Dimartino: «L’intelligenza artificiale non potrà mai sostituire un cantautore con una chitarra su un palco» – L’intervista

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Il discorso si era interrotto con Afrodite nel 2019, oggi riprende con L’improbabile piena dell’Oreto e non sembra passato un minuto. Non sembra che per Dimartino nel mezzo ci sia una meravigliosa parentesi insieme al collega e amico Colapesce, una parentesi dentro la quale troviamo due ottimi Festival di Sanremo, due album di inediti acclamati da pubblico e critica e un film assolutamente delizioso. Forse normale a questo punto ritrovarlo in una dimensione intima, ridotta all’essenziale: chitarra, voce e poco altro, che poi sarà anche il modo in cui ha scelto, perlomeno inizialmente, di presentare l’opera dal vivo. E poi un fiume che scorre e le sensazioni che ne derivano, riportate in musica con una poetica altissima, da cantautore di razza.In che momento della tua carriera ti coglie questo disco?«Mi coglie in un momento, devo dire, di privilegio. Perché è un momento in cui mi sono potuto permettere di fare un disco che non aveva ambizioni da classifica o per riempire stadi o palasport. Un momento abbastanza creativo, sono molto contento di avere fatto un disco con questa tranquillità, con questa totale voglia di dire le cose intime in maniera semplice. Penso di avere fatto un disco che volevo fare, che non è scontato, perché mi è capitato spesso, anche da solista, di fare dei dischi e poi pentirmene subito. Questa volta ancora il pentimento non è arrivato.»La parentesi con Colapesce ha avuto un grande successo mainstream, visto che è il tuo primo disco solista subito dopo quella lunga collaborazione, hai sentito la pressione di dover ottenere un risultato altrettanto mainstream?«Con Lorenzo penso che abbiamo avuto la lungimiranza di conservare comunque una nostra identità artistica, anche come duo. Naturalmente in due noi amplifichiamo le nostre individualità, però siamo stati molto lungimiranti a salvaguardare il fatto che siamo due cantautori e anche i contenuti, nel senso che parliamo di cose di cui non dobbiamo vergognarci. L’idea di fare un disco di canzoni da radio, di hit, non è stato mai nei miei intenti, avrei tradito me stesso. La mia idea era quella di scrivere un disco folk che in qualche modo riprendeva il solco dei dischi che avevo fatto dal 2010 fino al 2019. Per me ho ripreso la linea che avevo lasciato e ho continuato il mio percorso in maniera molto naturale. Tra l’altro in questo disco ci sono delle parti musicali, ma anche delle parti di testi, che avevo scritto dieci anni fa, non è un disco che è nato in questi mesi.»Il tuo disco è assai poetico, assai emozionante, un approccio purtroppo abbastanza demodé nella musica italiana di oggi…«Questo è il risultato che io ho sempre cercato di ottenere con le mie canzoni. Sono d’accordo con il fatto che sia demodè però, ti ripeto: il godere di questo privilegio, di poter fare anche una cosa demodè, mi fa sentire abbastanza libero. Non mi forzo per farlo, lo sforzo per me sarebbe cercare di inseguire per forza la classifica. L’idea di scrivere un disco come questo, anzi, mi tiene nella mia comfort zone, che in questo momento, ti dico la verità, mi rende molto contento.»Hai deciso di presentare questo disco unplugged, ma come mai questa scelta?«La voglia di farlo unplugged è venuta perché il disco è stato costruito attorno a una chitarra acustica, attorno alla quale girano un coro di cinque donne, un quartetto d’archi e un po’ di elettronica organica. Quindi in realtà il disco si presta moltissimo a portarlo in luoghi soltanto voce e chitarra. Poi questa idea di arrivare sul palco, prendere un jack e una chitarra e cantare senza nessuna mediazione di sorta, di loop station o effetti visivi, fumo o quant’altro, mi entusiasma. Cioè i entusiasma l’idea che la canzone possa vivere a prescindere da una serie di parastrutture che cerchiamo sempre di mettere. È un momento questo in cui è necessario che la canzone torni a essere come quando è nata e questi posti che ho scelto predispongono, secondo me, l’ascoltatore ad un tipo di fruizione. Vedere la gente che ha finito tutti i biglietti in un giorno, senza sapere neanche cosa avrei fatto, mi piace molto. Vuol dire che c’è della gente che ha bisogno, in qualche modo, anche di questo tipo di spettacolo.»Credi che, appunto, di riflesso all’eccessivo utilizzo della tecnologia, poi si possa riaprire un po’ il mercato del cantautorato classico e che possa tornare ad essere anche economicamente efficace?«Guarda, economicamente efficace non lo so, però sicuramente quello che l’intelligenza artificiale non può sostituire è un cantautore con una chitarra su un palco. Se ci pensi, l’intelligenza artificiale può scrivere ormai una canzone, può scrivere un disco, può anche produrre una canzone. Ormai Suno può fare tutto quello che noi facevamo in mesi di studio, però sicuramente non riesce a ricreare una persona con una chitarra su un palco davanti alle persone, questo l’intelligenza artificiale non riesce a farlo. La performance è insostituibile in questo momento, ma credo che è la cosa che non sarà mai sostituita. Io già vedo dei segnali rispetto questo ritorno alla performance senza mediazioni e io ci credo molto nel valore della canzone cantata tu per tu che provoca emotivamente qualcosa tra l’artista e l’ascoltatore.»Il disco lo hai registrato quasi tutto a Palermo, vero?«Sì, il disco con Roberto Cammarata l’abbiamo fatto praticamente tutto a Palermo, ci siamo presi il nostro tempo. Figurati che i pianoforti li ho registrati il giorno di Santo Stefano, il 26 dicembre ho telefonato a Roberto e gli ho detto: “Posso venire a fare i pianoforti?”, e lui mi ha detto “Va bene, dai vieni”. Sono andato in studio e quei pianoforti hanno il suono di quel giorno, di quella lentezza senza orari. Avevo voglia di scrivere un disco che si prendesse il suo tempo, che fosse il tempo di quel disco. E infatti non ci sono click, non ci sono grandi suoni, grandi sintetizzatori, è tutto abbastanza naturale, semplicemente chitarre riprese con un microfono e io che canto.»Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?«A me piacerebbe che questo disco intanto venisse ascoltato tutto di fila, il mio intento sarebbe questo. Cioè clicchi play e in quella mezz’ora non scrolli, non mandi email, te lo ascolti e basta. Perché la mia idea è che questo disco sia come questo fiume che scorre, le canzoni non sono separate, la coda di un pezzo diventa l’intro del pezzo consecutivo. E questa idea di ascolto in qualche modo era nei miei intenti. Mi piacerebbe che qualcosa di intimo che ho scritto in qualche modo diventasse qualcosa di intimo per qualcuno che ascolta»L'articolo Dimartino: «L’intelligenza artificiale non potrà mai sostituire un cantautore con una chitarra su un palco» – L’intervista proviene da Open.