“La Flotilla trattata come il 7 ottobre”. La vergognosa idiozia del grillino Carotenuto

Wait 5 sec.

Le immagini che arrivano da Israele non sono belle. Diciamolo subito, senza giri di parole e senza fare i tifosi da stadio: vedere gli attivisti della Global Sumud Flotilla ammanettati, inginocchiati, esposti e perfino presi in giro dal ministro Ben-Gvir non è uno spettacolo edificante. Non ci piace. Non ci piace il tono, non ci piace la scenografia, non ci piace quell’idea di umiliazione pubblica che trasforma una questione già delicatissima in un teatrino muscolare. Uno Stato serio, anche quando ritiene di avere ragione, non ha bisogno di mettere in scena la vittoria sull’avversario politico, sul manifestante, sull’attivista. Basta applicare la legge, tutelare i diritti, garantire l’incolumità delle persone e poi rispedirle a casa. Punto.E infatti, per quanto si apprende, l’onorevole Dario Carotenuto e il giornalista de Il Fatto Quotidiano Alessandro Mantovani hanno lasciato Israele nella tarda serata di ieri, con rientro previsto a Roma Fiumicino. Gli attivisti fermati dalla marina israeliana sono stati sbarcati ad Ashdod, identificati e avviati alle procedure per il rimpatrio. L’ambasciata italiana a Tel Aviv si è mossa, il ministro Antonio Tajani ha avuto contatti con il collega israeliano Gideon Saar, insistendo perché i cittadini italiani fossero liberati al più presto e perché venissero garantiti i diritti e l’incolumità di tutti. Bene. È esattamente ciò che deve fare uno Stato quando dei suoi cittadini finiscono in una situazione del genere: proteggerli, assisterli, riportarli a casa.Detto questo, però, c’è un limite oltre il quale la propaganda diventa una castroneria. E la castroneria, quando si parla di guerra, ostaggi, terrorismo, morti veri e stupri veri, non è più soltanto una sciocchezza: diventa benzina sul fuoco. Carotenuto, deputato del Movimento 5 Stelle, in un’intervista a La Stampa ha parlato di “attivisti sequestrati”, di “rapimento di massa” e ha persino paragonato quanto accaduto agli ostaggi israeliani rapiti da Hamas il 7 ottobre. Ecco, qui bisogna fermarsi. Perché le parole hanno un peso. E se non hanno più peso, allora vale tutto: un fermo diventa un sequestro, un’identificazione diventa una deportazione, una bravata politica diventa Auschwitz, una marina militare diventa Hamas.Ma siamo seri. Per fortuna, e ci mancherebbe altro, nessuno degli attivisti italiani è stato ucciso. Nessuno è stato brutalizzato come furono brutalizzati gli israeliani il 7 ottobre. Nessuno è stato stuprato. Nessuno è stato trascinato in un tunnel di Gaza. Nessuna famiglia italiana sta aspettando da mesi il corpo di un figlio o la liberazione di una madre. Si può criticare Israele, eccome. Si può dire che quelle immagini sono indecorose. Si può sostenere che l’operazione sia stata politicamente sbagliata, e magari anche giuridicamente discutibile. Ma equiparare il fermo degli attivisti della Flotilla al massacro del 7 ottobre significa perdere completamente il senso della misura.Ed è proprio questo il punto. Chi usa parole così enormi non aiuta la causa che dice di difendere. Non aiuta Gaza, non aiuta i palestinesi, non aiuta gli attivisti, non aiuta nemmeno il dibattito pubblico italiano. Aiuta solo quei quattro soloni da tastiera che sui social non aspettano altro per invocare la fine di Israele, per trasformare ogni fatto in una sentenza capitale, per cancellare qualsiasi distinzione tra critica a un governo e odio verso uno Stato. È il solito meccanismo: si parte da una contestazione legittima e si finisce nel delirio ideologico. Si parte dalle immagini brutte di Ashdod e si arriva alla retorica del “governo sequestratore”, dello “Stato criminale”, del “tutto è consentito”. Dopodiché, chi prova a mettere ordine viene accusato di complicità.Tra gli italiani fermati c’erano anche Antonella Bundu, ex consigliera comunale a Firenze ed ex candidata di Toscana Rossa alla presidenza della Regione, e Dario Salvetti, del collettivo di fabbrica dell’ex Gkn di Campi Bisenzio. Erano sulla Don Juan, una delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla abbordate dalla marina israeliana. Hanno fatto la loro scelta politica, discutibile o condivisibile che sia. Israele ha fatto la sua, discutibile o condivisibile che sia. Il governo italiano ha il dovere di riportarli a casa e di vigilare sul rispetto dei loro diritti. Tutto questo sta dentro una normale dialettica internazionale, anche aspra, anche tesa, anche sgradevole. Ma non sta dentro il 7 ottobre. Quello no.“Io ho preso le botte, Dario Carotenuto ha preso le botte, altri hanno preso molte più botte di noi. Ho visto persone con sospette fratture delle braccia e delle costole. Quasi tutti quelli che passavano per il container di ingresso venivano picchiati e sentivamo le grida dall’esterno. Anche gli abbordaggi sono stati molto più violenti che in passato. Questo è il volto di Israele e questo purtroppo è niente in confronto a quello che Isreale fa a 9mila prigionieri palestinesi”, ha detto il giornalista del Fatto Quotidiano Alessandro Mantovani, anche lui appena rientrato insieme a Carotenuto in Italia. “Se Israele può fare tutto questo è perché ha il sostegno dei governi occidentali, europei, compreso il nostro, che questa volta ha protestato”. Secondo Mantovani, sia a lui che a Carotenuto hanno “messo le manette e le catene alle caviglie” e “siamo stati portati all’ufficio di polizia dell’aeroporto Ben Gurion. Lì sono stato in cella tutto il pomeriggio e poi alle undici e mezza ci hanno messi su un aereo per Atene”. Leggi anche:Brutta storia, brutte immagini. Ma io non solidarizzo con la Flotilla di Alessandro SallustiPerché il 7 ottobre non è una metafora buona per tutte le stagioni. Non è un’etichetta da incollare sul primo fatto che ci indigna. È stato un massacro terroristico. È stato l’assalto a civili inermi. È stato il rapimento di uomini, donne, anziani e bambini. È stato il punto più atroce di una ferita che ancora sanguina. Usarlo per descrivere il fermo di attivisti che, poche ore dopo, vengono assistiti dalle autorità consolari e rimpatriati, non è coraggio politico. È irresponsabilità.E allora sì, diciamole entrambe le cose, perché la libertà di pensiero serve proprio a questo: quelle immagini da Israele sono brutte e Ben-Gvir avrebbe fatto meglio a risparmiarsi l’ennesima esibizione muscolare. Ma Carotenuto avrebbe fatto meglio a risparmiarsi l’ennesima iperbole da comizio permanente. La critica a Israele non diventa più forte se perde il contatto con la realtà. Diventa più debole. Diventa caricatura. E soprattutto regala argomenti a chi sostiene che, dietro certe battaglie umanitarie, non ci sia più la difesa dei diritti, ma solo l’ossessione ideologica contro Israele.Franco Lodige, 21 maggio 2026L'articolo “La Flotilla trattata come il 7 ottobre”. La vergognosa idiozia del grillino Carotenuto proviene da Nicolaporro.it.