Troll batté le mani per richiamare l’attenzione. Una trentina di fanatici delle tastiere, laureati o autodidatti, erano l’esercito su cui poteva contare. Doveva farseli bastare, ma era utile aggiungere un po’ di teatro. A recitare era bravo, una virtù che il suo capo apprezzava. Con voce impostata, disse: «Ragazzi, statemi a sentire. Lo so che negli ultimi tempi vi ho chiesto molto, ma qualche sacrificio nella nostra situazione è necessario. Non possiamo fermarci proprio adesso che la meta è vicina. Dobbiamo stringere i denti. Ma ho una buona notizia, ognuno di voi è pronto per il Tempo promesso e ve lo dimostrerò». Esaminò rapidamente l’uditorio. Erano tutti attenti a parte uno, il solito. Cominciò da lui. «Ulfric, ripetimi la fase Uno». L’interpellato, un parigino di Montmartre con tratti ossessivi da paranoico, convinto di assomigliare a Vincent Cassel e titolare di una montagna di brevetti di software, non si lasciò sorprendere. «Fetch. La CPU riceve l’istruzione dalla memoria». Troll si rinfrancò. Se il meno motivato del gruppo sapeva rispondere a tono, era segno che si poteva procedere. Per il passaggio più difficile andò a colpo sicuro: «Galadriel, continua tu con la Due». Era la più diligente e replicò senza incertezze, come aveva previsto: «Decode. L’istruzione viene tradotta in un linguaggio comprensibile per il processore». Il piccolo uomo diede un’altra occhiata ai presenti. Proprio di fronte a lui, a gambe larghe, si era piazzato Bowser. Nel suo caso era meglio non rischiare, lo saltò e si guardò intorno. «Molto bene, direi proprio che ci siamo. Chi sa spiegarmi la terza fase?». Un’altra delle ragazze, Amanda, avanzò di un passo. Capelli rossi, lentiggini sul viso, a guardarla senza conoscere i suoi tra scorsi l’avresti detta una liceale in gita con la classe. «Execute. La CPU esegue l’istruzione». Si fece avanti da sola, così Troll pensò di chiederle qualcosa in più. «Quale risultato possiamo ottenere secondo te?». Lei gli andò ancora più vicina. «Non esiste un limite, la macchina può darci qualunque risposta. Calcoli, operazioni logiche, spostamenti di dati». Troll batté le mani per incitarla: «Brava, è esattamente così». Poi, volgendo lo sguardo altrove: «Malfoy, lo so che non rientra nei tuoi compiti, ma vuoi chiudere tu con la fase Quattro?». Il più maturo fra i suoi accoliti, l’ex broker londinese che, incaricato degli investimenti, aveva messo a frutto i capitali predati da Troll, non si fece cogliere impreparato. «Store. Il risultato dell’elaborazione viene scritto nella memoria». Il giovane girò attorno ai presenti assentendo col capo, per manifestare la sua approvazione. La sua statura lo costringeva a guardarli dal basso in alto. I maligni dicevano che quella malformazione veniva da una tara familiare. In realtà di lui non si sapeva molto, il suo passato era avvolto nel mistero. Comunque nessuno osava deriderlo in presenza di Bowser, che per difenderlo avrebbe spezzato le ossa a un bue. Alzò il tono di voce: «Sapete perché non dobbiamo arrenderci? Perché noi siamo Technocracy, la più grande squadra mai esistita! I giorni di Revelium sono vicini, ci mancano ancora pochi Supercomputer e potremo attivare l’ultimo blackout. Noah ci porterà nel futuro, un’epoca dorata in cui tutto sarà diverso. Non conosceremo più il dolore, la solitudine, la vecchiaia, le frustrazioni». Dall’uditorio si sollevò un mormorio di assenso. Provenivano tutti da vite disastrate e certi argomenti avevano su di loro una presa forte. Troll rincarò la dose, sviscerando il meglio della propaganda utilizzata dal capo. La loro superiorità rispetto alla massa, il primato della ragione sulla fede, il Tempo promesso che avrebbe rappresentato l’alba di una nuova era. L’eternità offerta in esclusiva ai componenti del gruppo, quale premio per aver creduto. Perché loro erano gli eletti, i prescelti da Noah per il suo viaggio nel cosmo, i costruttori e seguaci del solo Dio possibile: la tecnologia. Mentre li arringava non smetteva di studiarli. Vide gli sguardi farsi più attenti, l’orgoglio sostituirsi alla stanchezza. Si fermò quando fu certo di averli pompati a dovere. Solo allora lanciò il loro slogan preferito, rubato a Andy Grove, genio ungherese che aveva portato la Intel alle stelle. Era il suo manifesto, l’elogio del fallimento contrapposto alla debolezza pro vocata dal successo, alla certezza ingannevole di essere vincenti, alla pigrizia di rimanere nella propria comfort zone. Lui e Noah lo utilizzavano come epilogo di ogni sermone pubblico: «Solo i paranoici sopravvivono».