“Non sono mai stata una persona facile da ‘indottrinare’”. Casadilego non ha usato troppi giri di parola per descriversi. L’artista, vincitrice di X Factor 14, programma di cui conserva “un ricordo di grande confusione”, dopo essersi esibita al Concerto del Primo Maggio 2026, ha annunciato le date del suo tour estivo che partirà, a Padova, il 16 giugno presso il Sherwood Festival. Il 9 gennaio scorso, invece, dopo quasi sei anni di attesa dal suo ultimo progetto discografico (“Casadilego”, 2020, l’EP uscito subito dopo la vittoria di X Factor), la cantautrice ha pubblicato il suo primo album, “Silenzio (tutto di me)”.Un disco che rappresenta uno spartiacque artistico e identitario rispetto a come l’aveva conosciuta il grande pubblico durante il talent di Sky. I primi brani pubblicati da Casadilego, come da lei raccontato, non piacevano “né a me né alle persone con cui” li ha fatti. Perché? “Un avventuriero vuole andare a scovare il tesoro mentre, magari, un altro vuole soltanto esplorare il mondo”. La cantante, a FqMagazine, ha raccontato il proprio riposizionamento artistico, il rapporto che la lega con il silenzio e la sua, “piccola battaglia personale giornaliera” con l’AI che, “se non utilizzata per scopi di ricerca” è “becera, pericolosa e terribile”. In altre parole? “Fan***o, spero esploda. Non succederà purtroppo, però la odio”.Hai vinto X Factor 14 ai soli 17 anni: che ricordo hai?Ho un ricordo di grande confusione. Una mezza specie di lutto, una cosa involontaria che ha portato la mia vita a cambiare completamente dal giorno alla notte. A volte riesco a vederne i lati positivi, altre solo quelli negativi. È un grande spartiacque della mia vita: fulminante.A Fanpage avevi detto che X Factor fosse una realtà che non ti rappresentava: perché?Ho sempre studiato musica classica, fin da piccola, senza pensare né preoccuparmi dell’esistenza del mondo in cui vivo e pratico ora. Per me non esisteva neanche questa fetta di mercato musicale, non mi interessava assolutamente. Ero esposta, in prima persona, non solo con la realtà del mercato discografico, ma anche con tutte le persone che ci lavoravano, a tutti i livelli. Poi però impari a conoscere il mercato e capisci come individuare i suoi strati, ma diventa difficile rifuggirlo e dargli una sola identità. Anche perché ha diverse sfaccettature.Come hai vissuto il post programma?È stato assolutamente molto complesso perché si alleggia sempre in superficie. Si fa una gran fatica ad andare in profondità: ci sono dei linguaggi e delle regole per stare a galla e, quando sei piccolo e sei senza esperienza, non le conosci, banalmente. Quindi è difficile. L’ho gestita al meglio delle mie capacità. Poteva andare molto peggio, anche se a livello emotivo è stata comunque una durissima botta. Ma la consapevolezza di ciò che la musica è per me mi ha salvata dall’arrendermi anche se, ancora oggi, è una cosa con cui combatto. Però, alla fine, rimane questo amore incondizionato e puro per quello che è la musica e resta questo totale disinteresse, per fortuna e per sfortuna, per il mercato, che mi aiuta a continuare.È stato complicato perché non hai avuto qualcuno che ti indirizzasse o lo è stato per tuoi motivi personali ed artistici? La risposta, così come la verità, sta nel mezzo. I motivi, personali ed artistici, mi hanno reso una persona molto difficile da guidare. Ho avuto più persone che hanno cercato di insegnarmi a stare al mondo, come se fosse nuovo. Io sono sempre stata capace di stare al mondo, però nel “mio mondo” e non in quest’altro (del mercato e delle classifiche, ndr). C’è stata una persona che ha cercato di farmi muovere i primi passi ed ha provato a spiegarmi delle cose, ad “armarmi”. Però non sono mai stata una facile da “indottrinare”. Quindi i suoi insegnamenti, adesso parlo di una persona sola nello specifico, sono andati completamente perduti. Non hanno avuto una vera utilità, perché volevo imparare altro. L’insegnante non è mai sbagliato, lo studente non è mai sbagliato, bisogna solo trovarsi.E infatti hai anche cambiato etichetta discografica, passando da una major ad un’indipendente: in cosa non vi eravate trovati?Non c’è una via sbagliata o una giusta da percorrere. Solo che un avventuriero vuole andare a scovare il tesoro mentre, magari, un altro vuole soltanto esplorare il mondo. E quindi bisogna che si mettano entrambi gli avventurieri nella condizione di arrivare al proprio obiettivo.Negli anni hai pubblicato sporadicamente musica: cosa c’è dietro questa scelta?Prima del progetto d’esordio, tutto quello che è stato condiviso (con la sua prima etichetta discografica, ndr) è stato un tentativo mio, disperato, di inseguire quello che mi chiedevano. E il discorso vale anche per loro perché hanno cercato di trovare il modo di farmi fare quello che ritenevano fosse giusto.Il risultato?È stato che quella musica non piaceva e non piace né a me né alle persone con cui l’ho fatta. È uscita un po’ così per fare dei tentativi lavorativi, economici e di percorso. Per fortuna, nel frattempo, ho lavorato con il cinema e con il teatro, che sono state le uniche cose che hanno lasciato qualcosa a me e al mio piccolo pubblico. Che chiamo “piccolo” perché sono pochi quelli che davvero sono interessati a questo viaggio. Tutti gli altri ci sono capitati per caso e, magari, un giorno scopriranno che non gli interessa e che si erano innamorati di una persona che non esiste. Tutto quello che è successo dal mio disco in poi, è una scelta dettata totalmente da una necessità. La mia manager dice “for love, not for money” (per amore, non per soldi, ndr). Ed è proprio il riflesso di ciò che stiamo facendo.Qual è il significato di “Silenzio (tutto di me)”La parola ed il concetto del “silenzio” portano con sé questa dualità del fatto che possa essere esattamente come il vuoto riempitivo. Nel silenzio, nel buio e nel vuoto possiamo trovare un suono, una luce, uno spazio e, allo stesso tempo, possiamo lasciarci sovrastare dalla sensazione di solitudine.Cosa ti ha insegnato, in questi anni, lo “stare in silenzio”?Ho imparato lo stare in silenzio perché non avevo altre possibilità. Ci sono dei momenti nella vita in cui le circostanze zittiscono noi tutti e, in quel momento, attraversi delle fasi ed impari il dolore di questa cosa. C’è l’ansia, la repressione, l’affanno di voler parlare e di non poterlo fare, non solo in senso metaforico, ma proprio di “esistere, essere, e vivere”. Allo stesso tempo, però, scopri l’opportunità che il silenzio può essere. Ed anche se forzato, facendo un lavoro, impari ad utilizzarlo. Se non ci fai un lavoro, probabilmente, ci muori dentro.Nel disco ci sono brani che hai scritto anni fa: come li hai resi attuali?Questo è stato Dani Castelar (produttore artistico del progetto, ndr) che fa i suoi miracoli come un mago creatore. Fosse stato per me non ci sarebbero mai state queste canzoni, ma le persone che hanno lavorato a questo disco trovavano della luce in queste giovani tracce. E, anche per amore della piccola Elisa che le ha scritte, ho deciso di dare loro una chance. Grazie al cielo questo disco è stato fatto da dei super musicisti.È un disco analogico, molto suonato: cosa vi ha spinto verso questa direzione artistica?Perché è quello che ci piace e ho avuto la fortuna di avere delle persone che me l’hanno permesso e basta, è proprio così semplice. È stato un privilegio perché ci è stato permesso: non è stata una scelta, è stato finalmente un poter fare le cose come mi piace farle.In “Verdeforesta” dici: “Milano è una bolla di fumo, tu non respiri”: che rapporto hai con la città? Ora vivo a Milano (ride, ndr). È stata una relazione complicata quella tra me e questa città: mi sono trasferita in quell’anno malefico, forzatamente, e quindi mi sono ritrovata tutto a un tratto sola, senza i miei genitori, senza i miei amici, senza nessuno. Mi sono ritrovata nella parte sbagliata per i miei gusti della città. Ero in una zona un po’ asettica, per persone molto benestanti, cosa che io non avevo mai vissuto nella mia vita. Non sapevo come barcamenarmi dentro questo nuovo mondo, quindi non uscivo di casa e non l’ho esplorata la città. Mi sentivo in una bolla di fumo. Ho cominciato anche a fumare.Con chi hai scritto il brano?Con una persona che ha vissuto la stessa mia cosa. L’abbiamo scritta un po’ per fuggire da questa sensazione di essere nel posto sbagliato, di essere soli ed arrabbiati con la vita per averci portato in un luogo che non ci voleva, ostile. Poi con il passare degli anni, in realtà, ho cominciato a imparare a conoscere Milano. Ed è una città piena di segreti, piena di portali, fatta di quartieri.“Devo salvarmi da me, in un posto nuovo”: cosa intendi?Tutte le volte che qualcuno mi chiede di spiegare questa canzone rimango un po’ senza parole perché mi sento di essere riuscita a fatica, con le unghie e con i denti, a condividere una sensazione inspiegabile attraverso quelle strofe. Mi trovo davvero difficoltà, ma credo che significhi, guardandola da lontano – ed anche se la risposta non sarà abbastanza – spingersi ad uscire dalla propria interiorità, verso un posto nuovo che non sia la tua testa. Quando rimani troppo dentro di te diventi sia il tuo nemico che il tuo eroe, e non è una cosa molto sana.“How Things Change” l’hai scritta tutta in inglese: come bilanci l’uso delle due lingue?Eh, chi lo sa? (ride, ndr). Il mio cervello, per fortuna e a volte anche purtroppo, è completamente bilingue quindi, delle volte, decide di scrivere in italiano e altre in inglese. Poi ovviamente a livello di equilibrio in un disco in italiano, ci saranno canzoni nella nostra lingua, però se c’è qualcosa che ci appassiona in inglese, a quel punto la inseriamo nel disco.Nelle storie di Instagram hai ricondiviso un post che chiedeva di boicottare, in massa, ChatGPT: perché?Perché sono assolutamente d’accordo ed è una mia piccola battaglia personale giornaliera. Credo che l’intelligenza artificiale, soprattutto generativa, se non utilizzata per scopi di ricerca, quindi scientifica o medica, sia becera, pericolosa e terribile fin dal concetto iniziale, che è quello proprio di rubare secoli e secoli di mani e di menti altrui per riprodurre delle cose. È una violazione intima dei corpi delle persone vive o che sono state vive negli anni. Poi, soprattutto, fa malissimo al pianeta e ci rende sempre meno capaci di utilizzare il nostro cervello per ricercare informazioni, per imparare a risolvere problemi e per barcamenarci nel mondo. È una scorciatoia malefica che viola l’intimità delle altre persone e degli altri artisti, e in più ci toglie pure l’acqua potabile. Quindi fan***o, spero esploda. Non succederà purtroppo, però la odio.L'articolo “X Factor è stato una mezza specie di lutto. Ho imparato a stare in silenzio perché non avevo altre possibilità. La mia manager dice ‘per amore, non per soldi’, lo stiamo facendo”: parla casadilego proviene da Il Fatto Quotidiano.