» e ha invitato le aziende a servire la Corte «come prima». Il vertice Ue di metà ottobre aveva letto i 180 giorni di licenza come «spazio per la diplomazia». Il 9 ottobre otto governi, Italia e Giappone compresi, avevano firmato una dichiarazione di dissenso; Netanyahu aveva accolto con favore le sanzioni.Il versamento giapponese, se arriverà, copre il buco di cassa ma non lo stallo giuridico: nessun colloquio diretto è in corso tra la Corte e Washington e non è chiaro quale «soluzione» chieda l’amministrazione americana. Il Tesoro e il Dipartimento di Stato non hanno finora commentato l’ipotesi di Tokyo. Sulla Corte pesa anche un altro fronte: in dicembre un tribunale di Mosca ha condannato Akane in contumacia e l’8 ottobre la Russia ne ha chiesto l’estradizione a più Paesi, Olanda compresa.