Nel giorno in cui a Pechino Donald Trump e Xi Jinping hanno celebrato davanti al mondo la centralità dell’asse tra le due maggiori potenze globali, Mario Draghi ha pronunciato ad Aquisgrana uno dei discorsi più politici e strategici degli ultimi anni sul futuro europeo. Il contrasto tra le due immagini è difficilmente ignorabile. Da una parte Trump e Xi che, pur restando rivali sistemici, si riconoscono reciprocamente come interlocutori indispensabili nella gestione degli equilibri mondiali. Dall’altra Draghi che descrive un’Europa ancora economicamente potente ma politicamente incompiuta, stretta tra giganti che ragionano ormai apertamente in termini di potenza, influenza industriale e sicurezza strategica.Non è un caso che l’ex presidente della Bce abbia scandito una frase destinata a restare: “Per la prima volta nella memoria vivente, siamo davvero soli insieme”. Non è soltanto un’immagine efficace. È la sintesi di un’intera stagione storica che si sta chiudendo.La fine dell’illusione europeaIl cuore del discorso di Draghi è un’ammissione che fino a pochi anni fa sarebbe stata quasi impronunciabile nei palazzi europei: il modello costruito dall’Unione dopo la Guerra fredda non regge più il nuovo contesto globale. Per decenni l’Europa ha prosperato grazie a tre presupposti impliciti: commercio globale relativamente libero, sicurezza garantita dagli Stati Uniti e progressiva integrazione economica internazionale. Oggi, sostiene Draghi, nessuno di questi pilastri può più essere dato per scontato.Mentre Trump e Xi parlano apertamente di interessi nazionali, catene strategiche, terre rare, AI e controllo delle rotte energetiche, l’Europa continua spesso a muoversi dentro procedure costruite per un mondo che non esiste più. Draghi lo dice con una nettezza sorprendente: “Il mondo che una volta aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista”.Il riferimento agli Stati Uniti è particolarmente significativo. L’ex premier italiano osserva che “per la prima volta dal 1949 gli europei devono affrontare la possibilità che gli Stati Uniti possano non garantire più la nostra sicurezza alle condizioni che davamo per scontate”. Non è antiamericanismo. È realismo geopolitico.Trump, Xi e il ritorno della politica di potenzaLe immagini arrivate oggi da Pechino aiutano a capire perché il discorso di Draghi abbia avuto un tono quasi da sveglia strategica. Xi Jinping ha definito quella tra Cina e Stati Uniti “la relazione bilaterale più importante del mondo”, mentre Trump ha parlato di rapporti destinati a essere “migliori che mai”. Dietro la diplomazia e i sorrisi, però, resta la consapevolezza che Washington e Pechino stanno negoziando direttamente gli equilibri del XXI secolo: commercio, tecnologia, energia, Taiwan, intelligenza artificiale, rotte marittime e sicurezza globale.È precisamente questo il punto implicito del ragionamento di Draghi. Se il mondo torna a essere organizzato attorno a grandi blocchi continentali capaci di concentrare capitale, industria, tecnologia e forza militare, l’Europa non può più permettersi di restare una somma di mercati nazionali protetti da barriere interne, lentezze burocratiche e interessi corporativi.Per questo il passaggio forse più interessante del discorso riguarda proprio il mercato unico. Draghi sostiene che l’Europa abbia “aperto se stessa al mondo senza completare il mercato interno”. Il risultato è stato un continente troppo dipendente dalla domanda estera, troppo frammentato per competere nelle tecnologie decisive e troppo vulnerabile sul piano energetico e industriale.Leggi anche:Draghi scopre (ora) i limiti dell’EuropaTrump, Draghi e Letta: analisi identiche su un’Europa inutileDraghi: “Basta veti! Il futuro dell’Europa è un federalismo pragmatico”L’Europa dei divieti contro l’Europa della scalaDraghi, infatti, non difende l’Europa così com’è. Al contrario, ne descrive con durezza i limiti strutturali: eccesso di regolazione, mercati dei capitali frammentati, incapacità di creare campioni industriali, resistenza agli investimenti transfrontalieri, ostilità verso il rischio e innovazione insufficiente. Quando osserva che l’Europa “ha negato ai mercati la scala continentale necessaria per avere successo”, sta di fatto criticando un sistema che ha moltiplicato procedure e vincoli senza costruire un vero spazio economico integrato.Anche il passaggio sull’intelligenza artificiale va letto in questa chiave. Draghi avverte che Stati Uniti e Cina stanno investendo somme enormi in data center, semiconduttori ed energia, mentre l’Europa rischia di restare schiacciata. E sottolinea che nell’AI “le economie che assembleranno questi vantaggi per prime prenderanno permanentemente il largo”. Non è il linguaggio del dirigismo tradizionale europeo. È piuttosto la presa d’atto che la competizione globale si gioca ormai sulla dimensione continentale.“Soli insieme”: i 27 come una sola potenzaLa parte politicamente più forte del discorso arriva quando Draghi sostiene che l’attuale struttura decisionale dell’Ue non è più adeguata alla fase storica. Secondo l’ex presidente della Bce ed ex premier, “l’azione a livello di Ventisette spesso non riesce a produrre ciò che questo momento richiede”. Non per mancanza di ambizione, ma perché le decisioni “vengono diluite e ritardate fino a diventare irriconoscibili”.Da qui nasce la proposta del cosiddetto “federalismo pragmatico”: gruppi di Paesi che decidono di integrarsi più rapidamente su difesa, energia, tecnologia e industria strategica senza attendere l’unanimità permanente. Tradotto in termini geopolitici, il messaggio è semplice: se gli europei vogliono continuare a contare devono iniziare a comportarsi come una sola potenza economica e strategica. Non necessariamente come uno Stato federale classico, ma certamente come un soggetto capace di concentrare massa critica.È questo il significato più profondo di quel “together alone”. Da soli, i singoli Stati europei diventano marginali nel confronto tra Washington e Pechino. Insieme, invece, l’Europa può ancora aspirare a essere uno dei poli decisivi del nuovo ordine mondiale.Difesa, energia e industria: il ritorno della realtàColpisce anche il tono estremamente concreto usato da Draghi sulla difesa europea. Per anni Bruxelles ha parlato di autonomia strategica quasi esclusivamente in termini teorici. Oggi il linguaggio è cambiato. Draghi sostiene apertamente che la dipendenza militare dagli Stati Uniti finisca inevitabilmente per condizionare anche commercio, tecnologia ed energia.Allo stesso tempo, però, evita accuratamente ogni retorica antiamericana. Anzi, insiste sul fatto che “una Europa capace di difendersi potrebbe persino essere un alleato più prezioso”. Il punto centrale non è rompere con Washington, ma smettere di essere irrilevanti.Ed è difficile non collegare queste parole al vertice di oggi tra Trump e Xi. Mentre Stati Uniti e Cina discutono da pari a pari di Taiwan, Hormuz, AI, dazi e sicurezza energetica globale, Draghi avverte gli europei che il tempo della delega è finito.Un discorso che va oltre la tecnocraziaMolti lettori continueranno probabilmente a vedere Draghi come l’espressione di una cultura tecnocratica distante dalla realtà quotidiana di ogni Paese europeo e dell’Italia in particolare. E alcune diffidenze non sono prive di fondamento. Eppure il discorso di Aquisgrana ha un valore politico che sarebbe un errore liquidare con superficialità. Perché fotografa con lucidità una trasformazione ormai evidente: il mondo è tornato a essere dominato dalla competizione tra grandi potenze continentali e l’Europa rischia di trovarsi nel mezzo senza la forza necessaria per difendere i propri interessi.Per questo il passaggio finale del discorso suona quasi come un ultimatum storico. Draghi sostiene che “i leader europei devono decidere se sono disposti a mettere la sostanza prima del processo”.In altre parole: meno liturgie burocratiche, meno frammentazione interna, meno illusioni regolatorie. Più scala, più integrazione reale, più capacità industriale e più forza politica. Per un continente che per decenni ha pensato di poter sostituire la potenza con le procedure, è già una piccola rivoluzione culturale.Enrico Foscarini, 14 maggio 2026L'articolo Draghi: “O l’Europa cambia registro o saremo sudditi di Usa e Cina” proviene da Nicolaporro.it.