Il 18 ottobre 2026, a Croix-des-Bouquets, nella periferia orientale di Port-au-Prince, un blindato della Gang Suppression Force (GSF), la forza multinazionale sostenuta dall’ONU, cade in un’imboscata delle gang. A bordo ci sono quattro tecnici dell’aviazione salvadoregna, impiegati nelle evacuazioni mediche. Riescono a fuggire dal veicolo in fiamme, ma poi se ne perdono le tracce. Tre giorni dopo, il presidente salvadoregno Nayib Bukele annuncia un’operazione militare per ritrovarli. Dal 22 ottobre arrivano ad Haiti aerei carichi di uomini e materiali: secondo il quotidiano haitiano Le Nouvelliste, già il 23 ottobre i soldati salvadoregni sono circa 450. Il 28 ottobre, secondo Reuters, sono circa 2.000, più dei soldati dell’intera forza ONU presente sul campo. Per un Paese di sei milioni di abitanti è un impegno enorme e, a molti analisti, sembra sproporzionato rispetto a una missione di recupero. Tanto più che Bukele aveva sempre descritto il contingente salvadoregno come non combattente. Per capire come mai soldati salvadoregni si trovino ad Haiti, bisogna partire da lontano.Un debito che dura più di un secolo.Haiti nasce nel 1804, dopo la rivolta degli schiavi iniziata nel 1791. Nel 1825 la Francia, con le sue navi da guerra davanti a Port-au-Prince, impone al giovane Stato un’indennità di 150 milioni di franchi, ridotta poi a 90 milioni nel 1838, per risarcire i coloni che avevano perso le loro proprietà, schiavi compresi. Haiti continua a pagare, tra prestiti e interessi, fino al 1947. All’inizio del Novecento, a Haiti si interessano anche gli Stati Uniti. Alcune banche americane, tra cui la National City Bank (oggi parte di Citigroup), vogliono controllare la banca nazionale haitiana, e Washington teme che la Germania possa mettere piede così vicino alle sue coste. Nel 1915, dopo l’assassinio del presidente Vilbrun Guillaume Sam, gli Stati Uniti occupano il Paese. L’occupazione dura fino al 1934: legge marziale, lavoro forzato per le opere pubbliche, migliaia di morti. Anche dopo il ritiro, Washington continua a influenzare la politica haitiana.Colpi di Stato e interventi stranieri.Nel 1991 un golpe militare rovescia Jean-Bertrand Aristide, eletto democraticamente l’anno prima. Nel 1994 l’amministrazione Clinton interviene militarmente, caccia la giunta e lo riporta al potere. Ma nel 2003 Aristide chiede alla Francia la restituzione del denaro dell’indennità e, nel febbraio 2004, mentre ribelli armati avanzano verso la capitale, forze statunitensi lo portano fuori dal Paese. Washington sostiene che si sia dimesso; Aristide ha sempre parlato di un colpo di Stato e di un rapimento, accusando Stati Uniti, Francia e Canada. Anche le elezioni del 2010-2011, secondo i documenti diffusi da WikiLeaks, furono segnate da forti pressioni internazionali, che portarono alla vittoria di Michel Martelly. Gli succede nel 2017 il suo alleato Jovenel Moïse, eletto con un’affluenza intorno al 20%. Moïse viene assassinato nel luglio 2021 e, da allora, lo Stato haitiano si disgrega. Il potere passa ad Ariel Henry, nominato primo ministro poco prima della morte di Moïse e sostenuto dal Core Group, un gruppo di ambasciatori stranieri, ma privo di una vera legittimità istituzionale. Intanto le gang, e le élite economiche che le tollerano o le usano, riempiono il vuoto.Dal Kenya alla GSF.Nell’ottobre 2022 Henry chiede aiuto all’estero. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU autorizza una missione guidata dal Kenya, la Multinational Security Support (MSS), ma i primi agenti arrivano solo nel giugno 2024. La missione è piccola, finanziata da contributi volontari e incapace di fermare le gang. Il 30 settembre 2025 la risoluzione 2793 la trasforma nella Gang Suppression Force: fino a 5.500 uomini, un mandato più offensivo, poteri di arresto e un ufficio ONU di supporto logistico. Fra i Paesi partecipanti c’è anche El Salvador, che dal gennaio 2025 aveva inviato alcune decine di militari in ruoli non combattenti, soprattutto per le evacuazioni mediche.Dall’imboscata all’offensiva.Dopo l’imboscata, Bukele minaccia su X di «finire» le gang haitiane come ha fatto con quelle salvadoregne, se i tecnici non saranno restituiti vivi. Le notizie successive restano confuse. Secondo alcune ricostruzioni, un capo gang, Wilson Joseph, avrebbe dichiarato che i quattro sono morti per errore. Il 24 ottobre sarebbero stati trovati dei resti umani, ma Bukele nega che appartengano ai suoi uomini e, al momento, non sono stati identificati. Il 1° novembre anche Donald Trump ha lasciato intendere che qualcuno dei quattro sia morto, aggiungendo però che Bukele «non ha bisogno di aiuto». Intanto la missione di recupero ha cambiato natura. Le truppe salvadoregne operano in gran parte fuori dal comando della GSF, con il sostegno logistico di Stati Uniti, Colombia e Repubblica Dominicana, e sono cominciati i primi scontri diretti con le gang. Il primo ministro haitiano Alix Didier Fils-Aimé ha parlato di cooperazione, ma osservatori e ONG si chiedono chi coordini davvero le forze sul terreno: oltre alla polizia e all’esercito haitiani e alla GSF, c’è anche una task force legata alla società militare privata Vectus Global.E adesso?Riportare indietro i quattro tecnici sembra ormai improbabile e la strada per Bukele è in salita. In El Salvador l’esercito agiva in casa propria, con lo stato di eccezione, arresti di massa e una rete di intelligence capillare, metodi che hanno abbattuto gli omicidi, ma sono stati criticati da molte organizzazioni per i diritti umani. Ad Haiti le gang, riunite in larga parte nella coalizione Viv Ansanm, sono ben armate e finanziate, controllano quasi tutta la capitale e non hanno mai potuto essere sloggiate da nessuna forza esterna. Anche se Bukele le indebolisse, il rischio è un costo umano ed economico altissimo e un nuovo vuoto di potere, in un Paese che dal 2021 non ha più istituzioni stabili.