Due anni da anatra zoppa e arrabbiata? Il Trump post-midterm visto da Castellaneta

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Il primo verdetto è arrivato dagli elettori, il secondo dai mercati. La conquista democratica di entrambe le Camere ha interrotto la concentrazione del potere attorno a Donald Trump; la successiva caduta dei titoli high-tech ha ricordato che una svolta politica può modificare immediatamente le aspettative degli investitori, mettendo in discussione quanto considerato già acquisito, ad esempio sui data center, sull’Ia e sulla liberalizzazione senza limiti. Gli Stati Uniti entrano così in una fase nella quale il presidente conserva molto potere e molte prerogative, ma non può più pretendere di stabilire da solo le regole del gioco.La stagione delle “piogge politiche” ha raggiunto Washington con la forza di un uragano e nei prossimi mesi arriverà nei Paesi europei, Italia compresa.Non significa però che gli americani abbiano abbracciato un progetto democratico già definito: hanno soprattutto sanzionato la distanza fra la narrativa della Casa Bianca sulla “golden age” trumpiana e la propria esperienza quotidiana, fatta di prezzi alti per cibo, carburante, cure mediche e spese scolastiche.La politica estera ha inciso nella misura in cui gli effetti delle scelte “avventurose” della Casa Bianca si sono scaricati sulle questioni economiche interne. La guerra con l’Iran è entrata nei bilanci familiari, mentre i dazi hanno mostrato che il tentativo, alla fine poco efficace, di proteggere la manifattura domestica ha significato un aumento dei costi per altri produttori e per i consumatori. È evidente che il “boom” di Wall Street a cui abbiamo assistito fino a pochi giorni fa non si è tradotto in un aumento diffuso di benessere e ricchezza: l’intelligenza artificiale ha generato profitti stellari solo per pochi, mentre la classe media si è ritrovata ancora più impoverita.Il voto apre dunque un confronto non solo sul modello economico seguito dagli Usa in questi anni, ma anche sul rinnovamento della società. La maggiore presenza politica di afroamericani, latinos, musulmani ed esponenti della comunità Lgbt+ descrive un’America plurale; ma la coalizione vincente comprende anche moderati e cittadini che avevano sostenuto Trump e si sono poi ritrovati traditi. I democratici dovranno tenere insieme queste componenti, dimostrando che controllare il Congresso non significa soltanto lanciare indagini contro il governo, ma anche elaborare un’alternativa politica credibile.Trump, intanto, ha accettato il risultato e offerto collaborazione, salvo ricordare subito dopo il proprio potere di veto e respingere una lettura personale della sconfitta. Nel frattempo ha nominato capo di gabinetto un falco della sua amministrazione, già noto per le sue politiche contro l’immigrazione.È un’apertura da non sottovalutare, ma nemmeno da considerare irreversibile, conoscendo la volubilità del personaggio. Il presidente potrebbe cercare compromessi oppure trasformare la perdita del Congresso nella giustificazione di un ricorso ancora maggiore agli ordini esecutivi. Un’anatra “zoppa” può essere anche un’anatra “arrabbiata”.La finestra più delicata è quella che arriva fino a gennaio, quando si insedieranno i nuovi eletti. Il Congresso uscente, a maggioranza repubblicana, mantiene le proprie prerogative e Trump conserva margini per imprimere accelerazioni. Sul tavolo c’è soprattutto l’Iran: scegliere la diplomazia per ridurre i costi della guerra oppure tentare un nuovo colpo militare, nella speranza di presentarsi al confronto con i democratici forte di un risultato. Allo stesso tempo, il presidente potrebbe affrettare le nomine governative, soprattutto le due alla Corte Suprema.Sarebbe però un errore confondere la libertà d’azione immediata con l’assenza di conseguenze politiche.Le crepe attraversano ormai anche i repubblicani. Il vicepresidente JD Vance ha indicato nella guerra una ragione centrale della sconfitta, aprendo una discussione che guarda già alle presidenziali del 2028. Ancora più significativo è il caso del segretario alla Difesa Pete Hegseth: il repubblicano Thomas Massie intende rilanciare una procedura di impeachment, mentre Trump continua finora a difendere il proprio ministro, nonostante sia il maggior responsabile del fallimento in Iran. Il controllo parlamentare può quindi trovare convergenze e interessi trasversali. Lo stesso vale per l’immigrazione: operazioni e finanziamenti dell’Ice saranno scrutinati con maggiore attenzione, anche se un suo ridimensionamento non è automatico, soprattutto dopo la nomina del nuovo capo di gabinetto della Casa Bianca.Questo nuovo equilibrio rende meno credibili anche le velleità trumpiane nei confronti dei Paesi e dei territori limitrofi, in particolare Canada, Groenlandia e Cuba, che difficilmente potranno continuare a essere trattati come caselle da aggiungere alla cartina politica degli Stati Uniti. Persino la disputa sul nome del Golfo del Messico (e oggi quella sull’Oceano Atlantico, che il tycoon vorrebbe ribattezzare con il proprio nome) appartiene a quel simbolismo fine a se stesso che il voto ha riportato al duro confronto con la realtà. Non tutto verrà cancellato, ma ogni ambizione dovrà misurarsi con le risorse finanziarie che il Congresso metterà a disposizione o negherà.All’estero, tuttavia, non bisogna attendersi un arretramento uniforme. Una maggioranza democratica sarà con ogni probabilità meno disponibile a un appeasement verso Mosca e più decisa nel sostegno all’Ucraina; nei confronti di Pechino, invece, la competizione tecnologica e la difesa di Taiwan possono trovare consensi bipartisan. Per quanto riguarda Israele, il possibile governo Eisenkot, legato al sostegno dei partiti arabi, aggiungerebbe un ulteriore elemento di revisione agli equilibri mediorientali, senza garantire svolte immediate.Noi europei, invece, saremmo ingenui ad attenderci svolte radicali e un ritorno all’atlantismo nel breve termine. L’attenzione di Washington rimarrà assorbita altrove, dalle priorità interne all’Indo-Pacifico, passando per il Mena.Difesa, energia, tecnologia e sicurezza delle rotte euro-mediterranee richiederanno capacità europee, anche attraverso gruppi di Paesi pronti ad avanzare con iniziative proprie e geometrie variabili. Trump ha perso il monopolio dell’iniziativa americana. L’Europa, e con essa l’Italia, in continuità con il proprio interesse nazionale anche qualora le elezioni portassero a un cambio di maggioranza, deve evitare di restare spettatrice proprio ora che si apre uno spazio per iniziative proprie in materia di sicurezza, economia e diplomazia.