di Mario Lettieri e Paolo Raimondi * – Secondo l’ultimo “Global Debt Monitor” dell’Institute of International Finance (IIF), alla fine di marzo il debito globale, pubblico e privato (aziende e famiglie), ha raggiunto i 353 trilioni di dollari. Questa impennata segue il record di 348 trilioni registrato alla fine del 2025, quando il debito globale era aumentato di circa 29 trilioni di dollari.L’IIF è l’associazione internazionale delle maggiori istituzioni finanziarie (400 membri di 60 paesi), con sede a Washington e Pechino, che elabora analisi e ricerche riguardanti i mercati e la finanza globale.Intitolato “Storm Clouds: Debt Markets on a Precipice” (Nuvole tempestose: i mercati del debito sull’orlo di un precipizio), il rapporto mostra che il debito globale è aumentato di oltre 4.400 miliardi di dollari solo nel primo trimestre, seguendo il ritmo di crescita più rapido dalla metà del 2025. Ciò è stato determinato dall’aumento dell’indebitamento negli Stati Uniti, in particolare da parte del governo. L’espansione fiscale di Washington ha contribuito in modo rilevante all’aumento del debito globale.Anche la Cina ha contribuito. La netta accelerazione dei livelli di indebitamento delle imprese non finanziarie, la maggior parte delle quali sono società statali, ha superato quella del governo cinese.Cina e Stati Uniti hanno finora guidato l’accumulo di debito globale, una tendenza che potrebbe diffondersi a causa della guerra in Medio Oriente e delle crescenti tensioni geopolitiche. Comunque, la Cina ha progressivamente ridotto le proprie partecipazioni in titoli del Tesoro statunitense da quando il presidente Trump ha lanciato la prima guerra commerciale durante il suo primo mandato.Il rapporto ha evidenziato anche una crescente divergenza nei mercati del debito: il credito alle imprese ha mostrato resilienza, grazie alle emissioni legate all’IA, mentre i mercati dei titoli di Stato hanno subito una rinnovata pressione a causa della continua espansione fiscale e delle maggiori esigenze di rifinanziamento.Il debito globale si attesta al 305% del PIL mondiale. Tuttavia, le tendenze regionali sono diverse, con rapporti debito/PIL in calo in alcuni mercati maturi, ma non negli Usa, e in costante aumento nelle economie emergenti.I maggiori incrementi del rapporto debito/PIL si sono registrati in Norvegia, Kuwait, Cina, Bahrein e Arabia Saudita, ognuno con aumenti superiori al 3%. I livelli di debito nei mercati emergenti, esclusa la Cina, sono aumentati raggiungendo 36.800 miliardi di dollari, trainati principalmente dai prestiti governativi. Un modesto ammontare rispetto al livello globale e addirittura inferiore al solo debito pubblico americano.Si evidenzia anche che, a differenza dei periodi passati, c’è una tendenza degli investitori a diversificare i propri portafogli, mostrando maggiore interesse per i titoli di Stato giapponesi ed europei e minore interesse per quelli del Tesoro statunitense. Purtroppo, le mattane di Trump hanno un effetto negativo globale.L’IIF ha avvertito che le pressioni strutturali potrebbero richiedere livelli di indebitamento elevati. Tra queste vi sono l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle spese per la difesa e la sicurezza, il finanziamento della transizione energetica, i requisiti di cybersicurezza, gli investimenti nell’IA, le tensioni geopolitiche e l’inflazione.I mercati hanno finora assorbito l’aumento delle emissioni, ma persistono i rischi di rifinanziamento nei mercati emergenti.L’impatto della guerra in Iran sui mercati del debito è rimasto finora “contenuto”, ma gli autori del rapporto avvertono che esso si inserisce in un quadro più ampio di “intensificazione” delle tensioni geopolitiche e dei conflitti armati dal 2020.Questi cambiamenti comportano rilevanti implicazioni fiscali, con conseguenze per i tassi di interesse e le dinamiche inflazionistiche.Lo studio prevede che il rapporto debito/PIL degli Usa continuerà ad aumentare ed evidenzia che anche le proiezioni del Congressional Budget Office indicano un deterioramento delle prospettive fiscali a lungo termine.Al riguardo è rilevante notare l’ammonimento dell’ex Segretario del Tesoro Henry Paulson, riportato dall’agenzia Bloomberg, che esorta le autorità statunitensi a preparare un piano di emergenza per un eventuale crollo della domanda di titoli di Stato. Paulson ha gestito la crisi finanziaria del 2008 e afferma che la prossima potrebbe essere più difficile da affrontare. “Per quanto grave sia stata, la crisi del 2008 aveva comunque lasciato al governo la capacità di intervenire con misure fiscali”, ha affermato. Una crisi del debito pubblico oggi sarebbe fondamentalmente diversa. Se la fiducia nei titoli di Stato venisse meno, gli stessi strumenti di cui il governo avrebbe bisogno per reagire diventerebbero più difficili da utilizzare.* Mario Lettieri, già deputato e sottosegretario all’Economia; Paolo Raimondi, economista e docente universitario.