LONDRA — «L’Home Office mette il carro davanti ai buoi. Nega alle persone le garanzie che l’accordo di recesso assicura, una valutazione equa e un diritto di appello, perché dice che “chiaramente” non sono coperte dall’accordo. È come dire che uno non ha bisogno di un processo perché è “chiaramente” colpevole». Lo ha detto al Guardian Monique Hawkins, amministratrice delegata ad interim di the3million, l’associazione che dal referendum sulla Brexit difende i cittadini Ue residenti nel Regno Unito. Venerdì il gruppo ha depositato all’Alta Corte di Londra, il tribunale che giudica gli atti dell’amministrazione, un ricorso contro il ministero dell’Interno britannico.Nel mirino c’è la politica del «granted in error», lo status «concesso per errore»: il ministero ha scritto a 1.473 cittadini Ue titolari di pre-settled status, il permesso provvisorio post-Brexit, per dire che il loro diritto di restare era stato riconosciuto senza le prove necessarie. Il numero lo ha fornito il sottosegretario all’Interno Lord Hanson in una risposta scritta al Parlamento del 24 settembre e copre i casi dal 2018 al 30 giugno di quest’anno.La lettera non cancella il permesso. Lo status resta valido fino alla scadenza, ma non viene più prorogato in automatico e il titolare perde il diritto di far venire i familiari. Non c’è una decisione formale da impugnare, quindi non c’è appello: il giorno dopo la scadenza, la persona è un irregolare. Il testo tipo recita che il permesso fu concesso «senza le prove richieste per confermare che lei rientrasse nella definizione di cittadino rilevante dello Spazio economico europeo prima della mezzanotte del 31 dicembre 2020».Il ricorso chiede ai giudici di dichiarare illegittima la politica, perché viola l’accordo di recesso dall’Ue, e di cancellarne le parti contestate dalle linee guida. Secondo the3million mancano due garanzie previste dal trattato: il diritto di appello e la valutazione di proporzionalità, cioè l’obbligo di pesare che quelle persone hanno costruito la propria vita sulla decisione originaria del ministero. Hawkins ricorda che molti permessi furono concessi con «flessibilità probatoria» o per scelta discrezionale dei funzionari, e che chi li ha ricevuti non può sapere su quale base.Gli italiani per discendenzaTra chi ha ricevuto la lettera c’è un ingegnere italo-brasiliano di 33 anni, a Londra dal 2018: gli era stato detto che poteva restare, ma non la moglie brasiliana. La decisione è stata ribaltata nelle ultime settimane. Una dipendente del servizio sanitario nazionale britannico, che sta facendo un dottorato in odontoiatria, racconta che la notifica le ha «stravolto la vita»: «Posso perdere il lavoro, forse non ho nemmeno il diritto di affittare la casa in cui vivo».Il nodo riguarda soprattutto gli italiani per discendenza, spesso nati in Brasile, che al momento della domanda non avevano ancora il passaporto italiano. A ottobre l’Home Office ha ammesso che il riconoscimento della cittadinanza jure sanguinis vale dalla nascita e, in un riesame amministrativo, ha ritirato una propria decisione di «errore». La partita vera del ricorso è trasformare quelle correzioni strappate caso per caso in una regola che valga per tutti.Un portavoce del ministero dell’Interno ha detto al Guardian di non poter commentare, perché il procedimento è in corso. In Parlamento il ministero ha sostenuto finora che chi ha avuto lo status «per errore» non è beneficiario dell’accordo di recesso, salvo prova contraria; può presentare una nuova domanda e, se respinta, ricorrere al tribunale dell’immigrazione, conservando il permesso se la domanda arriva prima della scadenza. Lord Hanson ha parlato di una procedura che lascia «una base di permanenza nel Regno Unito», con diritto al lavoro fino alla scadenza.Il precedente pesa. Nel 2022 l’autorità indipendente che vigila sull’attuazione dell’accordo di recesso, con il sostegno di the3million, portò l’Home Office davanti alla stessa Alta Corte per aver obbligato i cittadini Ue a ripresentare domanda alla scadenza del pre-settled status, esponendoli al rischio di perdere lavoro e casa. I giudici diedero torto al ministero.«Nonostante la nostra azione dall’inizio del 2025, l’Home Office ha rifiutato di cambiare rotta: non abbiamo altra scelta che impugnare la politica in tribunale», dice Hawkins. Nell’appello per raccogliere i fondi della causa aggiunge: «La gente non dovrebbe pagare per gli errori dell’Home Office».