TAIPEI — «Tutti i Paesi devono avere il diritto di decidere autonomamente come interagire e cooperare con Taiwan, liberi da coercizione politica o manipolazione da parte di terzi». Con questa frase il ministero degli Esteri di Taiwan ha annunciato venerdì, in un comunicato, la chiusura del suo ufficio di rappresentanza a Port Moresby, capitale della Papua Nuova Guinea, e lo stop agli acquisti di gas naturale liquefatto dal Paese.Taipei ritira tutto il personale e chiude i programmi di assistenza: missioni agricole e mediche, borse di studio, formazione di tecnici. Lo fa, riferisce Reuters, dopo che Port Moresby ha ripetuto la richiesta che i diplomatici lasciassero la sede entro un termine fissato. Il ministero accusa Pechino: le azioni della Papua Nuova Guinea «riflettono il continuo uso da parte della Cina di pressione politica e influenza economica per interferire nelle decisioni diplomatiche di altri Paesi e comprimere lo spazio internazionale di Taiwan».L’ufficio era a Port Moresby dal 1990. Il 16 luglio il ministro degli Esteri della Papua Nuova Guinea, Justin Tkatchenko, aveva scritto su Facebook che «la presenza fisica di Chinese Taipei non sarà più riconosciuta né necessaria nella giurisdizione della Papua Nuova Guinea», e di averlo comunicato all’ambasciatore cinese alla vigilia del cinquantesimo anniversario delle relazioni con Pechino. L’ufficio però era rimasto aperto. Un funzionario taiwanese disse allora che la spinta veniva soprattutto da Tkatchenko e non rifletteva necessariamente un consenso nel governo del primo ministro James Marape.Washington reagì il giorno dopo. Il Dipartimento di Stato si disse «profondamente preoccupato» per una chiusura ordinata «unilateralmente», definì Taiwan «un partner democratico affidabile» e parlò dell’«ennesimo esempio della campagna di intimidazione di Pechino contro Taiwan e i suoi sostenitori nel mondo». A Taipei la vicepresidente Hsiao Bi-khim disse che la Cina soffoca l’isola «ovunque».Il gas, un terzo dell’exportIl taglio annunciato venerdì riguarda gli acquisti spot, quelli fuori dai contratti pluriennali: circa 500.000 tonnellate previste nel primo semestre 2026, e nessun nuovo contratto di questo tipo in futuro. Il contratto di lungo periodo, 1,2 milioni di tonnellate l’anno fino al 2030, a luglio era rimasto in vigore. Gli acquisti taiwanesi valgono circa un terzo dell’export di gas liquefatto della Papua Nuova Guinea, e il ministero scrive che il cambio di fornitura «avrà un impatto sostanziale sulle esportazioni di gas naturale e sulle entrate in valuta estera» del Paese.Per Port Moresby il gas è il bilancio. Nel 2024 la Papua Nuova Guinea ha esportato gas liquefatto per 5,36 miliardi di dollari, nono esportatore mondiale, e il gas pesa per oltre il 40% delle sue vendite all’estero. Taiwan, dal canto suo, ha preso dalla Papua Nuova Guinea l’8% del gas importato lo scorso anno. Il taglio colpisce dunque la parte che ha meno margini per assorbirlo.Pechino aveva già preso posizione. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, ha detto che la Cina «apprezza molto» la chiusura, prova che l’adesione al principio di una sola Cina «riflette la volontà della comunità internazionale e la tendenza prevalente dei tempi». L’ambasciatore cinese a Port Moresby, Yang Xiaoguang, ha detto al quotidiano The National che la Cina «si oppone fermamente all’uso del commercio come strumento o arma di coercizione economica», che la minaccia sul gas «è miope e alla fine si ritorcerà contro» e che Pechino «è pronta ad ampliare le importazioni» dalla Papua Nuova Guinea. Venerdì né il ministero degli Esteri di Port Moresby né quello cinese hanno risposto alle richieste di commento.Nel Pacifico Taiwan conserva relazioni diplomatiche formali con tre Stati, Palau, Tuvalu e Isole Marshall, e un ufficio alle Figi; nel mondo i Paesi che la riconoscono sono 12. La Papua Nuova Guinea ne fece parte per pochi giorni nel 1999. Il comunicato di venerdì chiude con la formula che Taipei ripete a ogni rottura: «La Repubblica di Cina (Taiwan) e la Repubblica Popolare Cinese non sono subordinate l’una all’altra».