Guerre e armi, costi e ricavi

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Se fosse vero che per avere la pace bisogna preparare la guerra, il presidente Trump avrebbe avuto ben ragione nel reclamare il Premio Nobel per la pace, a giudicare dalla quantità di armi di ogni genere che gli USA hanno esportato in molti Stati del mondo durante i suoi due mandati.Il SIPRI (Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma), che calcola con assoluta precisione i traffici legali e dichiarati di armi, ci fa sapere che, nel quinquennio 2021-2025, l’incremento delle esportazioni di armi è stato complessivamente del 9,2% rispetto al quinquennio 2016-2020. Le importazioni di armi da parte degli Stati europei, nello stesso lasso di tempo, sono triplicate, aumentando del 210%.Certamente le armi possono essere considerate una necessità difensiva, ma basterà osservare che, se tutti i Paesi del mondo facessero dipendere la loro ricerca della pace da un «pareggio» fra le presunte capacità offensive altrui e le proprie capacità difensive, la corsa alle armi sarebbe inevitabile e procederebbe fino a quando l’uso di esse, cioè una guerra, non desse la tragica palma del vincitore a un Paese piuttosto che a un altro.Ma, al di là di questa visione pessimistica della convivenza, basata sulla paura invece che sulla cooperazione, il punto è un altro. Le armi sono un prodotto industriale con costi altissimi, che si calcolano in miliardi di dollari e che, ovviamente, in parte costituiscono il guadagno netto dei produttori. E dal momento che le tecnologie militari si evolvono con ritmi e costi sempre maggiori, è logico pensare che le risorse necessarie vengano prelevate in quantità sempre maggiori dai consumi, anch’essi crescenti, della società civile.Dunque, dobbiamo pensare che la storia sia una lunga scia di sangue interrotta da qualche periodo di pace? Osservando i dati storici, ci accorgiamo che non è vero. Nel corso dell’Ottocento, ad esempio, dopo il Congresso di Vienna e fino al 1870, furono realizzate scoperte e conquiste tecnologiche senza le quali il mondo sarebbe molto diverso da come è, e ciò avvenne in un periodo che vide pochissime guerre, aperte e chiuse da un paio di battaglie o poco più.Ma, tornando ai dati raccolti dal SIPRI, ci accorgiamo che buona parte delle industrie di armi produce per esportare. Quindi, se così è, le necessità difensive non solo non hanno alcun senso giustificativo, ma vengono rese più temibili dal rafforzamento di quelle potenze alle quali vengono vendute le armi.Durante la Grande Guerra, ad esempio, la Germania si rifornì di armi per combattere i franco-inglesi, comprandole dalla Svezia, che le importava dall’Inghilterra. Le cosiddette triangolazioni sono frequenti nei conflitti odierni e dimostrano che, nei conflitti, l’interesse economico legato ai traffici d’armi gioca un ruolo tutt’altro che secondario.I malumori espressi di recente da alcuni politici trumpiani riguardo al piano di riarmo che la Germania intende portare avanti sono un plateale esempio di competizione fra «alleati». Da una parte, gli USA rivendicano il diritto di chiedere ai Paesi europei di raggiungere il 5% del PIL nelle spese militari destinate alla NATO; dall’altra, però, tali spese devono servire a rafforzare l’apparato militare dell’Alleanza, che rimane sotto l’esplicita obbedienza alla Casa Bianca.Fra il 2021 e il 2025, i cinque maggiori esportatori di armi sono stati gli USA, la Francia, la Russia, la Germania e la Cina. Complessivamente, questi Stati rappresentano il 70% delle esportazioni di armi nel mondo. Fa eccezione la Russia, che nell’ultimo periodo ha fatto registrare un netto calo a causa della guerra in Ucraina, che richiede una grande quantità di rifornimenti bellici.Sommando le esportazioni dell’Europa occidentale e dell’America del Nord, si rileva che, fra il 2021 e il 2025, esse hanno rappresentato il 74% delle esportazioni di armi su scala planetaria. L’Africa ha fatto registrare un calo del 41%, l’Asia e l’Oceania del 20% e il Medio Oriente del 13%.