La sindrome dell’ovaio policistico ora cambia nome: ecco perché e quali sono le conseguenze

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Per anni è stata chiamata sindrome dell’ovaio policistico, o PCOS (Polycystic Ovary Syndrome). Un nome entrato nel linguaggio comune della medicina e della salute femminile, ma che secondo molti esperti avrebbe finito per raccontare solo una parte della malattia. Ora, dopo un processo internazionale durato 14 anni e pubblicato su The Lancet, una delle riviste scientifiche più autorevoli al mondo, la comunità scientifica ha ufficializzato un nuovo nome: PMOS, Polyendocrine Metabolic Ovary Syndrome. Non un semplice aggiornamento linguistico, ma il riconoscimento ufficiale di un cambiamento profondo nel modo in cui questa condizione viene compresa dalla medicina contemporanea. Una questione rilevante se si considera che la sindrome colpisce circa il 10 -13% delle donne in età riproduttiva nel mondo, quasi 170 milioni di persone secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, e che fino al 70% dei casi resterebbe ancora non diagnosticato. Ma che cos’è davvero questa sindrome endocrino-metabolica? Perché così tante donne ricevono una diagnosi tardiva, o non la ricevono affatto? Quali sono i sintomi più comuni e che cosa potrebbe cambiare ora che la medicina ha deciso di ridefinirla ufficialmente?Da decenni un problema ginecologicoLa sindrome dell’ovaio policistico venne descritta per la prima volta negli anni Trenta, in un periodo in cui i medici associavano soprattutto alcuni sintomi riproduttivi, come assenza di ovulazione, infertilità e alterazioni delle ovaie osservate durante gli interventi chirurgici, a un’unica condizione. Da lì nacque il termine “ovaio policistico”, usato per indicare la presenza nelle ovaie di numerosi piccoli follicoli immaturi visibili all’ecografia, spesso scambiati impropriamente per vere e proprie cisti. Per decenni quel nome ha orientato il modo in cui la sindrome veniva interpretata: principalmente come un problema ginecologico legato alle ovaie e alla fertilità. Negli ultimi anni, però, gli studi hanno mostrato un quadro molto più complesso. Oggi la PCOS, o PMOS secondo la nuova nomenclatura, viene considerata una sindrome endocrino-metabolica eterogenea, in cui alterazioni ormonali, insulino-resistenza, infiammazione cronica e predisposizione genetica possono intrecciarsi in modi molto diversi da persona a persona. Non a caso molte donne non presentano vere e proprie cisti ovariche, mentre altre arrivano alla diagnosi dopo anni trascorsi tra visite dermatologiche per acne persistente, difficoltà nel controllo del peso, cicli irregolari o problemi di fertilità apparentemente scollegati tra loro. È proprio questa evoluzione della ricerca ad aver portato la comunità scientifica internazionale a considerare ormai troppo limitante il vecchio nome della sindrome.I criteri per la diagnosiUno degli aspetti che più ha contribuito alla revisione del nome riguarda proprio i criteri clinici della sindrome. Oggi la diagnosi di PCOS si basa ancora sui criteri di Rotterdam, introdotti nel 2003, secondo cui bastano due elementi su tre: alterazioni dell’ovulazione, segni clinici o biologici di eccesso di androgeni, come acne, irsutismo o alopecia, e la presenza all’ecografia di ovaie policistiche. Il problema, però, è che questi fenotipi possono combinarsi in modi molto diversi. Alcune pazienti presentano soprattutto sintomi metabolici, come insulino-resistenza e aumento del rischio di diabete di tipo 2; altre hanno manifestazioni prevalentemente dermatologiche; altre ancora scoprono la sindrome soltanto durante indagini per infertilità. A complicare ulteriormente il quadro c’è il fatto che le cosiddette “cisti” non sono vere cisti patologiche. Si tratta in realtà di piccoli follicoli ovarici, le strutture che contengono gli ovociti immaturi e che normalmente dovrebbero crescere e maturare durante il ciclo mestruale, che nella sindrome interrompono precocemente il loro sviluppo e tendono ad accumularsi nell’ovaio. Secondo gli autori del documento pubblicato su The Lancet, continuare a identificare la sindrome principalmente attraverso l’ovaio rischiava quindi di non rappresentare più adeguatamente la realtà biologica della condizione, oggi considerata sempre più una patologia sistemica endocrino-metabolica.Cosa cambia davvero?La nuova nomenclatura potrebbe cambiare concretamente il modo in cui la sindrome viene riconosciuta e affrontata nella pratica clinica. Finora il termine “ovaio policistico” ha concentrato l’attenzione soprattutto sull’apparato riproduttivo e sull’immagine ecografica delle ovaie, portando spesso medici e pazienti a interpretare la condizione principalmente come un problema ginecologico o legato alla fertilità. Oggi però molte delle complicanze considerate più rilevanti riguardano metabolismo e sistema endocrino: questo significa che la sindrome potrebbe essere intercettata prima anche in presenza di sintomi apparentemente lontani dalle ovaie, come aumento di peso difficile da controllare, alterazioni della glicemia, acne persistente o insulino-resistenza. Le donne con PCOS presentano infatti una maggiore probabilità di sviluppare insulino-resistenza, una condizione in cui l’organismo risponde meno efficacemente all’insulina e fatica a regolare i livelli di zucchero nel sangue, oltre a diabete di tipo 2, cioè la forma di diabete legata soprattutto a difficoltà nell’utilizzo dell’insulina e alterazioni metaboliche croniche. Gli studi hanno inoltre evidenziato una maggiore frequenza di sindrome metabolica, un insieme di fattori di rischio che comprende pressione alta, glicemia elevata, accumulo di grasso addominale e alterazioni dei lipidi nel sangue, e di steatosi epatica non alcolica, un accumulo anomalo di grasso nel fegato non legato al consumo di alcol. Perché questa novità potrebbe garantire diagnosi più precociNel documento pubblicato su The Lancet, il gruppo internazionale di esperti ha quindi ufficialmente spiegato che «il nome PCOS non riflette accuratamente l’eziologia, le caratteristiche cliniche o gli effetti sulla salute della sindrome» e che «l’enfasi sulle ovaie e sulle cisti è fuorviante». Gli autori sottolineano anche come la definizione utilizzata finora abbia «contribuito a confusione, diagnosi ritardate e stigma», anche perché molte pazienti «non presentano ovaie policistiche» e molte delle conseguenze cliniche più rilevanti riguardano invece «manifestazioni metaboliche, endocrine e psicologiche». Da qui la scelta di inserire nel nuovo nome i termini “poliendocrino” e “metabolico”: un tentativo di rappresentare la sindrome come una condizione «multisistemica», che richiede «un approccio multidisciplinare e lungo tutto l’arco della vita». Un cambiamento che secondo il team di ricercatori potrebbe tradursi nel tempo «in diagnosi più precoci, percorsi meno frammentati e una maggiore capacità di riconoscere sintomi che oggi molte donne affrontano per anni come problemi separati, senza una spiegazione unitaria».L'articolo La sindrome dell’ovaio policistico ora cambia nome: ecco perché e quali sono le conseguenze proviene da Open.