ASUNCIÓN — La sedia dell’imputato è rimasta vuota. Il presidente del Paraguay Santiago Peña, che giovedì sera aveva scritto su X «mi presenterò ed eserciterò il mio diritto di difesa», venerdì non si è presentato al processo di destituzione aperto contro di lui in Senato. In mattinata aveva chiesto altre 72 ore, dicendo di aver ricevuto la citazione poche ore prima, con circa 300 pagine di accuse e prove: i senatori hanno respinto la richiesta con 39 voti contro 3. All’orario fissato non c’erano né lui né un avvocato, e l’aula è passata all’esame delle prove.È il punto d’arrivo di quattro giorni che hanno travolto il Paese. Martedì prima dell’alba i regolatori hanno commissariato la banca Ueno, quasi 3 milioni di clienti su 6,5 milioni di abitanti; giovedì la Camera ha votato l’impeachment 78 a 0 e Peña ha offerto le dimissioni, mentre il suo partito lo abbandonava. Per condannarlo servono 30 voti su 45. In ogni caso la presidenza passerebbe al vicepresidente Pedro Alliana fino ad agosto 2028. Alla chiusura di questa edizione (le 17 ad Asunción) nessun verdetto era stato emesso.I legali del presidente, Ricardo Preda e Adolfo Ferreiro, sono arrivati in aula poco dopo. Hanno sostenuto che il tempo concesso era insufficiente e che il Senato avrebbe dovuto accettare le dimissioni, cadute nel vuoto giovedì per mancanza del numero legale, dopo l’uscita dei deputati colorados dalla seduta congiunta. Ferreiro ha annunciato un ricorso alla Corte suprema e agli organismi internazionali per i diritti umani. La differenza tra dimissioni e condanna non è di forma: la Costituzione garantisce agli ex presidenti eletti un seggio a vita in Senato, con immunità, salvo destituzione in giudizio politico.Attorno al presidente, intanto, si è fatto il vuoto. Il ministro dell’Interno Enrique Riera si è dimesso nella tarda serata di giovedì; venerdì hanno lasciato il capo di gabinetto Javier Giménez e il consigliere giuridico della presidenza Roberto Moreno. L’ufficio della presidenza ha smentito le voci di una fuga all’estero: Peña è nella capitale, ha fatto sapere, senza dire dove.I soldi pubblici in UenoAl centro dell’accusa, un «cattivo esercizio delle funzioni» grave e sistematico, c’è il modo in cui la banca è cresciuta e come è stata vigilata. A ottobre Ueno custodiva circa 800 milioni di dollari di depositi pubblici, un quarto del totale, riferisce l’Associated Press: denaro della cassa pensioni, della sanità statale, degli enti delle grandi dighe idroelettriche. Nello stesso tempo prestava alle società dei propri proprietari oltre i limiti di legge e senza garanzie sufficienti: in un solo giorno del settembre 2025, quasi 39 milioni a tre di quelle società. Dopo la correzione dei bilanci il capitale è risultato sotto la metà del minimo legale.Il fondatore ed ex amministratore delegato Miguel Vázquez è stato incriminato per appropriazione indebita e tentata truffa; sei direttori sono in custodia cautelare, e all’alba di venerdì la polizia ha portato via nove auto di lusso dalla sua casa. Il procuratore generale Emiliano Rolón Fernández ha aperto giovedì tre inchieste penali, con esposti che riguardano anche Peña, il vicepresidente Alliana e dirigenti presenti e passati della banca centrale, il cui governatore Carlos Carvallo si è dimesso. Ueno non ha rilasciato dichiarazioni. La banca centrale parla di «un caso isolato» e assicura che il sistema regge.Peña, 47 anni, economista con un passato al Fondo monetario internazionale, in carica dall’agosto 2023, ha ammesso di aver avuto una quota nella holding dei Vázquez, che dice di aver venduto nel 2025. Fino a ottobre difendeva la banca e bollava gli allarmi come una campagna diffamatoria; in diretta tv ha chiesto scusa, senza assumersi responsabilità, e ha promesso collaborazione con gli inquirenti: «Il mio più grande desiderio è che sia garantita la restituzione di quei fondi». Per Lucia Newman, caporedattrice per l’America Latina di Al Jazeera, è accusato «quanto meno di negligenza e di complicità nell’insabbiare il fatto che la banca fosse insolvente».Davanti al Congresso, mercoledì e giovedì, migliaia di pensionati, risparmiatori e studenti hanno sfilato con cartelli come «ridateci i nostri soldi»; giovedì sera è bruciato un fantoccio del presidente. La senatrice Yolanda Paredes ha detto ai cronisti: «Questo tipo deve finire in carcere».Il suo partito lo ha scaricato. Horacio Cartes, ex presidente, leader del Partito Colorado e mentore politico di Peña, ha scritto sui social: «Non staremo dalla parte del furto di fondi pubblici, privati e pensionistici». I colorados hanno la maggioranza in entrambe le camere, e il vicepresidente Alliana è uscito indenne giovedì da un tentativo di impeachment contro di lui. Con il mandato al sicuro fino al 2028 nelle mani del vice, il partito può chiudere i conti con Peña senza passare per le urne.