Cgil: “Boicottiamo i farmaci israeliani”. Poi l’azienda licenzia e loro frignano

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È cosa nota che la sinistra italiana e i suoi affezionati sindacati abbiano uno spiccato talento per l’autolesionismo. Fra i tanti esempi di questa propensione tafazziana c’è sicuramente quello della linea dura contro i prodotti delle aziende israeliane. Eh già: l’invito degli intellettuali da salotto e dei professionisti delle piazze è noto da tempo. Poiché in Israele sarebbe in corso un genocidio — definizione sostenuta ostinatamente nonostante i riscontri della giustizia internazionale siano assai più controversi — il Paese dovrebbe essere tassativamente boicottato in nome dell’anti-sionismo.Poi però, quando arriva il conto salato fatto di tagli produttivi e posti di lavoro a rischio nelle aziende israeliane presenti in Italia, ci si straccia le vesti in nome dei lavoratori. Ed è esattamente ciò che sta accadendo in questi giorni relativamente a Teva Pharmaceutical Industries, multinazionale farmaceutica leader nei farmaci generici, con sede a Tel Aviv ma con importanti impianti produttivi anche nel nostro Paese.La CGIL e pezzi del Partito Democratico dimenticano — o fingono di dimenticare — di aver sostenuto in prima persona campagne di boicottaggio, definendole un gesto di civiltà. Alcune sedi della CGIL, mesi fa, hanno persino applaudito il rifiuto simbolico di farmaci Teva nelle ASL.Il risultato? Un drastico calo degli ordini negli stabilimenti italiani di Villanterio, Santhià, Rho e Caronno Pertusella. L’azienda ha dunque avviato un piano globale di contenimento dei costi. E così, ora, la stessa CGIL esprime grande preoccupazione per la tenuta occupazionale. Degli autentici geni.E il problema non riguarderà soltanto i lavoratori dell’azienda israeliana, ma anche i malati e il Servizio sanitario nazionale: Teva produce infatti una quota enorme di farmaci equivalenti low cost che alleggeriscono sia le spese delle famiglie sia quelle delle casse pubbliche.Questo è l’effetto domino della cieca opposizione a Israele. Molti ignorano che, attraverso questi tentativi di ritorsione tanto simbolici quanto sterili, non si colpisce affatto Tel Aviv. L’Italia non è una potenza tale da cambiare gli equilibri mediorientali boicottando qualche prodotto.Lo stesso meccanismo di autolesionismo si osserva nel memorandum di cooperazione militare Italia-Israele, siglato nel 2003 e ratificato nel 2005. L’accordo prevedeva scambi tecnologici, addestramento congiunto, intelligence e ricerca in ambito difesa. Si rinnovava automaticamente ogni cinque anni, ma lo scorso aprile il governo guidato da Giorgia Meloni ha sospeso il rinnovo automatico “in considerazione della situazione attuale”, dopo mesi di pressing da parte dell’opposizione — Movimento 5 Stelle, sinistra radicale, giuristi e associazioni pro-Palestina in testa — che chiedevano la revoca completa dell’intesa.Il ministro Guido Crosetto ha scritto al collega israeliano Israel Katz. Israele ha minimizzato: “Per noi non cambia nulla”. Ed è probabilmente vero. Per noi, invece, qualcosa potrebbe cambiare eccome.Perché Israele, costantemente preso di mira dai suoi vicini, possiede un livello tecnologico e di intelligence fra i più avanzati al mondo. La cooperazione con Tel Aviv non rappresentava beneficenza gratuita, ma un preciso interesse nazionale. In un mondo sempre più instabile, tagliare i legami con uno dei pochi partner tecnologici realmente affidabili significa indebolirsi da soli. Ma l’opposizione, come nel caso Teva, ha trasformato una scelta pragmatica in una questione morale assoluta.La retorica anti-israeliana tout court non ci renderà paladini della giustizia e finirà soltanto per produrre ulteriori danni. Ma nel nostro Paese la fantasia difficilmente riuscirebbe a concepire ciò che accade nella realtà. E così chi è causa del danno provocato a migliaia di lavoratori finge poi di difenderli, dopo aver arbitrariamente combinato la frittata.Alessandro Bonelli, 16 maggio 2026L'articolo Cgil: “Boicottiamo i farmaci israeliani”. Poi l’azienda licenzia e loro frignano proviene da Nicolaporro.it.