Il vicepresidente americano J.D. Vance ha attribuito alla guerra con l’Iran la sconfitta del Partito repubblicano alle elezioni di metà mandato, aprendo un confronto interno all’amministrazione Trump sulla gestione del conflitto e sulle prospettive diplomatiche. Secondo Vance, la scelta di privilegiare l’opzione militare avrebbe aggravato le difficoltà economiche e alimentato il malcontento degli elettori, mentre Washington si sarebbe progressivamente avvicinata alle posizioni israeliane.Il vicepresidente ha previsto un acceso dibattito tra i Repubblicani sulle responsabilità della sconfitta, indicando nella guerra la causa principale del risultato elettorale. Una posizione coerente con le sue precedenti riserve sull’intervento militare, espresse anche richiamando l’esperienza personale nella guerra in Iraq e la necessità di evitare nuovi conflitti prolungati in Medio Oriente.Pur sostenendo l’amministrazione, Vance ha mantenuto una linea più prudente rispetto ad altri esponenti repubblicani, insistendo sulla possibilità di raggiungere un accordo con Teheran. Ha inoltre criticato l’opposizione israeliana ai tentativi diplomatici, evitando di schierarsi pubblicamente a favore del primo ministro Benjamin Netanyahu durante la campagna elettorale.Il 29 ottobre, in una lettera indirizzata a Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, Vance aveva rilanciato una proposta negoziale. Washington chiedeva all’Iran impegni immediati sul programma nucleare e la riapertura dello Stretto di Hormuz entro sette giorni dall’avvio dei colloqui, offrendo in cambio un alleggerimento parziale delle sanzioni economiche.La risposta iraniana è stata negativa. Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha ribadito che le sette condizioni avanzate da Teheran rimanevano immutate, comprendendo la revoca delle sanzioni, lo sblocco dei beni congelati e la cessazione delle ostilità su tutti i fronti.Il principale ostacolo riguarda la successione delle concessioni. L’Iran non intende trasferire all’estero l’uranio arricchito né assumere nuovi impegni sul programma nucleare prima di ottenere garanzie concrete dagli Stati Uniti. Analoghe preoccupazioni riguardano il ritorno degli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che Teheran considera potenzialmente rischioso per la sicurezza delle proprie installazioni.Le trattative si concentrano quindi soprattutto sulle tempistiche, sulle garanzie reciproche e sul ruolo degli eventuali mediatori internazionali. Nessuna delle parti sembra disposta a compiere il primo passo senza ottenere assicurazioni sull’adempimento degli obblighi da parte dell’altra.Il confronto diplomatico si svolge tuttavia in un clima di crescente tensione militare. Il senatore democratico Christopher Murphy ha denunciato il rischio di una nuova offensiva americana contro l’Iran, giudicando pericolosa l’ipotesi di riprendere le ostilità dopo le elezioni. Da parte iraniana sono arrivate minacce contro interessi statunitensi e infrastrutture strategiche degli Stati del Golfo, compresi cavi sottomarini e reti elettriche.La sconfitta repubblicana potrebbe rafforzare politicamente Vance, ma non garantisce una svolta nella politica estera americana. Secondo il quadro elettorale descritto, i Democratici avrebbero conquistato la maggioranza in entrambe le Camere del Congresso, acquisendo maggiori strumenti per contrastare le iniziative dell’amministrazione.Il presidente conserva però ampie prerogative nella conduzione della politica estera e delle operazioni militari. Il Congresso può intervenire attraverso il controllo dei finanziamenti e le proprie competenze legislative, ma un eventuale tentativo di limitare il conflitto dovrebbe confrontarsi anche con il potere di veto presidenziale.Trump potrebbe inoltre cercare proprio sul piano internazionale i risultati politici che un Congresso ostile renderebbe più difficili da conseguire sul fronte interno. La perdita della maggioranza parlamentare non comporterebbe quindi necessariamente una riduzione dell’impegno militare americano.Anche Teheran rischia di interpretare erroneamente il risultato elettorale. L’indebolimento politico dei Repubblicani non equivale alla scomparsa dell’opzione militare, mentre un irrigidimento delle condizioni iraniane potrebbe ridurre ulteriormente gli spazi negoziali.La posizione di Vance evidenzia così una contraddizione destinata a pesare sui prossimi sviluppi: una parte dell’amministrazione considera la diplomazia indispensabile per uscire dal conflitto, ma le richieste reciproche continuano a impedire un’intesa. La sconfitta elettorale ha modificato gli equilibri politici di Washington, senza risolvere il confronto con l’Iran né escludere una nuova escalation militare.