Le reazioni alla storica sconfitta di Donald Trump alle elezioni di metà mandato sono state, almeno a livello nazionale, all’insegna della tifoseria e della propaganda. In questa maniera ha vinto, salvo rare eccezioni, il consueto provincialismo, per il quale in alcune redazioni estere ci prendono simpaticamente in giro, perché i festeggiamenti dei Dem nostrani e dei media a loro vicini hanno denotato che si ragiona degli USA con i criteri del Vecchio Continente, ove chi ha la maggioranza alla Camera e al Senato vince e, se non ce l’ha più, perde e va a casa.A tratti, l’impressione è stata che alcuni facessero a gara a chi metteva più foga nell’accentuare la grande sconfitta del tycoon. Una fetta della popolazione, di fronte a questa surreale felicità, ha pensato che The Donald non fosse più il presidente degli Stati Uniti, perché cacciato da un popolo inferocito, nostalgico del woke e dell’immigrazione senza limiti delle politiche di Joe Biden.Invece, la vittoria dei democratici non basterà a ripristinare la fiducia. Donald Trump rimarrà al potere ancora per due anni. Il nuovo Congresso, che si insedierà a gennaio 2027, non domattina, potrebbe offrire agli europei strumenti nuovi. Lo spunto ci viene dato da un media in abbonamento, quasi sconosciuto in Italia, ma molto interessante, che si chiama “Le Grand Continent”, strumento utilizzato soprattutto dagli analisti indipendenti di geopolitica e letto da chi vuole capire ciò che gli altri, generalmente, non scrivono.Renaud Lassus, classe 1970, è un alto funzionario francese, con una carriera nella diplomazia economica e nelle istituzioni internazionali. Direttore esecutivo della Banca interamericana di sviluppo (BID), è stato ministro consigliere per gli affari economici dell’ambasciata francese negli Stati Uniti. Europe Jacques Delors lo presenta come ricercatore associato, nonché fondatore e presidente di Richesses Marines, associazione impegnata nella creazione di riserve marine protette nel Mediterraneo.Lassus va identificato soprattutto come funzionario della diplomazia economica e dirigente di un’istituzione finanziaria multilaterale, oltre che come saggista. Il suo coerente e confermato percorso professionale lo rende una fonte molto attendibile. Dopo la cocente sconfitta di Trump, esiste una nuova occasione per l’Europa, ma sfruttarla richiede iniziativa politica. La vittoria democratica, del resto, appare più come una bocciatura di chi aveva promesso di non mettere le mani nel portafoglio degli americani e invece ha fatto il contrario, piuttosto che una benedizione per i blu, che non hanno neanche un leader unitario con cui presentarsi all’opinione pubblica.Sarebbe un grande errore aspettare passivamente un’America più favorevole all’Europa. La contingenza dovrebbe spingere gli europei a presentare proposte nuove e sufficientemente ambiziose. La collaborazione dovrebbe diventare più stabile, grazie a regole e interessi condivisi, anziché dipendere soltanto dall’orientamento del presidente americano. Gli europei non devono confondere la prudenza con l’immobilismo, come pare abbiano fatto finora.Le ragioni della diffidenza restano, ma non dovrebbero impedire di coltivare rapporti con gli americani che condividono l’obiettivo di rafforzare la forza politica interna. Le difficoltà delle società europee e americana hanno, infatti, molte radici comuni e richiedono anche risposte condivise, piaccia o non piaccia ai tifosi. Il rischio opposto è lasciare prevalere un’agenda di contrapposizione fra le due sponde dell’Atlantico.Le opportunità operano su piani diversi. Le garanzie istituzionali cercano stabilità rispetto alle decisioni presidenziali. Gli accordi industriali e climatici cercano vantaggi reciproci. Il dialogo affronta fragilità comuni, ma si scontra con il medesimo peso degli interessi digitali. Cambiano quindi gli strumenti, gli obiettivi e gli ostacoli: nessun singolo accordo può risolvere tutte le tensioni. Trump resta alla Casa Bianca, ma il nuovo equilibrio parlamentare potrebbe rendere alcune sue scelte più controllabili e i rapporti con gli alleati meno incerti.Il messaggio complessivo, che chi scrive ritiene di condividere con Lassus, non è che l’America sia tornata definitivamente affidabile, né che l’Europa debba accettarne ogni richiesta. È che una fase meno sfavorevole merita di essere utilizzata, costruendo cooperazioni precise e garanzie durature, senza ignorare le divergenze che il voto non ha cancellato, nonostante troppi paiano non coglierlo. Al di là delle minacce di impeachment, poco realizzabili nel concreto, perché servirebbero maggioranze qualificate in entrambi i rami del Congresso, esso dovrà utilizzare il principio dei contrappesi istituzionali. In parole semplici, impedire che tutte le decisioni dipendano da una sola persona.Come? Con il rafforzamento dei controlli sull’esecutivo, che comporta il potere di grazia, l’autorità sulle agenzie indipendenti, l’applicazione dei bilanci approvati e le nomine. Le fratture che hanno favorito Trump si sono formate nel corso di più di una generazione: non basta un mandato presidenziale per ricomporle. Inoltre, non si può escludere che un futuro successore riprenda i suoi metodi.Su un tema molto caro a Trump e ai Repubblicani, come il commercio, il Congresso potrebbe chiedere di autorizzare preventivamente misure contro gli alleati. Il beneficio cercato non sarebbe soltanto evitare un singolo dazio, ma rendere più prevedibile l’intera relazione. Washington e Bruxelles non erano riuscite ad accordarsi sul trattamento delle importazioni di acciaio e alluminio in base al loro contenuto di carbonio. La proposta potrebbe essere quella di riaprire il negoziato. Alcuni progetti legislativi americani, sostenuti anche da senatori repubblicani, condividono l’impostazione del meccanismo europeo sul carbonio alle frontiere.La proposta più ambiziosa riguarda le tecnologie verdi. Stati Uniti ed Europa potrebbero coordinare dazi antidumping e misure antisovvenzioni, cioè strumenti contro determinate pratiche di prezzo e aiuti pubblici che alterano la concorrenza. Washington avrebbe interesse a evitare l’indebolimento dell’economia europea sotto la pressione cinese. Bruxelles potrebbe consolidare la propria fermezza attraverso accordi con gli americani. In Italia ci si dimentica sempre di dire che la sfiducia dei democratici verso l’Europa esiste ed è pari o maggiore a quella dei repubblicani. Alcuni esponenti Dem giudicano gli europei più severi con Biden che con Trump. Citano le critiche all’Inflation Reduction Act, il grande piano americano contro il cambiamento climatico, e contrappongono quelle reazioni alla maggiore discrezione europea verso la politica climatica di Trump.Anche la Cina divide: i democratici rimproverano all’Unione Europea di essere rimasta distante dalla loro impostazione verso Pechino durante l’era Biden. La nuova convergenza deve quindi superare incomprensioni precedenti, non nasce da una piena intesa già esistente. Infine, il digitale presenta una tensione particolarmente importante. Da un lato, alcuni democratici cercano un dialogo con l’Europa su disinformazione, polarizzazione e potere delle piattaforme. Dall’altro, le grandi imprese tecnologiche potrebbero riavvicinarsi ai democratici e chiedere loro di contrastare le regole europee su Internet e intelligenza artificiale. Affinità democratiche e interessi economici possono spingere in direzioni opposte ed è qui che l’Unione Europea dovrebbe capire che la cooperazione è il reale interesse comune sul quale lavorare, senza far innervosire Trump e il suo staff, ma coinvolgendoli.