L’avversione dei musicisti per gli smartphone ai concerti sembra essere un trend crescente: nel recente tour italiano Bob Dylan ha costretto gli spettatori a imbustare i telefoni in una apposita custodia che li rende inutilizzabili. Senza arrivare alla severità del menestrello del Minnesota, anche per l’unica data del ’30th Anniversary Tour’ dei Placebo all’Unipol Forum di Milano venerdì sera il pubblico è stato avvertito con cartelli e raccomandazioni di uno speaker di non riprendere con i cellulari lo show per godersi l’esperienza e per rispetto verso il gruppo e gli altri spettatori. Si alza il sipario e arriva la band inglese, che apre il concerto con la frustata elettronica di ‘Pure Morning’. Vari schermi verticali rimandano le immagini del gruppo, mai nitidamente ma in modo volutamente sfocato. La scena è dei due membri originali, il cantante e chitarrista Brian Molko e il bassista Stefan Olsdal, che formarono il gruppo a Londra dopo essersi conosciuti in una scuola privata di figli della borghesia internazionale e cosmopolita in Lussemburgo, supportati dal nuovo batterista Matt Lunn, dal secondo chitarrista Nick Gavrilovic e dalla tastierista e violinista Angela Chan.La band viaggia compatta, con un ‘tiro’ impressionante, che dà corpo a quel suono emerso nell’era Britpop in Gran Bretagna ma ben diverso da quello di Oasis, Blur e altri nomi di quella scena. I Placebo erano, e sono, figli di David Bowie e del glam rock, da cui hanno tratto la lezione dell’ambiguità sessuale, in un’epoca in cui non si parlava ancora di teorie gender, e del flirt pericoloso con le droghe. Ma nella loro musica ci sono anche echi di U2 e Cure, senza dimenticare un pizzico di punk nei brani più tirati, specie quelli del primo omonimo album del 1996. Nel corso degli anni si è aggiunta una componente elettronica, molto presente nel recente progetto ‘Placebo Re-Created’, in cui il gruppo ha riarrangiato tutte le canzoni del primo album, che suonano tirate a lucido nel concerto milanese, in cui quel disco e il successivo ‘Without You I’m Nothing’ la fanno da padroni. Dopo il secondo pezzo, l’irascibile Molko, che gli italiani ricordano soprattutto per l’ospitata nel 2001 al Festival di Sanremo, quando sfasciò una chitarra contro un amplificatore del palco dell’Ariston sotto gli occhi di un’allibita Raffaella Carrà, dopo aver ringraziato i fan di essere presenti alla loro festa di compleanno, prende a male parole uno spettatore che ha avuto la pessima idea di riprenderlo con il telefono. Da quella ramanzina in poi, effettivamente gli schermi luminosi dei cellulari saranno una rarità durante tutto il resto del concerto. Il set è breve ma tirato (il frontman spiega di avere il Covid ma di aver voluto suonare comunque). Brillano il lirismo straziante di ‘Without You I’m Nothing’, l’angoscia adolescenziale di ‘Teenage Angst’, il romanticismo sofferto di ‘My Sweet Prince’ e il glam punk androgino di ‘Nancy Boy’ e ’36 Degrees’. I bis sono affidati alla cavalcata oscura di ‘Every You And Every Me’ e alla cover di ‘Running Up That Hill’ di Kate Bush, resa sontuosamente dai Placebo, maestri nell’arte delle rivisitazione di brani altrui, che chiude un concerto di una band dalla classe ancora cristallina, dopo 30 anni di carriera.Questo articolo I Placebo ammaliano il Forum dicendo ‘no’ agli smartphone proviene da LaPresse