Dall’Iran ai dazi, ecco l’impatto della blue wave sulla politica estera americana

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La conquista del Congresso da parte dei Democratici apre un nuovo fronte di confronto con Trump, anche sul terreno internazionale. Il risultato non trasferisce al Congresso la direzione della politica estera, ma offre all’opposizione metodi concreti per condizionare le scelte della Casa Bianca.Una nuova geografia politica per i democraticiLe midterm del 3 novembre hanno ridisegnato gli equilibri a Washington. Le posizioni dei senatori eletti offrono una prima indicazione degli orientamenti del nuovo Congresso e delle possibili divergenze con la Casa Bianca.Tra le vittorie più significative c’è quella di James Talarico, progressive christian e sostenitore del multilateralismo, contrario ai dazi di Trump e alla riduzione della cooperazione con i partner storici. In politica estera sostiene la NATO, la cooperazione con gli alleati e la difesa dell’Ucraina. Pur difendendo la leadership americana, si oppone all’unilateralismo e all’interventismo militare, privilegiando il dialogo e il rafforzamento delle alleanze.In Michigan è stato eletto Abdul El-Sayed, esponente dell’ala progressista e primo musulmano a entrare in Senato. Ha posto al centro della campagna la questione israelo-palestinese, opponendosi al sostegno militare a Israele e proponendo un embargo sulle armi. Sull’Iran sostiene la via diplomatica e critica l’interventismo e il supporto militare incondizionato a paesi come Israele, Arabia Saudita ed Egitto.Anche Peggy Flanagan, neoeletta senatrice del Minnesota, ha criticato il governo Netanyahu e si è opposta alla fornitura incondizionata di armi a Israele, Arabia Saudita ed Egitto.Queste figure segnalano una visione della politica estera diversa da quella di Trump. Pur con posizioni non sempre coincidenti, i nuovi senatori criticano la guerra in Iran, mettono in discussione la partnership con Israele e sostengono gli aiuti all’Ucraina, affinché Kyiv possa negoziare da una posizione di forza. Difendono inoltre il ruolo americano nelle alleanze storiche e nella NATO.Il containment democratico alla politica trumpiana La politica estera americana è il risultato di un equilibrio tra la presidenza e il Congresso. Se la Casa Bianca guida la diplomazia, il Congresso può condizionarne le scelte attraverso finanziamenti, sanzioni, aiuti militari e autorizzazioni in merito al war waging. Il Senato ha inoltre poteri esclusivi sulla ratifica dei trattati e sulla conferma delle principali nomine diplomatiche e governative.Sul dossier iraniano, il Congresso può limitare i fondi destinati a specifiche operazioni militari ed esercitare attività di oversight. Le decisioni operative restano prerogativa della presidenza, ma una maggioranza democratica può ostacolare i piani della Casa Bianca attraverso il controllo delle risorse.Secondo una stima del CENTCOM resa nota il 27 ottobre, il costo dell’operazione Epic Fury ha raggiunto 47,1 miliardi di dollari, soprattutto per il consumo di munizioni e la sostituzione degli armamenti. Restano in sospeso la richiesta supplementare di 87,6 miliardi presentata dalla Casa Bianca il 24 giugno, di cui circa 67 destinati alla Difesa per le operazioni in Iran e il ripristino delle scorte, e la proposta di portare il bilancio della Difesa 2027 a 1.450 miliardi di dollari, di cui 1.100 miliardi in stanziamenti discrezionali e ulteriori 350 miliardi in finanziamenti obbligatori. Entrambe attendono l’approvazione del Congresso. I Democratici potranno opporsi ai finanziamenti, chiedere condizioni più restrittive e intensificare il controllo sull’Amministrazione, mettendo in difficoltà la strategia militare di Trump.Il Congresso può incidere anche sulla politica commerciale: la Costituzione gli attribuisce il potere di regolamentare il commercio con l’estero e entrambe le Camere possono intervenire sulle basi legislative dei dazi presidenziali. Una maggioranza democratica potrebbe così esercitare pressioni sull’agenda protezionistica.Il Senato può infine incidere sugli aiuti all’Ucraina, sulle sanzioni contro la Russia e sulla ratifica di eventuali accordi, ostacolando un ridimensionamento del sostegno a Kyiv e spingendo per il mantenimento degli impegni verso la NATO e gli alleati europei.Nel complesso, il nuovo Congresso può rappresentare un contrappeso all’agenda internazionale di Trump: non sostituirà la Casa Bianca, ma potrà limitarne il margine d’azione attraverso il controllo dei finanziamenti, delle nomine e degli impegni internazionali.