Una petroliera sottoposta a sanzioni americane, identificata da registri differenti con nomi e bandiere discordanti, è stata osservata mentre effettuava manovre insolite nelle vicinanze dei corridoi dei cavi sottomarini del Golfo di Oman. La vicenda emerge da un’analisi della società di intelligence marittima Windward e assume particolare rilievo alla luce delle minacce iraniane contro le infrastrutture di telecomunicazione dello Stretto di Hormuz. Non esistono tuttavia prove pubbliche che colleghino i movimenti delle imbarcazioni a operazioni di sabotaggio.La nave al centro delle verifiche è la CELESTIAL SEA, identificata dal numero IMO 9397030, un codice permanente che permette di seguirne la storia indipendentemente dai cambiamenti di nome e bandiera. Nell’aprile 2025 il Dipartimento del Tesoro statunitense la indicava come HARMONY, battente bandiera delle Barbados. Nell’ottobre 2026 Windward la identificava invece come CELESTIAL SEA, con bandiera iraniana, mentre alcuni portali commerciali riportavano dati AIS associati ad Aruba.La discordanza non dimostra necessariamente una falsificazione. Può dipendere da registrazioni storiche, informazioni non aggiornate, cambiamenti di bandiera oppure dichiarazioni trasmesse attraverso il sistema automatico di identificazione delle navi. Per accertare quale sia la nazionalità effettiva occorre verificare la documentazione presso l’autorità competente.Secondo Windward, tra il 14 e il 15 ottobre la petroliera avrebbe seguito per circa 4,3 ore una traiettoria circolare, procedendo a velocità comprese tra zero e 1,4 nodi, a circa 0,65 miglia nautiche dal corridoio del sistema di telecomunicazione 2Africa. Successivamente il segnale AIS sarebbe scomparso per 86 ore, prima di riapparire a circa nove miglia dal punto dell’interruzione.La società ha inoltre segnalato un’inversione di rotta nelle vicinanze del corridoio Bay of Bengal Gateway e un successivo ancoraggio al largo di Shinas, in Oman. Durante queste manovre la petroliera risultava priva di carico.Comportamenti analoghi sarebbero stati osservati su altre tre imbarcazioni. Una gasiera sanzionata, diretta in Malaysia con un carico dichiarato di gas di petrolio liquefatto, avrebbe rallentato il 23 ottobre vicino al corridoio 2Africa, effettuando un’inversione di circa 180 gradi prima dell’interruzione del segnale AIS. Una seconda petroliera, anch’essa sanzionata e in zavorra, avrebbe navigato per circa dieci giorni a velocità molto ridotta tra Jask e Chabahar.La quarta unità, lunga 34 metri e classificata come imbarcazione di supporto alla pesca con bandiera iraniana, avrebbe seguito tra il 21 e il 24 ottobre alcuni tratti delle direttrici Europe India Gateway e Transworld. Windward non è riuscita a identificarne il proprietario effettivo. Per le altre due grandi navi la società non ha reso pubblici nomi e numeri IMO, impedendo verifiche indipendenti sulla loro identità.Il collegamento documentale più solido riguarda la CELESTIAL SEA. Il 10 aprile 2025 l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) aveva inserito la nave, allora denominata HARMONY, tra le unità riconducibili alla rete di Jugwinder Singh Brar, accusata dal Tesoro americano di aver contribuito al trasporto di petrolio iraniano per la National Iranian Oil Company e per settori militari della Repubblica Islamica. L’aggiornamento OFAC del 4 novembre 2026 conserva il medesimo numero IMO e i dati storici associati alla designazione.Nello stesso giorno il Tesoro statunitense ha diffuso un avvertimento sull’utilizzo di false bandiere e registrazioni navali fraudolente da parte di operatori impegnati nell’elusione delle sanzioni contro l’Iran. Tra le pratiche segnalate figurano siti che imitano registri nazionali, certificazioni non verificabili e dichiarazioni di nazionalità prive di corrispondenza nelle iscrizioni ufficiali. Tra i registri oggetto di presunte impersonificazioni compare anche quello di Aruba.L’avvertimento rende significativa la discordanza dei dati relativi alla CELESTIAL SEA, ma non dimostra che la petroliera abbia utilizzato uno dei sistemi fraudolenti individuati dalle autorità americane. Il provvedimento sulle false registrazioni e la precedente designazione della nave riguardano infatti accertamenti distinti.Anche le manovre osservate richiedono prudenza. Windward ritiene che rallentamenti, inversioni di rotta e interruzioni dei segnali in prossimità dei corridoi sottomarini possano essere compatibili con attività di ricognizione. Si tratta però di un’ipotesi di intelligence, non della prova di interventi sui cavi.Le mappe pubbliche dei sistemi di telecomunicazione mostrano generalmente tracciati schematici, che non coincidono necessariamente con le coordinate esatte delle infrastrutture posate sul fondale. Inoltre, la scomparsa di una nave dai sistemi di tracciamento commerciali non dimostra automaticamente lo spegnimento volontario dell’AIS, potendo dipendere anche da problemi di ricezione o da esigenze di sicurezza.A rendere più delicato il quadro sono le dichiarazioni raccolte da Reuters il 23 ottobre presso due alti funzionari iraniani della sicurezza, rimasti anonimi. Secondo le fonti, Teheran avrebbe predisposto piani per colpire i cavi sottomarini dello Stretto di Hormuz in caso di nuovi attacchi statunitensi e israeliani. Uno dei funzionari avrebbe inoltre prospettato la possibilità di ostacolare le operazioni di riparazione.Le dichiarazioni rappresentano una minaccia condizionata e non dimostrano che le quattro imbarcazioni segnalate da Windward abbiano ricevuto istruzioni operative dalle autorità iraniane.Un eventuale danneggiamento dei cavi avrebbe conseguenze soprattutto regionali. Bahrain, Kuwait e Qatar dispongono anche di collegamenti terrestri, ma la loro capacità potrebbe non compensare integralmente l’interruzione delle infrastrutture sottomarine. Secondo TeleGeography, le reti che attraversano Hormuz rappresentano meno dell’uno per cento della capacità internazionale mondiale: un attacco non provocherebbe quindi il blocco globale di Internet, ma potrebbe compromettere seriamente le comunicazioni dei Paesi interessati.La gravità delle conseguenze dipenderebbe anche dai tempi di ripristino. In una zona caratterizzata da tensioni militari, l’accesso delle navi specializzate, le autorizzazioni e la sicurezza degli interventi potrebbero ritardare le riparazioni, prolungando gli effetti di un’eventuale interruzione.Al 6 novembre non risultano conferme indipendenti di danni ai cavi attribuibili alle imbarcazioni segnalate. Gli elementi disponibili documentano una petroliera inserita negli elenchi sanzionatori americani, anomalie nei dati di registrazione e movimenti navali considerati insoliti da una società specializzata. Non consentono invece di attribuire responsabilità per attività di sabotaggio.Per chiarire la vicenda sarà necessario verificare i registri di bandiera, la proprietà effettiva delle navi, le certificazioni, le coperture assicurative e i dati completi di navigazione. Solo il confronto tra queste informazioni e gli eventuali accertamenti sulle infrastrutture sottomarine potrà stabilire se le anomalie osservate siano riconducibili a normali operazioni marittime, a pratiche di elusione delle sanzioni oppure ad attività di ricognizione.Nel Golfo di Oman, dove transitano importanti rotte energetiche e digitali, l’incertezza sull’identità e sui movimenti delle navi costituisce già un problema di sicurezza. Ma distinguere i sospetti dalle prove rimane essenziale, soprattutto quando il rischio riguarda infrastrutture strategiche e un possibile allargamento del confronto tra Iran e Stati Uniti.