Hantavirus e il rischio di un’epidemia di disinformazione

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Quando il Regno Unito ha notificato all’Organizzazione mondiale della sanità, il 2 maggio scorso, un focolaio di gravi malattie respiratorie a bordo di una nave da crociera battente bandiera olandese nell’Oceano Atlantico, con passeggeri provenienti da 23 paesi, il mondo conobbe l’hantavirus. Da allora una decina di casi del ceppo Andes sono stati confermati in Sudafrica, Svizzera e Paesi Bassi. Ciò che seguì, ricorda l’Omas, è stata la risposta a una delle epidemie multinazionali più complesse degli ultimi anni, nonché un test del Regolamento Sanitario Internazionale (2005), il quadro normativo globale vincolante che obbliga i Paesi a prevenire, prepararsi, individuare, segnalare e rispondere alle minacce alla salute pubblica che oltrepassano i confini nazionali. Ma se per l’Agenzia di Ginevra il rischio per la popolazione resta basso, secondo l’epidemiologo del Campus Bio-Medico Massimo Ciccozzi il vero pericolo dell’hantavirus è “l’epidemia di disinformazione”.Hantavirus e roditoriIl pericolo vero, per l’epidemiologo, è legato a un allarmismo senza basi scientifiche. “L’hantavirus è un virus zoonotico e il contagio, anche nel caso del ceppo Andes, avverrebbe soprattutto con il contatto con ambienti contaminati dai roditori. Non è ancora dimostrata una diffusione che sia stabile duratura tra esseri umani”, sottolinea Ciccozzi a LaSalute di LaPresse.Oltretutto si tratta di “un virus che si conosce dal 1950 e sembra, dai lavori scientifici, che non sia mai stata raggiunta una conferma definitiva della trasmissione uomo-uomo dal punto di vista virologico e infettivologico. Ci sono correlazioni epidemiologiche, ma non essendoci correlazioni certe virologiche non possiamo dire con certezza che ci sia un nesso casuale. Insomma, ci sono stati pochi casi sempre ambientali tra roditore uomo, come accade in una zoonosi. E poi in ambienti ristretti, con lunga permanenza di uomo e topi: grande letalità, bassa diffusione”.E il vaccino? “È inutile ad oggi. Forse lo sarebbe solo in luoghi come Argentina e Cile dove stazionano e vivono serbatoio e vettore dell’hantavirus”, dice Ciccozzi. La lezione del virus AndesEcco anche perché “sebbene si tratti di un incidente grave, l’Oms valuta il rischio per la salute pubblica come basso”, ha affermato il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus. Ma “dimostra anche perché esistono il Regolamento Sanitario Internazionale e come funziona”,Insomma, “questa epidemia ci ricorda che la sicurezza sanitaria non si costruisce durante una crisi, ma prima che si verifichi”, ha dichiarato Hans Henri P. Kluge, direttore regionale dell’Oma per l’Europa. “Il Regolamento Sanitario Internazionale ci ha fornito il quadro di riferimento. L’azione collettiva ci ha fornito la risposta”.Il focolaio di hantavirus sulla MV Hondius è il primo di questo virus su una nave. È improbabile che sia l’ultima volta che un agente patogeno mette alla prova l’architettura sanitaria internazionale in mare. Ma la risposta ha dimostrato che, quando i Paesi notificano tempestivamente, condividono i dati apertamente e agiscono in solidarietà, il sistema regge e si salvano vite umane. “La solidarietà è la nostra migliore immunità”, ha affermato il dottor Tedros. “Solo sostenendoci a vicenda possiamo rispondere efficacemente” alle minacce per la salute globale.Questo articolo Hantavirus e il rischio di un’epidemia di disinformazione proviene da LaPresse