Escalation globale, quando nessuno può permettersi di perdere: torna il rischio nucleare

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Dalla crisi politica americana alla guerra con l’Iran, dallo stallo ucraino alla pressione europea sulla Russia. Putin, Zelensky e il regime iraniano affrontano una partita esistenziale. Trump rischia invece di compromettere definitivamente la propria eredità politica. Israele non accetterà di essere messo all’angolo. La scintilla di una nuova escalation potrebbe arrivare proprio da altri raid. Il sistema internazionale sta attraversando una fase nella quale crisi apparentemente distinte cominciano a interagire, producendo effetti che vanno ben oltre i rispettivi teatri di confronto. La guerra in Iran, lo stallo dei negoziati sull’Ucraina, gli attacchi informatici contro infrastrutture occidentali e il cambiamento degli equilibri politici negli Stati Uniti concorrono a delineare uno scenario di crescente instabilità. Il denominatore comune è la progressiva difficoltà di mantenere separati i diversi fronti della competizione strategica.Stati Uniti, la sconfitta di Trump e il rischio di una crisi istituzionaleLa vittoria dei democratici alle elezioni di midterm americane, con la conquista di entrambe le Camere del Congresso, introduce un elemento di discontinuità nella politica interna statunitense. Per la prima volta nel secondo mandato, Donald Trump dovrà confrontarsi con un Congresso controllato dall’opposizione. La nuova maggioranza potrà esercitare un controllo più incisivo sull’amministrazione, condizionare le decisioni legislative, promuovere inchieste e limitare alcuni margini di manovra della Casa Bianca. Il passaggio formale dei poteri parlamentari avverrà a gennaio, ma gli effetti politici sono già visibili. In ogni caso si apre una fase di passaggio di potere che potrebbe non essere indolore.La sconfitta repubblicana infatti è legata anche al costo economico e politico della guerra contro l’Iran. L’aumento dei prezzi energetici e le conseguenze del conflitto hanno contribuito a erodere il consenso del presidente. Trump si trova così davanti a una contraddizione: interrompere la guerra senza aver ottenuto risultati sufficienti potrebbe essere interpretato come una ritirata, mentre proseguirla rischia di aggravare le conseguenze economiche e politiche interne. La nuova maggioranza democratica potrà inoltre sottoporre l’amministrazione a un controllo parlamentare molto più incisivo.A rendere ancora più instabile il quadro è la prospettiva di una nuova stagione di impeachment e di procedimenti parlamentari contro esponenti dell’amministrazione americana. La riconquista del Congresso da parte dei democratici offre alla nuova maggioranza gli strumenti per avviare indagini sulla condotta della Casa Bianca, sulla gestione della guerra in Iran, sull’impiego dei poteri presidenziali e sulle responsabilità dei vertici dell’amministrazione. Trump non sarebbe necessariamente l’unico bersaglio: anche membri del governo e figure istituzionali coinvolte nelle decisioni militari potrebbero finire sotto pressione. Il dato politicamente più rilevante sarebbe un’eventuale convergenza con una parte dei repubblicani, soprattutto se la prosecuzione della guerra producesse ulteriori costi e divisioni nel partito. Una frattura bipartisan potrebbe trasformare il controllo parlamentare in una crisi istituzionale di più ampia portata. L’impeachment, che sul piano costituzionale riguarda il presidente e gli altri funzionari federali soggetti alla procedura, richiede una maggioranza della Camera e, per la condanna, i due terzi del Senato. Anche senza arrivare alla rimozione di alcun esponente dell’amministrazione, le indagini e le audizioni potrebbero condizionare profondamente l’azione esecutiva. Trump si troverebbe così a gestire contemporaneamente il confronto militare esterno, la pressione parlamentare e le divisioni nella propria maggioranza, con il rischio che la crisi interna finisca per influenzare ulteriormente le decisioni internazionali.Non è escluso che le tensioni possano estendersi anche all’interno dello stesso Partito repubblicano. Le componenti più radicali, soprattutto quelle che considerano inaccettabile qualsiasi concessione a Teheran, potrebbero contestare un eventuale arretramento della Casa Bianca. In caso di una crisi interna accompagnata da disordini e violenze, Trump potrebbe valutare il ricorso a poteri straordinari, compreso l’Insurrection Act, che consente in determinate circostanze l’impiego delle forze federali per affrontare ribellioni e gravi situazioni di disordine. Non basterebbe una semplice opposizione politica o parlamentare per giustificarlo. Resta tuttavia il problema della possibile sovrapposizione tra crisi istituzionale, conflitto sociale e concentrazione dei poteri nell’esecutivo.Iran, una guerra che nessuno può permettersi di perdereSul fronte mediorientale, i nuovi raid americani contro obiettivi iraniani e la reazione di Teheran confermano quanto sia fragile la possibilità di circoscrivere il confronto. La guerra, iniziata con il coinvolgimento di Stati Uniti e Israele, ha ormai una dimensione regionale e investe direttamente la sicurezza della navigazione nel Golfo Persico, le infrastrutture energetiche e gli equilibri tra le potenze mediorientali. L’Iran conserva strumenti di pressione che non si esauriscono nella capacità missilistica: può rendere più costoso il mantenimento della presenza militare occidentale e condizionare i flussi commerciali ed energetici.Ma c’è un elemento che rende particolarmente difficile immaginare una soluzione: anche il regime iraniano non può permettersi di perdere. Dopo i bombardamenti, la decapitazione di parte della precedente leadership e la distruzione di infrastrutture militari e nucleari, la sopravvivenza della Repubblica islamica è diventata una questione esistenziale. Una sconfitta potrebbe compromettere la tenuta del sistema di potere e aprire una fase di instabilità interna dagli esiti imprevedibili. Per Teheran, quindi, resistere può essere già una forma di vittoria. Non necessariamente sconfiggere militarmente Stati Uniti e Israele, ma dimostrare di poter sopravvivere alla loro pressione.Israele e Iran, il rischio di una nuova escalation nucleareLa posizione israeliana non è meno rigida. Israele non può accettare di essere messo strategicamente all’angolo da un Iran che conservi capacità missilistiche e la possibilità di ricostruire il proprio programma nucleare. Il governo Netanyahu ha esplicitamente indicato il rovesciamento del regime iraniano come obiettivo politico e ha ribadito che Teheran non dovrà acquisire armi atomiche. Per Israele, un accordo che lasciasse intatte queste capacità potrebbe rappresentare una minaccia futura, anche qualora consentisse di interrompere temporaneamente le ostilità. Il problema è che la pressione militare non garantisce il raggiungimento di un risultato politico definitivo. Al contrario, potrebbe rafforzare la convinzione iraniana che soltanto una capacità nucleare autonoma possa assicurare la sopravvivenza del regime. Il rischio nucleare, pertanto, non è una semplice eventualità teorica. È entrato esplicitamente nella retorica della guerra. Netanyahu ha ripetutamente presentato il programma atomico iraniano come una minaccia esistenziale per Israele, arrivando il 25 ottobre a pubblicare un’immagine generata artificialmente che rappresentava un’esplosione nucleare su Tel Aviv. Il riferimento non costituisce un annuncio di impiego dell’arma atomica, ma testimonia quanto il confronto sia ormai inquadrato attraverso la prospettiva di una minaccia nucleare. Dall’altra parte, il rischio che un regime iraniano indebolito e minacciato nella propria sopravvivenza possa riconsiderare la scelta di dotarsi dell’arma atomica non può essere escluso.Ucraina, negoziati bloccati e leadership sotto pressioneLa crisi ucraina presenta una dinamica altrettanto problematica. Il percorso negoziale rimane bloccato dalla distanza tra le condizioni poste da Mosca e quelle considerate accettabili da Kiev. Le questioni territoriali, le garanzie di sicurezza e il futuro assetto militare dell’Ucraina continuano a rappresentare ostacoli difficilmente superabili. Washington cerca di mantenere aperto un canale diplomatico, ma il mancato raggiungimento di un’intesa conferma quanto siano limitati gli spazi di compromesso.Anche qui la dimensione personale dei protagonisti pesa sugli equilibri. Vladimir Putin non può facilmente presentare una conclusione della guerra priva di risultati riconoscibili come una vittoria. Una sconfitta strategica potrebbe mettere in discussione la tenuta del sistema di potere costruito intorno alla sua leadership, con conseguenze potenzialmente estreme anche per la sua sicurezza personale. Per Volodymyr Zelensky, accettare un accordo percepito come una capitolazione, soprattutto sul piano territoriale e delle garanzie di sicurezza, significherebbe mettere in discussione i sacrifici imposti alla popolazione e la stessa legittimità politica della resistenza. In un contesto nel quale la guerra ha assunto carattere esistenziale, anche la perdita del potere potrebbe comportare rischi personali gravissimi.Per Trump la situazione è diversa, ma non meno rilevante rispetto alle sue ambizioni. Il fallimento della promessa di chiudere i conflitti, unito a una guerra iraniana senza risultati e a un negoziato ucraino inconcludente, potrebbe compromettere definitivamente la sua eredità politica e consegnarlo alla storia come uno dei peggiori presidenti degli Stati Uniti. Tre leadership, dunque, con poste in gioco differenti, ma accomunate dalla difficoltà di accettare una ritirata. A queste si aggiunge il regime iraniano, per il quale la sconfitta potrebbe significare la fine dell’assetto politico esistente.Europa, deterrenza e guerra ibrida contro la RussiaPer l’Europa il problema è duplice. Da una parte, evitare che un accordo sull’Ucraina venga definito senza un suo effettivo coinvolgimento; dall’altra, prepararsi a una possibile prosecuzione del conflitto e a un ulteriore deterioramento dei rapporti con Mosca. La pressione per rafforzare il sostegno militare a Kiev e aumentare la capacità di deterrenza europea si accompagna alla necessità di predisporre una risposta alle attività russe nella cosiddetta zona grigia.È proprio su questo terreno che la guerra cibernetica assume un significato strategico. Gli attacchi alle infrastrutture informatiche, ai sistemi energetici, ai trasporti e ai servizi essenziali non sono più soltanto una questione di sicurezza tecnologica. Diventano strumenti di pressione politica ed economica, capaci di produrre disorganizzazione, costi e insicurezza senza superare necessariamente la soglia di un’aggressione militare tradizionale. Gli episodi che hanno interessato le reti europee e americane mostrano la vulnerabilità di sistemi che normalmente vengono considerati parte della vita civile. La guerra ibrida consente di esercitare una pressione continua sulle società occidentali, rendendo più difficile distinguere tra competizione, intimidazione e aggressione.La questione investe direttamente anche la Russia. Le autorità europee le attribuiscono una crescente attività ibrida, comprendente sabotaggi, incursioni informatiche, disinformazione e operazioni clandestine. Mosca respinge queste accuse, ma la pressione affinché l’Europa rafforzi la propria capacità di risposta è in aumento. Il rischio è che la risposta europea, se non accompagnata da una chiara strategia di contenimento, finisca per alimentare una spirale di misure e contromisure.La deterrenza nucleare alla prova delle crisi simultaneeÈ in questa sovrapposizione di crisi che torna centrale la dimensione nucleare. Il problema non consiste soltanto nella possibilità che uno dei conflitti in corso degeneri in uno scontro atomico. Riguarda soprattutto l’interazione tra potenze dotate di capacità nucleari, impegnate contemporaneamente in confronti militari, economici, tecnologici e strategici.La Russia considera il conflitto ucraino una questione direttamente collegata alla propria sicurezza e alla propria posizione internazionale. Gli Stati Uniti devono gestire contemporaneamente il confronto con Teheran, il rapporto con Mosca e la competizione con Pechino. Israele non intende rinunciare alla propria superiorità strategica regionale. L’Europa, dal canto suo, sta aumentando le proprie capacità militari mentre cerca di evitare un coinvolgimento diretto nella guerra.In un simile contesto, anche un incidente convenzionale o informatico potrebbe assumere una rilevanza sproporzionata rispetto alla sua portata iniziale. Un attacco alle comunicazioni militari, un’interruzione dei sistemi di allerta, un errore nell’identificazione di un vettore o un’interpretazione sbagliata di una manovra possono ridurre drasticamente i tempi disponibili per valutare una risposta. La vulnerabilità riguarda soprattutto la gestione delle crisi, quando la percezione di una minaccia imminente può prevalere sulla possibilità di verificarne la reale natura.Un nuovo attacco all’Iran come possibile innesco del conflittoLa possibile scintilla di una nuova escalation potrebbe essere proprio un altro attacco all’Iran. Un nuovo raid americano o israeliano contro installazioni nucleari, infrastrutture militari o centri di comando iraniani potrebbe provocare una risposta più ampia di quelle precedenti. Teheran ha già minacciato una reazione senza limiti geografici in caso di nuovi attacchi. Non si tratterebbe necessariamente di una risposta circoscritta a Israele: potrebbero essere coinvolte basi americane, infrastrutture energetiche del Golfo e altri obiettivi regionali. Si aprirebbe così una dinamica nella quale ogni parte potrebbe considerare insufficiente la risposta dell’avversario e decidere di alzare ulteriormente il livello dello scontro.Non siamo necessariamente alla vigilia di un conflitto nucleare. Ma sarebbe altrettanto superficiale considerare separatamente eventi che incidono sul medesimo equilibrio strategico. La deterrenza funziona quando gli attori mantengono una capacità di comunicazione, riconoscono le linee rosse reciproche e dispongono di margini sufficienti per interrompere l’escalation. Se questi presupposti si indeboliscono contemporaneamente su più fronti, aumenta il rischio di un confronto fuori controllo.La questione fondamentale non è soltanto chi riuscirà a prevalere nei singoli confronti, ma se le grandi potenze saranno ancora in grado di impedire che una crisi regionale si trasformi in una collisione globale. Perché quando la sopravvivenza di un regime, la sicurezza personale dei leader, la credibilità delle grandi potenze e la deterrenza nucleare si intrecciano, anche la possibilità di arretrare può diventare un problema strategico. E una nuova ondata di attacchi, in un simile equilibrio, potrebbe essere sufficiente a innescare una dinamica che nessuno dei protagonisti sarebbe più in grado di controllare.In geopolitica, ogni forma di determinismo deve essere considerata con cautela. Vi sono molte variabili che possono intervenire e modificare traiettorie ed esiti. Ciò non esclude, tuttavia, che una simile preoccupazione trovi fondamento nell’analisi delle dinamiche internazionali. La presenza di conflitti irrisolti nei quali si confrontano, direttamente o indirettamente, potenze dotate di arsenali nucleari, unitamente a leadership politiche il cui destino è strettamente connesso agli esiti di tali confronti, configura una combinazione di fattori ad elevata instabilità sistemica. Il rischio non risiede necessariamente nella volontà deliberata degli attori di provocare un conflitto generalizzato, quanto piuttosto nella possibilità che una successione di decisioni, reazioni e contromisure inneschi una spirale di escalation non più controllabile. È in questa eventualità, tutt’altro che riconducibile a un semplice esercizio di allarmismo, che si colloca lo scenario estremo di una terza guerra mondiale a dimensione termonucleare.