C’è un pezzo di America che continua a parlare all’Europa, anche mentre la stagione trumpiana scuote le fondamenta del rapporto transatlantico. Ed è da qui che il Partito democratico prova a ripartire: non dalla rimozione del fenomeno Trump, ma dalla comprensione delle sue radici sociali, economiche e culturali. L’iniziativa interna promossa dalla fondazione Demo presieduta da Gianni Cuperlo — con studiosi ed esperti tra cui Nathalie Tocci, Antonio Monda, Giovanna Botteri, Alberto Melloni e Mario Del Pero — è servita proprio a questo: leggere l’America oltre la cronaca quotidiana e immaginare una ricostruzione del legame tra Europa e Stati Uniti. Un percorso che, nel Pd, viene considerato strategico anche oltre la stagione di Donald Trump. Ne parla su Formiche.net, Piero Fassino deputato dem e vicepresidente della Commissione Difesa alla Camera.Onorevole Fassino, dall’incontro promosso dalla fondazione di Gianni Cuperlo che fotografia emerge dell’America di Trump?È emersa anzitutto la necessità di comprendere le ragioni profonde del consenso raccolto da Trump. Un consenso che non nasce dal nulla, ma affonda le sue radici nella grande crisi del 2008-2009. La bolla immobiliare ha travolto milioni di famiglie americane che avevano costruito il proprio equilibrio economico anche sulla valorizzazione delle case e sulla possibilità di accedere ai consumi a credito. Quando quel sistema è crollato, una parte importante del ceto medio si è ritrovata improvvisamente in una condizione di precarietà economica e sociale. Trump ha saputo intercettare quella rabbia già nella sua prima vittoria, presentandosi come il candidato dei dimenticati. E quel modello lo ha riproposto anche nelle ultime elezioni, ampliando ulteriormente la platea di chi si è riconosciuto in quel messaggio.Quindi il trumpismo va letto soprattutto come una conseguenza della crisi del ceto medio?Sì, certamente è uno degli elementi. La crisi del ceto medio americano ha prodotto insicurezza, paura del declino sociale e sfiducia verso le élite tradizionali. In questo vuoto si è inserita la narrazione trumpiana. Però, allo stesso tempo, oggi vediamo anche una crescente reazione rispetto a quella politica.A cosa si riferisce?Ci sono segnali molto evidenti. Penso, ad esempio, a quanto avvenuto al Senato americano, dove la mozione che chiedeva di subordinare eventuali atti di guerra al passaggio parlamentare non è passata per un solo voto, con tre senatori repubblicani schierati insieme ai democratici. Ma ci sono anche le grandi manifestazioni di questi mesi, i risultati elettorali nelle città e negli Stati americani, dove democratici sono e progressisti stanno ottenendo affermazioni significative. Uno scenario confermato anche dai sondaggi secondo cui una maggioranza di cittadini americani non condivide le politiche di Trump. Tutto questo rende il quadro più fluido e lascia immaginare che le elezioni di Midterm possano rappresentare un punto di svolta.Che riflessi ha tutto questo sull’Europa e più in generale nel rapporto transatlantico?Il rapporto tra Europa e Stati Uniti resta strategico. Naturalmente dire che è strategico non significa pensare che debba restare immutato. Trump ha colpito duramente le relazioni transatlantiche e oggi serve un lavoro di ricostruzione politica, culturale e diplomatica, che passa per un’Europa che accresca il suo profilo di soggetto politico e non solo economico. Solo un riequilibrio dei rapporti può dare linfa ad un’alleanza transatlantica chiamata a fare i conti con un mondo globale e plurale. È esattamente il senso dell’iniziativa promossa dalla fondazione Demo: capire come rilanciare un asse tra Europa e America democratica.Ed è anche il terreno su cui il Pd vuole muoversi?Assolutamente sì. Il Partito democratico considera fondamentale rafforzare il rapporto tra il Partito socialista europeo, i democratici americani e il Pd stesso. La segretaria Elly Schlein lo ha ribadito con chiarezza: il legame transatlantico rappresenta anche un argine rispetto alle spinte destabilizzanti provenienti dalla Russia e dalla Cina. Difendere quel rapporto significa difendere un equilibrio democratico globale che oggi è messo seriamente alla prova.