Quel percorso C nella scuola secondaria che può nascondere una discriminazione

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Nella scuola secondaria di secondo grado, ossia nella scuola superiore, l’alunno con disabilità che non segue il percorso didattico ordinario (di tipo A) si trova di fronte sin dall’inizio a un’alternativa, che gli viene prospettata, solitamente entro il 31 ottobre del primo anno, dal Consiglio di classe durante il GLO (Gruppo di lavoro operativo per l’inclusione). In base al combinato disposto, tra gli altri, dell’O.M. 90/2011, del D.I. 182/2020 e del D.I. 153/2023, il Consiglio di classe può infatti proporre o un percorso personalizzato (di tipo B), con obiettivi specifici di apprendimento assimilabili a quelli ministeriali e prove di verifica equipollenti, che conduce al diploma, oppure un percorso differenziato (di tipo C), con obiettivi e attività non equivalenti a quelli della classe, che conduce al mero ottenimento di un attestato di credito formativo, poco spendibile nel mondo del lavoro.Per le disabilità cognitive con elevata necessità di supporto, il percorso C appare spesso oggi la principale strada percorribile. Come lamentato tuttavia anche dall’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità nel gennaio 2026, in un’audizione presso la Commissione parlamentare per l’Infanzia e l’Adolescenza, molte scuole tendono a proporre il percorso C anche per disabilità cognitive lievi. Gli studenti disabili cognitivi nella scuola secondaria italiana, in base ai più recenti dati Istat 2026, sono infatti circa il 50% del totale degli studenti con disabilità, e il percorso C risulta praticato da quasi l’80% degli stessi, dunque da una quota largamente maggioritaria dei medesimi.La decisione sul percorso da intraprendere, personalizzato o differenziato, dipende largamente, come detto, dal Consiglio di classe che, dopo circa un mese di osservazione dello studente, propone nel GLO la via da seguire. Tale proposta dovrebbe essere effettuata in base a un criterio incentrato su un’analisi approfondita del profilo di funzionamento dell’allievo, nonché dell’andamento scolastico degli anni precedenti. Se si ritiene che non vi sia alcuna possibilità di raggiungere gli obiettivi didattici fondamentali previsti dai programmi ministeriali, si propone il percorso C; in caso contrario, si deve proporre il percorso B. Nella realtà odierna, le famiglie propendono tuttavia comprensibilmente per il percorso B, il quale soltanto può consentire di giungere a quel diploma così necessario per il futuro ingresso, comunque difficile, del proprio figlio nel mondo del lavoro.I genitori degli studenti con disabilità possono in effetti non accettare il percorso C e richiedere che venga applicato il percorso B. Vi sono state infatti molte opposizioni delle famiglie, negli ultimi anni, alle proposte dei Consigli di classe. In parecchi casi è però accaduto, come mostra l’alto numero di ricorsi al TAR, che quando i genitori hanno “rifiutato il consiglio”, è risultato poi difficoltoso vedere attuate in modo equanime le personalizzazioni previste dal percorso B. La conseguenza è stata spesso la bocciatura di questi studenti, che sono dunque stati indirettamente “riorientati” verso il percorso C. Sarebbe interessante allora capire se la ragione di tali insuccessi stesse nella “preveggenza” dei Consigli di classe, oppure in un’istituzione scolastica che in molte occasioni ancora fatica a porre in essere percorsi pienamente inclusivi per gli studenti con disabilità cognitiva.Un solo mese di osservazione in ogni caso, per valutare le potenzialità di uno studente, è davvero poco. La competenza didattica “speciale” dei docenti inoltre, per la cronica carenza formativa della scuola italiana, risulta limitata. Per questo motivo, soprattutto quando la loro proposta si rivela contraria ai pareri espressi dagli specialisti nel GLO, non può affatto essere ritenuta garanzia di “oggettività” per orientare la decisione. Il futuro scolastico di uno studente rischia pertanto di essere, sin da subito, indirizzato in maniera discutibile. A mio avviso, per porre rimedio a questo problema, la soluzione, sul piano normativo, dovrebbe essere quella di far diventare la personalizzazione – come è peraltro nello spirito della legislazione vigente – la regola generale per tutti i percorsi, rendendo realmente residuali i percorsi differenziati, ossia ponendo stringenti limiti alla loro attuazione.La personalizzazione degli apprendimenti, all’interno di un contesto relazionale paritetico nel gruppo classe, costituisce in effetti il processo educativo più adatto per giungere, se non a un diploma, quanto meno a sviluppare nel modo migliore le proprie potenzialità. Ciò risulta necessario per favorire in seguito la realizzazione di un adeguato progetto di vita, che porti con sé un accesso reale al mondo del lavoro. Ricordo infatti che l’esistenza che si prospetta a un disabile cognitivo disoccupato è sovente la sostanziale esclusione dal contesto sociale ordinario, o comunque la marginalizzazione in famiglia o nei centri residenziali. Per rimanere in ogni caso all’ambito della scuola, un percorso differenziato, come ulteriore problema, produce spesso nello studente anche un senso di estraneità al gruppo, che corrobora appunto le premesse per la successiva emarginazione.Scrivevo poc’anzi che i genitori possono rifiutare la proposta del Consiglio di classe di intraprendere il percorso C. Nel caso tuttavia non lo facciano, magari per una comunicazione istituzionale poco trasparente, il passaggio al regime differenziato diventa poi davvero difficoltoso da ottenere. Mentre infatti è sempre possibile passare, su decisione della famiglia, dal percorso B a quello C, non è possibile compiere il tragitto inverso se non con l’assenso del Consiglio di classe, o dopo aver recuperato, con appositi esami integrativi, tutti i contenuti disciplinari degli anni scolastici precedenti, operazione oggettivamente assai complessa da realizzare. Tali modalità risultano emblematiche, a mio avviso, del solo presunto “strapotere” dei genitori nella scuola italiana, pur lamentato da molti docenti soprattutto con riferimento alle famiglie degli studenti con disabilità.Per concludere: per quale ragione è in corso una crescente proposta di percorsi C da parte delle scuole, anche di fronte ad abilità cognitive non così compromesse? Il percorso B richiede, come detto, un notevole impegno da parte dei docenti, ovvero una marcata personalizzazione della didattica, nonché un continuo riscontro degli apprendimenti e una laboriosa predisposizione di verifiche ad hoc – che devono essere equipollenti, ossia equivalenti a quelle ordinarie negli obiettivi, ma differenti nella forma e/o nel contenuto –, da realizzare con competenza e nel pieno rispetto delle normative vigenti. Alcune associazioni di genitori hanno per questo avanzato l’ipotesi che, oltre a non possedere un’adeguata formazione, non tutti i docenti siano oggi disposti a sostenere questo sforzo. Se così fosse, tuttavia, sarebbe grave. Vorrebbe infatti dire che degli educatori stanno scegliendo deliberatamente di non investire le proprie energie sulle giovani vite più in difficoltà affidate loro, “scaricandole” sin dall’inizio.  Verificare nel tempo, da parte del Ministero, se sia davvero all’opera una tendenza artificiosa all’incremento dei percorsi C, sarà in futuro molto importante. Spesso i docenti difendono le proprie scelte adducendo il fatto che il diploma ha valore legale, e che pertanto non si può concedere a chi non sia in grado di pervenire alle necessarie competenze. Questo è vero, ma senza neppure provare a sviluppare le potenzialità di una giovane persona, è difficile sapere se dopo cinque anni avrebbe potuto raggiungere quelle competenze. La questione del valore legale del titolo di studio, inoltre, esposta sovente solo per gli studenti con disabilità, mi ha sempre lasciato piuttosto perplesso. Mi chiedo infatti dove stia tutta questa acribia di tali docenti nel valutare le competenze degli studenti non disabili quando, al primo anno di Università, ci rapportiamo a matricole che, soltanto qualche mese dopo il famoso diploma, stentano a scrivere due pagine in italiano corretto, o ad esprimersi all’orale coordinando con coerenza le proposizioni. Ebbene: tutto questo rigore nel non voler attribuire agli allievi disabili un titolo di studio “troppo generoso”, per quale motivo non viene applicato anche agli altri allievi?In una società ideale, ciascuno dovrebbe essere messo nelle condizioni di poter far fruttare al meglio le proprie risorse. Nel caso dei percorsi differenziati, invece, le capacità degli studenti con disabilità cognitiva – parliamo mediamente, in Italia, di almeno una decina di migliaia di giovani ogni anno – non sono spesso ritenute sufficienti nemmeno per iniziare il tragitto che pure, soprattutto nei casi di deficit lievi, potrebbe condurli al diploma. Mi chiedo se ciò sia sempre l’esito di una valutazione accurata da parte dei docenti, oppure se talvolta subentrino, in queste dinamiche, altri fattori da monitorare attentamente.luca.grecchi@unimib.it