Israele, Stefano Parisi: “Il nuovo governo cambierà atteggiamento ma lo stato sionista resta circondato da nemici. L’Occidente deve capire”

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Stefano Parisi, presidente e cofondatore dell’associazione Setteottobre è da giorni in Israele. Ha seguito le elezioni da vicino, incontrato il capo dello Stato sionista alla vigilia dell’inizio delle consultazioni e oggi a 24 ore dalla probabile formazione del nuovo governo, Parisi parla in esclusivs con Notizie Geopolitiche.“In occidente si pensa che se non ci fosse stato Netanyahu non ci sarebbe stata la guerra. Questo non è vero. Si pensa che con un altro governo ci sarebbe stato il riconoscimento dello Stato palestinese e ci si sbaglia. Israele è circondato da nemici religiosi che vogliono distruggerlo e cacciare tutti gli ebrei. Non per motivi territoriali, ma per odio religioso. Il nuovo governo dovrà continuare misurarsi con la minaccia che incombe sul paese da prima della sua nascita. Probabilmente non commetterà errori di comunicazione, probabilmente ricercherà alleanze più forti con i paesi arabi moderati (con i quali ha già rapporti solidi), probabilmente cercherà alleanze per implementare la risoluzione 2803, del novembre 2025, dell’ONU. Ma servirà tempo perché il mondo occidentale capisca che Israele ha il diritto di difendersi da un nemico che minaccia, non solo Israele, ma tutto l’occidente”.Parisi compirà 70 anni il prossimo 12 novembre. È un imprenditore e civil servant italiano di rango. Figura rara capace di coniugare ideali e pragmatismo. La sua carriera parla per lui: incarichi in vari ministeri tra gli anni Ottanta e Novanta, poi capo del Dipartimento Affari economici di Palazzo Chigi nel 1992, quindi direttore generale del Comune di Milano con Albertini sindaco alla fine degli anni ‘90, quindi segretario generale di Confindustria nei primi anni Duemila. Innovatore lungimirante per natura, ha portato Fastweb in Italia e il cinema in streaming con Chili un attimo prima che sbarcassero nel nostro Paese le grandi piattaforme internazionali. Candidato sindaco di Milano, sconfitto di poco da Beppe Sala, ha tentato di dare più voce alle istanze liberali nel centrodestra italiano, prima di lanciarsi in questa battaglia che considera in difesa dell’intero occidente.Dottor Parisi, anzitutto che aria tira in Israele tra la gente comune in questi giorni immediatamente post-elettorali? “C’è molta attesa per l’esito delle consultazioni. Quelle del 27 ottobre sono state le elezioni più importanti dalla nascita dello Stato di Israele. Il governo Netanyahu nato alla fine del 2022, ha portato nella coalizione forze di estrema destra che hanno creato una forte frattura nel paese, poi il massacro del 7 ottobre, la tragedia degli ostaggi e la lunga guerra sui tanti fronti dell’aggressione araba hanno stremato l’opinione pubblica. Ora c’è una maggioranza del paese che chiede un radicale cambiamento, ma il sistema istituzionale israeliano è molto fragile, mentre i prossimi anni continueranno a imporre al futuro governo di Gerusalemme scelte molto difficili”. L’associazione Setteottobre è stata ricevuta dal capo dello Stato di Israele alla vigilia delle consultazioni in corso. Che cosa gli avete detto e cosa vi ha detto lui?“Siamo stati molto onorati di essere ricevuti dal Presidente Isaac Herzog in un giorno complesso, in cui si era ancora in attesa del risultato elettorale definitivo. Abbiamo dato al Presidente il quadro della gravissima escalation dell’antisemitismo in Italia, delle infiltrazioni dei Fratelli Musulmani, e del gravissimo danno di immagine che Israele sta subendo dal 7 ottobre 2023. Abbiamo detto ad Herzog che è in corso una guerra mediatica drammatica scatenata dalla propaganda di Hamas e dell’Iran, guerra che Israele non ha neanche combattuto. L’Occidente ne è travolto e questa ha inciso anche sull’atteggiamento di molti governi europei che, dopo il 7 ottobre, hanno voltato le spalle a Israele. Herzog si è detto consapevole di quanto accade in Europa e ha condiviso l’esigenza che Israele debba fare di più, sia fornendo tempestivamente le prove della falsità di alcune notizie che provengono dal Medio Oriente, sia evitando comportamenti e dichiarazioni di alcuni esponenti del governo che hanno alimentato l’odio antisemita”.  Siamo in un autunno di cambiamento. Due figure cardine dell’ultimo decennio, da Gerusalemme a Washington, come Trump e Netanyahu arretrano. Come legge questa indicazione popolare? “Non credo che quello che è accaduto nelle elezioni in Israele e in quelle americane siano segnali di un trend diffuso nelle democrazie occidentali. Lo vedremo nelle importanti elezioni che mobiliteranno milioni di europei già a partire dal novembre. Il caso delle elezioni in Israele non è riconducibile, per i motivi che abbiamo spiegato precedentemente, ad alcun paese occidentale. Israele ha un’opposizione al governo fatta da partiti arabi e da partiti di centro destra liberale. L’unico partito di sinistra è il Partito Democratico che ha conquistato meno del 7% dei seggi in parlamento. Negli USA è stato un voto contro Trump, ma il mondo democratico che ha vinto ha al suo interno posizioni tra di loro molto distanti. La guerra con l’Iran sicuramente è stata tra le cause della sconfitta di Trump. Questo non vale per Netanyahu”. Cosa pensa dell’intenzione di Eisenkot di realizzare, tra le prime cose, una commissione d’inchiesta proprio sul 7 ottobre? “È una decisone ineludibile. Avrebbe dovuto essere insediata immediatamente dopo il 7 ottobre. Tutti coloro che erano ai vertici delle istituzioni militari e di intelligence hanno riconosciuto le proprie responsabilità e si sono dimessi. Netanyahu non ha mai voluto ammettere le proprie. Il 7 ottobre è stata una gigantesca falla strategica ancor prima che militare. Finché non si definiranno con chiarezza le responsabilità di quella falla, gli israeliani non potranno sentirsi liberi e sicuri. Israele, un mese dopo la guerra del Kippur del 1973 istituì la Commissione di inchiesta per indagare sugli errori che portarono all’attacco di Siria ed Egitto. Pochi mesi dopo Golda Meir, Primo Ministro, sebbene assolta, si dimise”.  Lei pensa davvero possibile che Netanyahu e gli opposti estremismi (ovviamente anche palestinesi) possano aver in qualche modo quasi implicitamente concordato, mi passi il termine, affinché l’escalation in qualche modo partisse?“No, questa è una cosa che non sta in piedi. Sicuramente c’è stato un errore di valutazione strategica da parte di Netanyahu convinto che, lasciando che il Qatar finanziasse Hamas a Gaza, li avrebbe tenuti “buoni”, ed ha concentrato tutta l’attenzione militare e di intelligence contro il rischio terroristico della Cisgiordania. Poi i rapporti tra Netanyahu e il Qatar, se fosse stato avvertito e avesse sottovalutato il rischio, sono tutti temi che emergeranno dal lavoro della commissione indipendente”.  In Italia e in Europa come associazione vi siete schierati contro l’ondata di antisemitismo di ritorno. Ma non potrebbe essere che forse si sia realmente fatta troppa confusione sovrapponendo eccessivamente antisemitismo e antisionismo? “Il sionismo è il diritto all’autodeterminazione degli ebrei. Un movimento che nasce alla fine dell’800 per contrastare l’antisemitismo che dilagava in Europa. Il sionismo è un ideale di pace e di convivenza interreligiosa. Israele non ha mai detto di no alla ripartizione del territorio con gli arabi. L’ideale sionista ha consentito dal deserto di costruire uno dei paesi tecnologicamente più avanzati del mondo e una delle democrazie più evolute. Nell’ideale sionista ci sono le radici ideali delle democrazie europee nate dal dopoguerra. Chi si dichiara antisionista, si dichiara contro il diritto all’autodeterminazione degli ebrei. Chi si dichiara antisionista è antisemita. Non sono concetti mei. Li espose in un bellissimo intervento il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano nel gennaio del 2007”. Posto che a Gaza non si tratti effettivamente di “genocidio”, dopo tre anni qual è l’opinione sua e della sua associazione sul massacro che si è perpetrato nella Striscia? “In Polonia prima della Shoah vivevano 3 milioni di ebrei, dopo 45 mila. È stato un genocidio. A Gaza, secondo Hamas, numeri mai verificati da nessuno, sono morti 75.000 palestinesi, di cui molti terroristi, anche minorenni, anche giornalisti, circa il 2 % della popolazione. Non c’è stato nessun genocidio. I terroristi di Hamas erano nascosti nei tunnel, sotto gli ospedali, sotto le scuole. Si sono protetti con la popolazione civile. Hanno fatto l’esatto contrario di ciò che fanno gli eserciti, che proteggono la popolazione civile. Hamas se avesse voluto fermare la guerra avrebbe potuto rilasciare gli ostaggi, molti dei quali sono stati invece uccisi o orribilmente reclusi per due anni. Hamas ha bisogno di massimizzare il numero delle vittime per poter raccogliere il consenso delle opinioni pubbliche occidentali”. Il cambio di equilibri internazionali che si profila da qui al prossimo futuro, potrà in qualche modo influenzare le sorti della crisi israelo-palestinese?“La situazione è sempre più incerta. Gli Stati Uniti hanno per altri due anni, una guida imprevedibile, confusa, priva di qualunque strategia diplomatica. L’Europa è spaventata per la forte presenza di musulmani che stanno ovunque condizionando i risultati elettorali. Israele e la guerra con l’Iran, hanno generato un terremoto nelle opinioni pubbliche occidentali, per via dell’aumento dei prezzi energetici. Il regime di Teheran, nonostante i colpi letali che ha subito, resiste e trova appoggio da parte di Cina e Russia, verso le quali Trump è sempre più debole. In questa situazione confusa la Turchia cerca di trarre vantaggio, con una posizione sempre più ostile ad Israele. Vedo un quadro in netto peggioramento. Il Medio Oriente, a cominciare dai paesi musulmani moderati, avrebbe bisogno di trovare un nuovo equilibrio, senza più il terrorismo dell’Islam radicale finanziato dal Qatar e dall’Iran”. L’Italia – a prescindere da chi vincerà le elezioni il prossimo anno – in che posizione dovrà collocarsi? “L’Italia ha un ruolo fondamentale strategico nel Mediterraneo, per motivi geografici, economici e politici. Il governo ha preso posizioni importanti nei rapporti con i paesi del Golfo interessati a smantellare la rete jihadista e del terrorismo islamico. Quei paesi dopo essere stati bombardati dall’Iran, dopo la crisi dello stretto di Hormuz e i missili lanciati dagli Houti, contavano su di un’alleanza politico-militare con gli USA. Questa è venuta meno per via del comportamento ondivago di Trump. L’Italia, come sta facendo con l’Ucraina, dovrebbe chiedere che l’Europa si mobiliti con una voce unica e divenga l’interlocutore affidabile per i paesi del Golfo”.