Rossella Ugues, 12 anni, astigiana, si è tolta la vita nel febbraio 2024. La madre Irene Roggero ha deciso di fare causa alle piattaforme social. Che a suo dire avrebbero spinto la figlia a suicidarsi. «Pochi giorni prima di togliersi la vita, Rossella si era iscritta al Gioco delle Insicurezze. Funziona così: bisogna cerchiare gli attributi di sé che non piacciono. Lei, ad esempio, aveva cerchiato la sua risata. Si era costruita questa realtà dentro sé che non corrispondeva alla percezione degli altri. Non le piaceva il suo sorriso, ma lo abbiamo scoperto dopo, quando io e mio marito ci siamo inoltrati nel suo mondo segreto fatto di immagini, reel e ricerche ossessive in rete. Eppure, tutti i suoi amici, i suoi compagni di scuola, ricordano la sua bellissima risata. Cristallina, vera», dice oggi alla Stampa.Rossella UguesLa scoperta del suicidio «per noi è stata una tragedia, probabilmente nata da altro, ma sicuramente accelerata, spinta da algoritmi e navigazioni, in sei mesi è stata come una malattia fulminante e noi eravamo senza armi. I genitori non dovrebbero essere dei carcerieri, dovrebbero essere degli educatori che accompagnano i figli nel percorso della vita. Ma spesso siamo impreparati di fronte a questa tecnologia pervasiva e sempre più pericolosa». Oggi, sostiene Irene, «c’è un pericolo profondo che spesso sfugge ai più. Non ci sono protezioni adeguate e a volte si rimane distratti da altri pericoli. Parlo di un rischio legato all’uso anomalo e distorto della tecnologia».L’uso ossessivo di smartphone e applicazioniLa preoccupazione di Roggero è «che i genitori si ritrovino soli, incapaci di mettere un freno all’uso ossessivo di smartphone e applicazioni. Rossella sembrava drogata dai social. E quando era senza, magari a seguito di una punizione, si comportava come un tossico in crisi di astinenza. Ed è in questa fase che i genitori restano impotenti. La tossicodipendenza da sostanze stupefacenti è qualcosa di riconosciuto, di studiato. Ci sono strutture che aiutano le famiglie, esperti, in qualche modo il fenomeno è conosciuto. La dipendenza dai social no. Mio marito è un consulente informatico ed io ho sempre lavorato con i computer. Pensavamo entrambi di essere in grado di gestire le insidie della rete. E invece no».Il divieto di socialRossella a volte veniva punita con il divieto di social. «Certo, qualche volta è capitato che le impedissimo di usare il telefonino o l’Ipad. Ad esempio, quando si erano attivati i parental control che avevamo impostato per proteggerla. Così l’avevamo messa in castigo. Ma lei era riuscita lo stesso a scoprire dove li avevo messi e li usava di nascosto. Ecco perché insisto nel dire che quella contro i social, e la dipendenza che essi provocano, è una battaglia difficile da combattere per i genitori, da soli, perché non possono essere specialisti in tutto. Ormai anche i bambini che frequentano le scuole elementari hanno gli smartphone. Se togli i dispositivi condanni tuo figlio ad essere isolato, se non lo fai non riesci a proteggerlo dai pericoli che nascondono».I mangaLa figlia, ricorda Irene, «si era appassionata ai Manga. Purtroppo, aveva una tristezza di fondo che la portava a fare ricerche caratterizzate da aspetti depressivi. E gli algoritmi hanno assecondato le sue ricerche. Interpretando i suoi interessi, le proponevano in continuazione contenuti dal forte impatto emotivo. Alimentando le sue fragilità. Infatti abbiamo scoperto alcune ricerche che avevano a che fare con il suicidio, anche con parole modificate, con lettere mancanti o sostituite da simboli». Lo hanno scoperto «dopo la tragedia, quando abbiamo scandagliato la memoria del suo telefonino. Abbiamo trovato immagini e alcuni reel fatti da Rossella, frutto delle sue navigazioni. Immagini di pioggia, di volti straziati, di paesaggi solitari e desolati. Tutto questo materiale è stato consegnato agli avvocati a sostegno della causa. Segno che le sue stesse ricerche finivano poi per perseguitarla, intrappolandola in una gabbia emotiva».L'articolo La donna che vuole fare causa ai social per il suicidio della figlia proviene da Open.