Congo, i ribelli legati all’Isis bruciano un centro Ebola: 33 morti e 180 pazienti in fuga

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BENI — Centottanta pazienti in fuga sotto la pioggia, e tra loro un malato di Ebola accertato. È quello che resta del posto di salute di Cantine, villaggio del territorio di Beni, nel Nord Kivu, a una cinquantina di chilometri dalla città, dopo l’assalto della notte fra giovedì e venerdì: uomini armati di machete e fucili hanno colpito più villaggi in contemporanea, bruciato case e negozi e dato fuoco al centro sanitario. Almeno 33 civili sono stati uccisi, riferisce Reuters, e il bilancio non è definitivo.Le autorità locali attribuiscono l’attacco alle Forze democratiche alleate, l’ADF, gruppo armato di origine ugandese che dal 2019 ha giurato fedeltà allo Stato islamico. Il villaggio era uno dei presidi della risposta all’epidemia di Ebola più grave mai registrata in Congo: oltre 10.600 casi confermati e quasi 5.200 morti dal maggio scorso. Con la fuga dei pazienti e dei loro contatti, le squadre di tracciamento hanno dovuto sospendere il lavoro.Il direttore medico del centro di Cantine, Christian Kakule, ha raccontato ad Associated Press di aver visto gli spari e le case in fiamme a cinquanta metri dall’ospedale. «I contatti ad alto rischio e le altre persone sotto monitoraggio sono tutti fuggiti», ha detto. Fra le persone disperse ci sono un caso confermato e cinque sospetti, tre dei quali contatti stretti di malati. Il timore del medico è che chi è già infetto diventi una fonte di contagio all’aperto, lontano da qualsiasi controllo.L’amministratore del territorio di Beni, il colonnello Charles Omeonga, ha descritto un’azione coordinata cominciata poco prima di mezzanotte su tre quartieri del villaggio, con una sessantina fra case e attività bruciate. I 33 corpi recuperati portano in maggioranza ferite d’arma da fuoco, altri sono stati bruciati o colpiti con il machete. La pioggia battente, ha aggiunto, ostacola i movimenti dell’esercito e le ricerche di altre vittime e di persone portate via durante il ripiegamento degli assalitori.Justin Paluku, a capo di un’organizzazione della società civile locale, parla di «un grave fallimento della sicurezza»: non si spiega come gli aggressori abbiano aggirato le difese nonostante le forze schierate nella zona. Rinforzi sono stati inviati e l’esercito è all’inseguimento, secondo le autorità. Nessuna rivendicazione è arrivata dall’ADF né dallo Stato islamico, e l’esercito congolese non ha diffuso un proprio bilancio.Il Nord Kivu torna epicentroL’assalto colpisce la rete di sorveglianza proprio nella provincia dove l’epidemia cresce più in fretta. Secondo l’ultimo bollettino dell’Organizzazione mondiale della sanità, aggiornato al 3 novembre, i casi confermati sono 10.668 e i morti 5.198, con una letalità vicina al 49 per cento, in 67 zone sanitarie di otto province. Il virus è il ceppo Bundibugyo, comparso il 14 maggio nell’Ituri; il Nord Kivu, già epicentro dell’epidemia del 2018-2020, conta oggi quasi metà dei nuovi contagi.Un dato pesa più degli altri: dei 512 decessi registrati dal 21 ottobre, 335 sono avvenuti nelle comunità, fuori dai centri di cura. Sono i malati che nessuno ha intercettato, gli stessi che ora, dopo Cantine, le squadre non possono più cercare. L’ufficio Onu per gli affari umanitari, l’OCHA, riferisce che alcuni pazienti sono morti nell’attacco e che le operazioni di risposta sono state sospese; l’Onu chiede protezione per i civili e accesso ai soccorsi.Il contagio intanto tocca l’Europa. Un medico britannico impegnato nella risposta all’epidemia è stato evacuato giovedì a Londra, nell’unità di alto isolamento del Royal Free Hospital già usata durante l’epidemia dell’Africa occidentale del 2014-2015: è il primo cittadino britannico contagiato e il terzo positivo rientrato nel continente, dopo le evacuazioni organizzate da Svizzera e Regno Unito. La vicedirettrice dell’agenzia britannica per la sicurezza sanitaria, Renu Bindra, ha assicurato che «il rischio per il pubblico più ampio resta basso»; Damien Tully, esperto di malattie infettive della London School of Hygiene and Tropical Medicine, ha definito il caso «profondamente preoccupante, ma non del tutto inatteso».Nel Congo orientale operano un centinaio di gruppi armati, il più forte dei quali è l’M23 sostenuto dal Ruanda; contro l’ADF l’esercito congolese e quello ugandese conducono operazioni congiunte dal novembre 2021. Poche ore prima dell’attacco il capo della missione Onu nel Paese, James Swan, aveva incontrato i vertici del Nord Kivu. «La protezione dei civili resta la nostra priorità», aveva detto.