WINNIPEG — Una conferenza su tutt’altro, un capannello di cronisti a margine, una domanda sui dazi. Il primo ministro canadese Mark Carney, venerdì a Winnipeg, capitale della provincia del Manitoba, non ha schivato: «Accogliamo con favore qualsiasi mossa per ripristinare un accordo di libero scambio tra Canada e Stati Uniti». E quando gli hanno chiesto se avesse già parlato con i democratici, ha risposto secco: «La risposta breve è no, non l’ho fatto».È la prima apertura di Ottawa alla spinta che arriva dal Congresso americano uscito dal voto di martedì. I democratici, nuova maggioranza in entrambe le Camere da gennaio, hanno indicato nei dazi sul Canada il primo bersaglio da abbattere. Donald Trump ha già detto che porrà il veto a qualunque cosa approvino. Carney, riferisce l’Associated Press, non ha detto se il risultato elettorale cambi la posizione negoziale canadese: ha elencato «le famiglie americane alle prese con il caro vita», «i lavoratori americani» e poi i suoi connazionali, «continueremo a lavorare con gli americani per ottenere un accordo per il Canada».A Washington il piano ha già un regista. Il senatore dell’Oregon Ron Wyden, destinato alla presidenza della commissione Finanze del Senato, quella con competenza sul commercio, ha detto al Wall Street Journal che «c’è un sostegno travolgente per l’abrogazione dei dazi sui prodotti dal Canada» e di essere «già in contatto» con i colleghi. L’idea è agganciare al testo misure capaci di attrarre voti repubblicani, per evitare il veto o superarlo. Un disegno di legge esiste dal 14 settembre, depositato dal capogruppo democratico Chuck Schumer.I numeri del vetoI conti si fanno così. Secondo le proiezioni delle reti americane, i democratici avranno 54 seggi al Senato e oltre 250 alla Camera, la maggioranza più ampia dal 1993. Per scavalcare un veto presidenziale servono però 67 senatori e 290 deputati. C’è un precedente: nell’aprile 2025 il Senato approvò per 51 voti a 48 una risoluzione contro l’emergenza nazionale invocata da Trump per colpire il Canada, e non cambiò nulla.I dazi non passano dal Congresso. Trump li ha imposti con tre proclami del 20 luglio scorso, in base a due articoli del Tariff Act del 1930, la legge doganale di quasi un secolo fa: il 50% su diversi panieri di merci canadesi, dal vino ai bastoni da hockey al cemento, in vigore dal 22 agosto su circa 20 miliardi di dollari di import. Esclusi energia, potassa, pesce e minerali critici. La motivazione ufficiale della Casa Bianca sono i dazi e le quote di Ottawa sulle auto americane e un «trattamento discriminatorio» dei prodotti Usa. Il Canada ha risposto con contromisure.Da allora il rapporto si è mosso a strappi. Ad agosto Ottawa aveva sospeso i negoziati, perché le richieste americane, disse Carney, minacciavano la sovranità e la tutela del francese. Domenica scorsa Trump ha parlato di due Paesi «molto vicini» a un’intesa; martedì Carney ha confermato che Washington ha fatto marcia indietro su lingua, cultura e libertà di negoziare con Paesi terzi. Sul tavolo restano la minaccia di nuovi dazi sulle auto canadesi da gennaio e l’affermazione, ripetuta più volte dal presidente, che il Canada dovrebbe diventare il 51° Stato.Per Ottawa la partita è adesso di calendario: chiudere subito con Trump un’intesa che riduce i dazi lasciandone in piedi una parte, oppure aspettare il Congresso di gennaio e un alleato che però non ha i numeri per imporsi.Tra i nuovi eletti la fila è lunga. Abdul El-Sayed, senatore democratico neoeletto in Michigan, lo Stato dell’auto, si è detto pronto a lavorare con Trump per «fermare questi stupidi dazi con il Canada» e ha definito la guerra commerciale «folle», uno dei «palesi fallimenti del presidente come leader in questo momento». Richieste analoghe arrivano dagli eletti di Oregon, Massachusetts e Vermont.Dalla Casa Bianca, nelle ore di venerdì, nessuna reazione alle parole di Carney. Nella notte dei risultati Trump aveva detto che lavorerà con i democratici e, nella stessa frase, che porrà il veto a tutto ciò che approveranno. L’autorità sul commercio resta nelle sue mani. Venerdì il presidente ha annunciato anche un rimpasto nel suo staff: Stephen Miller prende il posto di Susie Wiles come capo di gabinetto.