Trump, alle elezioni di midterm, è stato pesantemente sconfitto e i democratici hanno conquistato la maggioranza in entrambe le Camere del Congresso. Tuttavia, l’opposizione alle principali politiche economiche del presidente Trump non si trova, purtroppo, nel Partito Democratico o tra i repubblicani anti-MAGA, ma nella grande finanza, speculativa e non. Non si tratta di un apprezzamento, ma di una valutazione oggettiva.Si è notato che da mesi The Donald non parla più della Federal Reserve, dei tassi di interesse e di altre questioni finanziarie e monetarie? Eppure, quasi quotidianamente aveva apostrofato l’ex governatore della Fed, Jerome Powell, definendolo stupido, idiota, incompetente e rivolgendogli innumerevoli altri epiteti, perché non seguiva i suoi dettami.Poi, alla scadenza del mandato di Powell, lo scorso maggio, Trump nominò il suo uomo di fiducia, Kevin Warsh. Questi, cresciuto nella banca Morgan Stanley e poi nella stessa Fed, avrebbe dovuto obbedire agli ordini del boss, in particolar modo riducendo il tasso d’interesse. Nelle sue proiezioni fantastiche, con i desiderati e continui abbassamenti del tasso, Trump immaginava di inondare il sistema di liquidità, di mantenere a galla le imprese decotte, di incentivare gli acquisti interni di bond e di altri titoli di debito americano, di far crescere il mercato delle criptovalute e di diminuire la quota di interessi debitori da pagare.Ma, nelle riunioni mensili della Fed, il tasso d’interesse non è cambiato, in particolare a causa di un’inflazione crescente provocata dall’irrazionale guerra contro l’Iran. Perché? Per il semplice motivo che, alla Fed e, in generale, sulle questioni monetarie e finanziarie, decide chi controlla le leve più importanti della finanza americana.Per esempio, i tre maggiori gestori patrimoniali americani, i fondi BlackRock, Vanguard Group e State Street Corporation, da soli gestiscono pacchetti azionari e altri titoli (assets under management) per 33-35 trilioni di dollari, una somma superiore al PIL degli USA! Spesso detengono oltre il 5% delle azioni delle più importanti banche e delle imprese di tutti i settori, compresi quelli dell’energia, della difesa e dell’IA.I tre fondi menzionati fanno parte del settore NBFI (Non-Bank Financial Intermediaries, intermediari finanziari non bancari), costituito da entità private che forniscono servizi finanziari pur non essendo banche. Tra queste rientrano gli intermediari finanziari (broker-dealer), i gestori patrimoniali, le compagnie assicurative, gli istituti di credito non bancari e i fondi di investimento. Esse sono note anche come shadow banking, il sistema bancario ombra. Secondo il Financial Stability Board (FSB), l’organismo internazionale creato dal G20 nel 2010 anche per monitorare le NBFI, il totale delle loro attività ha registrato una forte crescita, passando da circa 67 trilioni di dollari nel 2004 a 238 trilioni nel 2023. A livello globale, sono cresciute rapidamente dopo la crisi finanziaria del 2007-2009 e oggi rappresentano oltre il 50% del totale delle attività finanziarie mondiali.Negli Stati Uniti, però, esse hanno registrato una crescita strepitosa nel corso degli ultimi due decenni. Mentre le attività finanziarie complessive delle banche statunitensi rappresentano il 114% del PIL, quelle delle NBFI nel 2023 hanno raggiunto il 313% del PIL. Sempre nel 2023, il totale delle attività finanziarie di queste ultime era pari a circa 2,8 volte quello delle banche.È evidente che i tassi di interesse, per esempio, vengono modificati quando a loro conviene.Oggi le NBFI operanti sui mercati dei capitali rappresentano la principale fonte di finanziamento per le imprese non finanziarie statunitensi, coprendo oltre il 70% del finanziamento totale, a fronte dell’11% derivante da prestiti bancari.Inoltre, negli Stati Uniti, i prestiti bancari destinati alle NBFI sembrano aver costituito l’intera crescita del credito bancario nel 2025. Di fatto, le esposizioni creditizie delle banche verso il più ampio settore delle NBFI risultano piuttosto ingenti e diffuse. In base a documenti resi pubblici alla fine del 2025, si contavano circa cinquanta holding bancarie le cui esposizioni creditizie complessive, ovvero prestiti iscritti a bilancio e impegni non ancora utilizzati, verso controparti appartenenti al settore NBFI superavano il 100% del loro capitale primario (equity capital). Nei casi più estremi, tali esposizioni arrivavano a essere da quattro a sei volte superiori a tale capitale. È interessante notare che molte di queste istituzioni sono banche regionali, ovvero istituti con un attivo compreso tra i 10 e i 100 miliardi di dollari.Le istituzioni finanziarie non bancarie presentano modelli di business, bilanci e strutture di governance differenti e sono soggette a quadri normativi distinti, sia all’interno delle singole giurisdizioni sia a livello transfrontaliero. Certo, svolgono un ruolo importante nel finanziamento dell’economia reale e nella gestione dei risparmi di famiglie e imprese. Tuttavia, il finanziamento non bancario può diventare una fonte di elevato rischio sistemico, in quanto queste istituzioni utilizzano massicciamente la leva finanziaria. Inoltre, il crescente coinvolgimento degli enti non bancari nell’erogazione del credito ha dato luogo a una maggiore interconnessione con gli istituti tradizionali, anche su base transfrontaliera. Ciò significa che le loro eventuali tensioni possono propagarsi più ampiamente verso altre componenti del sistema finanziario e dell’economia nel suo complesso.Il settore NBFI è stato oggetto di attenzione da parte del Congresso USA a causa delle sue dimensioni, della sua importanza e della sua complessità. Si ritiene che rappresenti «la tematica più urgente nell’ambito della regolamentazione finanziaria odierna». Tali questioni hanno sollecitato un costante impegno da parte del Congresso, concretizzatosi, tra l’altro, in audizioni parlamentari. Vedremo cosa saprà fare il rinnovato Congresso.* Mario Lettieri, già deputato e sottosegretario all’Economia; Paolo Raimondi, economista e docente universitario.