Intervista all’ad del Parma Federico Cherubini: «I piani del club dal progetto Krause al sogno Europa. Il perché di Cuesta e come abbiamo scelto Chivu. Il passato alla Juve e il caso plusvalenze ferita ancora aperta»

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Federico Cherubini è amministratore delegato del Parma dal gennaio 2025, dopo un lungo percorso dirigenziale costruito quasi interamente alla Juventus, dove ha ricoperto numerosi ruoli fino a diventare direttore sportivo della prima squadra. Un profilo cresciuto attraversando tutte le aree del calcio, dal settore giovanile ai prestiti, passando per il progetto Next Gen, con una formazione manageriale maturata ben prima del grande calcio, tra il lavoro e le prime esperienze in Lega Pro.A Parma, Cherubini è arrivato in una fase delicata ma anche cruciale per il club. Una società che ha un passato fatto di storia: è il quarto club italiano per trofei europei vinti dopo Milan (17), Juventus (11) e Inter (8) con una Coppa delle Coppe, una Coppa UEFA e una Supercoppa UEFA. Anni d’oro, in cui sono arrivate anche tre Coppa Italia e una Supercoppa italiana, ma a cui sono seguite stagioni difficili, tra fallimenti e ripartenza addirittura dalla Serie D, prima del passaggio nelle mani di Kyle Krause nel 2020. Dopo il ritorno in Serie A e il consolidamento della categoria, il Parma dell’imprenditore statunitense sta provando a costruire un modello sostenibile capace di coniugare ambizione sportiva, valorizzazione dei giovani e sostenibilità economica, con il player trading come leva centrale ma non esclusiva. Un progetto che guarda al lungo periodo e che punta a rafforzare il legame con il territorio, dalle Parma Legends al museo del club, passando per la valorizzazione dello Stadio Tardini e lo sviluppo commerciale del brand.In questa intervista a Calcio e Finanza, direttamente dalle sale del museo del club all’interno dello stadio, Cherubini racconta la visione strategica del Parma, il rapporto con la proprietà americana, gli obiettivi sportivi e manageriali del club, il tema delle infrastrutture e della sostenibilità, ma anche le grandi questioni del calcio italiano: dalle riforme FIGC al settore giovanile, fino al nodo seconde squadre, alla valorizzazione dei talenti italiani e al futuro sempre più internazionale del sistema calcio.Il percorso da Foligno a Parma passando per la JuventusDomanda. Come nasce il suo percorso dirigenziale, dal calcio giocato al Foligno fino alla Juventus?Risposta. «Ho giocato fino alla Serie C, poi nelle categorie dilettantistiche mentre lavoravo. A 34 anni mi si presentò l’occasione di diventare dg del Foligno appena promosso in C: lasciai le mie attività perché sentivo fosse la strada giusta. Dopo sette anni sono passato alla Juventus, dove ho ricoperto vari ruoli: dai prestiti al settore giovanile, fino al progetto seconda squadra, per poi affiancare e successivamente sostituire Paratici nell’area sportiva».D. Dalla Juventus al Parma: cosa cambia tra il ruolo di ds in bianconero e quello di ad in gialloblù?R. «Alla Juventus il ruolo di ds era più focalizzato sull’area tecnica. Ma mi è sempre piaciuto avere anche una visione più ampia del club, maturata già da dg in Lega Pro. A Parma, da amministratore delegato, sono tornato ad allargare il perimetro delle responsabilità».D. Che cosa ha trovato a Parma appena arrivato e quali sono le principali differenze rispetto alla Juventus?R. «Dal primo giorno a Parma ho respirato l’importanza di questo club. È vero che hanno dimensioni diverse, però parliamo di calcio: qui si respira tanto quello che ha fatto parte del passato glorioso di questa società e anche quello che può essere il futuro. Con questa proprietà credo possano esserci le condizioni per qualche bella storia anche in futuro».D. Una storia che passa anche da progetti come Parma Legends.R. «In questi quindici mesi una delle cose di cui sono più orgoglioso è che abbiamo riportato il progetto Parma Legends all’interno del club. C’è anche il nostro mister Nevio Scala e tanti campioni passati da qui. Proprio qualche giorno fa una delegazione del club ha fatto visita a Nevio Scala nella sua tenuta e insieme hanno chiamato Tino Asprilla per convocarlo a breve. È un progetto importante perché oltre a ricordare i fasti del passato sono testimonianza viva di un grande gruppo: quando sono insieme il tempo sembra si sia fermato».Il valore aggiunto della proprietà KrauseD. Qual è il valore aggiunto della proprietà Krause per il Parma?R. «È una famiglia, credo che questa sia una cosa importante. In un calcio in cui le vecchie famiglie stile anni ’90 sono sempre meno, è stato fondamentale per una città come Parma aver trovato una proprietà, una famiglia che decide di fare investimenti così importanti. Hanno rilevato il club da un gruppo di imprenditori parmigiani che avevano fatto un percorso straordinario perché dopo il fallimento c’è stata la risalita, ma poi quella missione era finita. Era necessario trovare qualcuno, come una staffetta, e se questa staffetta non fosse arrivata non sappiamo cosa sarebbe potuto succedere».D. Non sono mancati gli investimenti: si parla di circa 500 milioni spesi dalla proprietà Krause.R. «Sì, Krause ha garantito al Parma la possibilità di rimanere a certi livelli. Sicuramente il percorso è stato difficile perché appena comprato il club il primo anno c’è stata la retrocessione, i tre anni di B sono stati duri. Oggi, con il ritorno in Serie A e la salvezza dello scorso anno, siamo riusciti a fare un lavoro, naturalmente alimentato in maniera prevalente dal player trading, di riequilibrare i conti, arrivando più o meno al break-even».D. È una proprietà statunitense, ma rappresenta una famiglia: cosa cambia?R. «Penso a una frase che mi ha detto quando l’ho conosciuto prima di arrivare al Parma: immaginava suo nipote presidente del Parma. Questo per dire che non stava facendo un investimento speculativo né momentaneo ma che vedeva in Parma una realtà da sviluppare nel lungo periodo. Arriva in Italia tramite le aziende vinicole (acquistando tra le altre aziende vinicole storiche come Enrico Serafino e Vietti, ndr) e poi acquista il club. Ama l’Italia, sta benissimo a Parma, quando viene qui sono giorni molto intensi. Credo questo sia l’elemento positivo, appunto quello di avere una famiglia alla guida di un club».D. Parlava di break-even. Dopo anni di perdite, il Parma quest’anno ha sfiorato il pareggio nel bilancio al 31 dicembre 2025. Quanto è decisivo il player trading?R. «È evidente che il buon risultato del bilancio di quest’anno, così come quello che speriamo arrivi anche nel prossimo, passano dal player trading. Sono molto orgoglioso del fatto che il lavoro di tutto il team ci ha portato a migliorare ricavi e costi ordinari. È vero che abbiamo incassato una cifra importante dalle cessioni, ma se ci fosse stata quella e un peggioramento sui costi ordinari avrebbe avuto un sapore diverso. Invece abbiamo ridotto i costi e aumentato i ricavi operativi: questo dimostra che c’è attenzione a tutto».D. Quanto sarà difficile mantenere l’equilibrio di bilancio anche nel 2026?R. «Vedremo cosa succederà in estate. Per avvicinarsi ai risultati di quest’anno la componente player trading sarà importante, ma non è possibile pensare di recuperare 40-50 milioni sulla parte dei ricavi ordinari. Non governiamo la parte principale dei ricavi per i club di calcio, che sono i diritti tv. Dal punto di vista commerciale stiamo cercando strade per nuove linee di ricavi, ma non è facile, quindi sicuramente, al momento, la spinta del player trading resta decisiva».D. Parlava di strategie commerciali: qual è la vostra direzione?«Abbiamo un piano commerciale che non voglio definire aggressivo ma stiamo cercando di riposizionarci, anche con l’arrivo di Danilo Sciò, nostro Chief Revenue Officer. Qui è sempre stato fatto un lavoro straordinario legato alla rinascita del Parma. Dobbiamo fare un’evoluzione di quel progetto per portare Parma a sposare brand internazionali, avere una dimensione che esca anche dall’ambito locale. Dobbiamo riuscire a valorizzarci puntando sulle peculiarità di questo territorio. Noi abbiamo brand e riconoscibilità mondiale del territorio che si uniscono alla storia del Parma».Federico Cherubini e Kyle Krause (Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)Museo e non solo: il legame del club gialloblù con il territorioD. Quanto conta il legame con il territorio nel progetto Parma? Penso al museo dove siamo e al rapporto con la città.R. «Questo museo mi ha colpito per quanta storia, quanti trofei importanti ci sono. C’era già un progetto che portava le scuole qui, abbiamo aggiunto il fatto di aver aperto il museo nel giorno gara con un concetto di hospitality: diamo la possibilità di vivere un’esperienza veramente diversa. Qui abbiamo iniziato quest’anno un protocollo per cui incontriamo la dirigenza ospite. Visto che spesso in Italia manca un po’ questa abitudine, abbiamo creato questo piccolo cerimoniale di qualche minuto per cui portiamo la dirigenza degli ospiti qui: alcuni dirigenti di altri club non avevano idea di quanta storia ci fosse nel Parma».D. Un legame col territorio che riguarda anche un clima diverso da altre piazze.R. «L’atmosfera del Tardini è stata in alcuni momenti un valore aggiunto e sono convinto che lo sarà anche in futuro. Non è una piazza che mette delle pressioni a volte negative. La mia prima partita qui l’anno scorso è stata col Lecce e ci fu una contestazione assolutamente civile. La città è conosciuta per la sua civiltà e questo credo sia anche una cosa positiva perché permette agli allenatori, ma anche a dirigenti e calciatori giovani, di lavorare».D. Il Tardini può diventare sempre più un luogo di relazione e rappresentanza della città e della provincia?R. «Stiamo iniziando ad andare in quella direzione, lo spazio del museo ha anche quella finalità. Lo stadio è storico, ma siamo riusciti a ricavare degli spazi per hospitality non previsti. Ne abbiamo diversi, è in atto un processo con l’obiettivo del club di potersi dotare di uno stadio più funzionale, più moderno».D. C’è ancora l’idea di un nuovo impianto?R. «Vedremo con quali modalità e quali tempistiche, ma sicuramente c’è un obiettivo di migliorare l’infrastruttura qui, quindi rimanere al Tardini. Pensando in termini di ricavi, evidente che per toccare numeri che possano incidere per una società dobbiamo guardare anche al di fuori del calcio».Parma, dal suo arrivo a fine 2020 Krause ha investito quasi mezzo miliardo nel clubIl patron statunitense possiede il 99% del capitale sociale dei ducali che hanno chiuso il bilancio 2025 quasi in pareggio.D. Guardando invece al campo: quali sono gli obiettivi del Parma?R. «L’ambizione di Krause credo sia quella di tutti, cioè un giorno poter tornare a giocare nelle coppe europee. In questa prima fase dopo il mio arrivo ci siamo concentrati molto su due temi, uno diciamo forse inflazionato, cioè la sostenibilità, e l’altro è la competitività. Tenerli insieme a volte non è facile. Oggi abbiamo consolidato la nostra presenza con la seconda salvezza, dobbiamo aggiungere un tema di ambizione. Dobbiamo immaginare che non si possa partire ogni anno dicendo che il nostro obiettivo è restare in Serie A. Abbiamo fatto un percorso, dobbiamo avere anche l’ambizione di poter puntare a qualcosa di più importante, sapendo che è difficilissimo, sapendo che sarà strutturale per noi dover cedere, o cedere anche tante volte non per nostra volontà, ma poi c’è il mercato».D. Questo è un tema rilevante, soprattutto in provincia: come si concilia l’ambizione sportiva con la sostenibilità economica, in particolare per un club che deve fare i conti con il mercato?R. «Noi siamo nella fascia di club che ha sopra di sé in Italia e in Europa un gruppo di società abbastanza aggressive sul mercato, che quando arrivano a fare offerte sui nostri calciatori è difficile fermare. Molto spesso il tifoso deve capire che non siamo soli nel prendere le decisioni. È vero, il contratto potrebbe anche permetterci di dire “tu non vai”, ma vogliamo gente che arriva con il sorriso ad allenarsi, con l’onore di indossare la maglia del Parma. Dobbiamo abituarci al fatto che alcuni calciatori sono qui e faranno la storia per un lungo periodo, e altri staranno magari sei mesi o magari uno o due anni, ma quando saranno ceduti, comunque porteranno il loro impatto. È evidente che l’età e il ruolo mettano alcuni giocatori più sul mercato rispetto ad altri. Il nostro progetto lo vedo come simile all’Udinese, ma anche altri club, ma sono quei modelli a cui dobbiamo in qualche modo ispirarci con l’idea di voler trovare una nostra strada».La strategia dietro le scelte di Chivu e CuestaD. La vostra strada negli ultimi anni è passata dalla scelta di tecnici giovani come Cristian Chivu prima e Carlos Cuesta poi. Cosa c’è dietro questa doppia scelta?R. «C’è un denominatore comune: nella mia visione, il club sarà sempre sopra tutto. In questo senso dare la possibilità ad allenatori giovani valorizza questo buon rapporto tra il club e l’allenatore. Ho visto sia in Chivu che in Cuesta la voglia di confrontarsi con la società. Noi lavoriamo per lo stesso club, a volte ci sono dinamiche diverse che non sono positive. L’allenatore è sicuramente uno dei tesserati più importanti, ma deve essere comunque più importante il club. Non vuol dire che nella storia del Parma prenderemo per forza degli esordienti, ma questo è stato sicuramente un valore aggiunto: il fatto che sia Chivu che Cuesta abbiano lavorato in grande sinergia con tutti gli uomini del club e ci abbiano ripagato con risultati importanti».D. Cosa le ha detto Marotta quando l’Inter ha scelto Chivu?R. «All’epoca c’è stata massima correttezza e trasparenza da parte sia di Chivu sia dell’Inter nell’approcciarsi a noi. In realtà formalmente era un allenatore libero perché noi avevamo un’opzione da esercitare. In quei giorni ritenemmo corretto sederci con lui per capire se quello spirito che c’era a febbraio ci fosse anche a maggio, quindi non abbiamo esercitato l’opzione per non creare solo un vincolo che poi dovevamo rompere. Poi è nata l’opportunità Inter ed è stato tutto molto naturale».D. Non solo allenatori e squadre, state costruendo anche una dirigenza giovane: è una scelta strategica?R. «Stiamo andando verso una strada chiara: Cuesta, il ds, tanti altri dirigenti e membri dello staff. Stiamo lavorando su quello, stiamo lavorando sul concetto di giovani a 360° e non solo in campo. La proprietà è abituata a ragionare sul merito più che sull’età. Cuesta lo conoscevo, ma quello che colpisce non è la carta d’identità, bensì il fatto che abbia grandi qualità».Federico Cherubini (foto Calcio e Finanza)Il futuro del calcio italiano tra elezioni FIGC e sistemaD. Passando a temi di carattere più generale. Il 22 giugno ci saranno le elezioni per il nuovo presidente FIGC. Perché il Parma sostiene la candidatura di Malagò?R. «La nostra posizione è quella di appoggiare Malagò perché abbiamo pensato fosse più importante come Serie A dare una visione di compattezza e Malagò è quello che ha sicuramente celebrato questa compattezza avendo 19 club a supporto (l’unico contrario è la Lazio di Claudio Lotito, ndr). Al di là della persona, che in questo caso è di altissimo profilo, a prescindere da chi sarà presidente federale, credo che sarà veramente importante mettere mano alle riforme di cui il sistema ha grande bisogno».D. Che tipo di federazione immagina per il futuro del calcio italiano?R. «Se penso a una federazione, immagino una federazione che cambi pelle, nel senso di strutturarsi e organizzarsi come un club, diventando ancora più operativa. So che la federazione ha una componente prevalentemente politica. La nazionale è la punta dell’iceberg, ma la base è fatta da milioni di tesserati, centinaia di migliaia di bambini che iniziano: andrebbe organizzata questa piramide in maniera diversa. La federazione ha le sue responsabilità, che derivano appunto dall’essere alla guida del calcio italiano, ma poi ci sono anche i club, che svolgono l’attività nella quotidianità».D. Quali sono le riforme più urgenti che il sistema dovrebbe affrontare?R. «Prima di chiedere interventi, dobbiamo dare per la prima volta la sensazione di essere un sistema unico, ragionare con visione sistemica. Ci sono tanti strumenti e potenziali vantaggi, dal decreto crescita al tema delle scommesse, però dovremmo finalmente vedere un sistema che si muove come tale. La distribuzione dei pesi nel calcio italiano, guardando ad esempio alle elezioni del presidente FIGC, vedo la Serie A un po’ penalizzata considerando che è un po’ il motore del calcio italiano. Se vogliamo fare un ragionamento sui pesi, secondo me sarebbe giusto farlo ma prima ragionando di sistema».D. Tra le varie ipotesi, si parla anche di Serie A a 18 squadre: cosa ne pensa il Parma?R. «È un tema su cui i club di Serie A strutturalmente saranno divisi perché è evidente che sia un tema di contrasto. Anche lì bisognerebbe ragionare di sistema, non per la Serie A o per Inter, Juventus o Milan. È meglio che siano 18 o rimanere a 20? Se lo chiediamo alle big la risposta la sappiamo, ma il sistema che benefici può avere? Quali sono le ricadute? È evidente che noi oggi siamo in una posizione in cui dobbiamo consolidare la nostra presenza in Serie A, sappiamo che con 20 squadre è più facile riuscirci».D. La reazione all’eliminazione ai Mondiali è stata quella di proporre varie soluzioni, tra obblighi di giovani e italiani. Sono soluzioni percorribili?R. «No, non servono proposte estemporanee. Ho sentito parlare di bloccare gli stranieri, mettere obblighi per i giovani. Questo accade ogni volta perché si vuole dare una risposta di pancia. Non dobbiamo farci prendere dalla tentazione di dire cose tipo “blocco tutti gli stranieri” o “metto l’obbligo dell’Under 18”, perché secondo me con gli obblighi non risolviamo un problema».I piani del Parma per il settore giovanileD. A tal proposito, il Parma in tema settore giovanile come si sta muovendo?R. «Il settore giovanile per noi è fondamentale, spesso se ne parla magari per gli aspetti tecnici, come “abbiamo vinto questo campionato” o “abbiamo questo ragazzo interessante”. Non parliamo mai di settore giovanile riconoscendogli anche un valore come asset economico-patrimoniale, che noi in Italia stiamo sfruttando malissimo. Ne parliamo come fosse quasi un male necessario. Credo che una sana valorizzazione della filiera abbia proprio un contenuto economico».D. In che modo possono impattare economicamente?R. «Ci sono delle analisi che abbiamo fatto su quanto costano le panchine profonde delle rose in Serie A: dal ventesimo giocatore in poi, nelle rose di Serie A, i calciatori giocano pochissimo ma hanno costi importanti perché acquisiti esternamente. Se quei calciatori iniziassimo strutturalmente ad alimentarli dal sistema settore giovanile avremmo una riduzione dei costi e un valore patrimoniale aumentato. Da noi la valorizzazione della filiera, anche degli italiani, sarà la base del progetto futuro del nostro settore giovanile e anche gli obiettivi saranno orientati a quanti ragazzi del territorio riusciamo a portare in Primavera o in prima squadra, senza guardare troppo ai risultati».D. Lei è stato tra i principali fautori del progetto delle seconde squadre ai tempi della Juventus. Nei giorni scorsi, ha detto che sarebbe meglio partissero dalla Serie D: come mai?R. «In tanti si sono meravigliati, ma chi conosce il sistema europeo sa che il 60% delle seconde squadre dei top club gioca in quarta divisione. Per club come Juventus, Atalanta, Milan o Inter la Serie C può andare bene, ma per realtà come il Parma la Serie D sarebbe ideale. Oggi la nostra Primavera in Serie C farebbe fatica: serve anche un cambio culturale, capire che la Serie D può essere parte del percorso di crescita. E anche la cultura del prestito è qualcosa che va rivisto, è soprattutto italiana: così la Serie C è diventata sviluppo per conto terzi, ha perso la sua vocazione formativa. In più, anche alcune norme, come l’abolizione del vincolo sportivo, hanno penalizzato club e ragazzi: se investi sui giovani devi poter tutelare quel patrimonio, altrimenti diventa difficile costruire strutture e programmi di crescita».Il Parma sfiora il pareggio nel bilancio 2025 spinto dalle plusvalenze: le cifre tra ricavi e costiI conti del club emiliano al 31 dicembre 2025: ecco tutti i dettagli tra fatturato e spese.D. Il tema infrastrutturale quanto può impattare per il calcio italiano?R. «Sugli stadi secondo me si fa un po’ di confusione: avere impianti migliori non basta a migliorare la base. Il tema centrale è l’accesso al gioco. In regioni come Sicilia, Calabria e Campania spesso mancano strutture, trasporti e opportunità per avvicinare i ragazzi al calcio. Non è normale avere così pochi giocatori d’élite provenienti da certe aree del Paese. I costi delle scuole calcio contano, ma non sono l’unico problema: spesso pesa anche la difficoltà logistica. E poi incidono fattori sociali: alcuni studi mostrano che, per esempio, un ragazzo nato dopo settembre in un piccolo centro ha probabilità bassissime di arrivare in Serie A».D. Perché parla di mese di nascita?R. «È un fenomeno presente in tutti gli sport, chiamato RAE (Relative Age Effect): chi nasce nei primi mesi dell’anno ha spesso un vantaggio rispetto a chi nasce negli ultimi, pur essendo nella stessa categoria perché i gruppi sono divisi per anno solare. Nei settori giovanili i ragazzi “più grandi” risultano spesso più sviluppati fisicamente e vengono selezionati più facilmente. Il rischio è perdere talento tra i nati negli ultimi mesi dell’anno, soprattutto dopo settembre, perché maturano più tardi. Alcuni Paesi hanno introdotto correttivi per non disperdere questi profili, noi meno».D. Perché si dice che gli italiani costano di più? È davvero così?R. «In realtà è più complicato il meccanismo di garanzia che porta all’acquisto e che regge il sistema italiano, cioè la stanza di compensazione della Lega. Oggi demonizzare quel sistema significa mettere a rischio quello che invece è stato sempre considerato un sistema di garanzie, per cui sono sicuro che se vendo un giocatore c’è chi lo pagherà. Questo sistema, allo stesso tempo, ingessa un po’ la situazione rispetto a comprare un giocatore in altre federazioni. Con la camera di compensazione della FIFA, quindi probabilmente anche sui trasferimenti internazionali si sta andando in una direzione di dare maggiori garanzie. Inoltre oggi si può pescare su un bacino di 190 giocatori italiani di alto livello, mentre gli stranieri sono migliaia, quindi in un libero mercato c’è anche una questione di opportunità».D. State investendo molto anche sul femminile: che ruolo avrà nel progetto Parma?R. «Abbiamo un progetto femminile molto importante, ha ottenuto risultati importanti con il ritorno in Serie A lo scorso anno e la salvezza quest’anno. Siamo stati i primi ad avere una seconda squadra femminile nel calcio italiano. Abbiamo una policy sulla maternità molto importante , diamo la possibilità alle ragazze di vivere la vita senza la paura di perdere l’opportunità professionale. Stiamo facendo un investimento nel comune di Noceto, stiamo formalizzando l’acquisto del centro sportivo dove già giochiamo e che è il nostro hub del calcio femminile. Nel femminile siamo particolarmente attivi».Federico Cherubini e Fabio Paratici (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)Il passato alla Juventus e il caso plusvalenzeD. Guardando al suo passato in casa Juventus, la vicenda plusvalenze si è definitivamente chiusa. Lei non ne ha mai parlato apertamente: cosa può dirci?R. «È un tema su cui per tre anni io, come tante altre persone coinvolte, ho mantenuto un silenzio quasi sacro per rispetto delle istituzioni sportive, pur non condividendo naturalmente quanto accaduto in quel periodo. Quindi il silenzio rimane nel giudizio di quella vicenda dal punto di vista giuridico e tecnico».E dal punto di vista umano?R. «Resta umanamente una ferita profonda in me e in tutte le persone che l’hanno vissuta e che va oltre gli aspetti professionali: quando le vicende hanno aspetti mediatici così violenti e così forti lasciano ferite nelle persone che le vivono, nelle famiglie. Questo mi fa riflettere anche quando guardo ciò che accade ad altre persone per motivi magari sempre legati al mondo dello sport o del calcio. Nel nostro caso è durato qualche anno, quindi è stata anche abbastanza pesante».D. Anche per le famiglie immagino.R. «Sì, perché non è possibile che le persone finiscano in certi tritacarne senza poi sapere cosa succede, nella giustizia ordinaria così come nello sport. Ma nello sport leggere qualcosa di cui tu sei protagonista, che può avere effetti negativi o positivi su 15 milioni di persone, ti mette in una condizione complicata».D. La Juventus del decennio 2010-2020 è stata una scuola di manager: qual era il segreto di quel modello?R. «Quando penso a quell’esperienza penso anche al Parma e a come mi piacerebbe creare sempre più questa idea di gioventù in tante posizioni all’interno del club. Basti pensare – per citarne alcuni – a Paolo Capparelli, Finance Director, o ad Alessandro Pettinà, Direttore Sportivo, che sono giovani, ma con competenze importanti. Se riguardo agli anni della Juventus, abbiamo avuto dirigenti che hanno poi ricoperto ruoli importanti, a partire più noti come Marotta oggi presidente dell’Inter e Paratici direttore sportivo della Fiorentina».D. Era un tema solo di scelta dei manager o gli obblighi di Borsa hanno influito?R. «Quando arrivai dal Foligno alla Juventus, pur provenendo dalla Serie C, fui colpito dal rispetto ricevuto subito da Agnelli, Marotta e Paratici. Lì ho capito il valore del rispetto dei ruoli: la forza di quella Juventus era scegliere le persone giuste, dare responsabilità chiare e autonomia. Di quell’esperienza porto con me tanti insegnamenti che vorrei applicare anche a Parma, dove vedo grande potenzialità grazie alla proprietà, alla tradizione e alla città».D. Chiudendo con un tema più generale. Lei era alla Juventus quando ci fu la proposta della Superlega, poi fallita: il calcio europeo andrà inevitabilmente verso un modello sempre più paneuropeo?R. «Di base le ragioni che erano dietro quel progetto rimangono, poi la modalità con cui si è arrivati in maniera così dirompente ha portato anche alla reazione dell’opinione pubblica. Su questo però non dobbiamo nasconderci: le motivazioni che hanno guidato quella proposta in quel momento restano un tema oggettivo. Oggi si sta andando in quella direzione, quindi sicuramente bisogna fare qualcosa. Anche a noi piacerebbe affrontare quelle partite a livello internazionale, quindi studiare un meccanismo magari con un abbattimento geografico diverso. Sicuramente, in questo momento, le leghe domestiche rischiano di soffrire. Io sono cresciuto e ho vissuto il calcio degli anni ’90 e ho anche una componente romantica, ma oggettivamente dobbiamo prepararci a qualche cambiamento».