Applausoni a Mario Draghi. Ma fino a ieri dov’era?

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È quasi teatrale, forse persino involontariamente comico, vedere Mario Draghi salire sul palco di Aquisgrana, ricevere il Premio Carlo Magno e spiegare all’Europa che l’Europa non funziona. Lo scenario era perfetto: il municipio neogotico, la città di Carlo Magno, l’Ascensione, la liturgia europeista, il gotha continentale seduto in platea. Ursula von der Leyen, Friedrich Merz, Kyriakos Mitsotakis, Christine Lagarde. Tutti lì ad applaudire il Professore, l’uomo che più di molti altri incarna l’establishment europeo degli ultimi vent’anni. E Draghi, da par suo, non si è limitato al compitino. Ha consegnato una diagnosi brutale: l’Europa è fragile, dipendente, lenta, arretrata sul piano tecnologico, esposta alla domanda estera, incapace di decidere. Soprattutto, è sola. “Per la prima volta a memoria d’uomo siamo davvero soli, insieme”, ha detto l’ex presidente della Bce.La frase funziona. È potente, elegante, drammatica quanto basta. Però apre una domanda che a Bruxelles preferiscono non farsi mai: ma questa Europa sola, sguarnita, indecisa, incapace di proteggersi, chi l’ha fatta così? No. È stata quella classe dirigente che per anni ha governato le istituzioni europee, le banche centrali, i governi nazionali e le grandi scelte economiche del continente. E Draghi non è un passante. Non è un commentatore arrivato ieri dalla provincia a scoprire che il mercato unico è incompleto e che l’Europa sulla difesa conta poco. È stato presidente della Banca centrale europea per otto anni. È stato premier dell’Italia, uno degli Stati fondatori dell’Ue. È stato ed è ancora una delle figure più ascoltate del circuito comunitario. Dunque quando spiega che l’architettura europea è imperfetta una piccola nota a margine sarebbe utile: quell’architettura non l’ha osservata da lontano, ne ha abitato le stanze migliori.Il punto centrale del discorso è stato il rapporto con gli Stati Uniti. Secondo Draghi, l’America di prima non c’è più. Washington è meno affidabile, più muscolare, più interessata ai propri affari. “Il partner da cui ancora dipendiamo è diventato più conflittuale e imprevedibile. L’Europa ha cercato la negoziazione e il compromesso. Per lo più non ha funzionato. Per ora, l’Europa ha bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare la partnership su basi più eque”.Tradotto dal linguaggio felpato dei consessi europei: abbiamo passato anni a raccontarci che bastassero regole, tavoli, compromessi, comunicati finali e conferenze stampa. Poi ci siamo accorti che il mondo, fuori dal perimetro di Bruxelles, ragiona anche in termini di forza, energia, tecnologia, sicurezza, industria, catene di approvvigionamento. Insomma: tutto ciò che l’Europa ha spesso trattato come un dettaglio tecnico o, peggio, come una materia da sacrificare sull’altare della virtù regolatoria.Draghi ha bocciato anche la strategia della diversificazione commerciale, tanto cara alla Commissione e alla Germania. Non basta, dice. Se va bene, porterà appena uno 0,5% di Pil in più. E soprattutto “se l’apertura rimane la nostra unica risposta – ha rimarcato – diventa l’assenza di una decisione”. Qui il ragionamento è anche condivisibile. L’apertura dei mercati non può diventare una religione se gli altri giocano con sussidi, dazi, materie prime, tecnologia e potenza militare. Ma anche qui il dubbio resta: chi ha venduto per anni agli europei l’idea che bastasse essere il continente delle regole, della concorrenza perfetta e della moral suasion? Chi ha lasciato che la politica industriale diventasse quasi una parolaccia, mentre Stati Uniti e Cina costruivano campioni nazionali e filiere strategiche?La ricetta di Draghi è nota: più mercato unico, più politica industriale, più difesa comune, più decisioni europee, meno unanimità, più debito comune. Soprattutto su energia e difesa, l’ex premier apre a una nuova stagione di indebitamento europeo: “Laddove ci troviamo di fronte a sfide veramente comuni, come l’energia e la difesa – ha sottolineato – dovremmo rimanere aperti a un indebitamento europeo comune”.Ed eccoci al cuore politico della questione. Ogni volta che l’Europa fallisce, la soluzione proposta è sempre più Europa. L’Europa non decide? Togliamo potere di veto agli Stati. L’Europa è debole? Facciamo debito comune. L’Europa non ha una difesa? Costruiamo una struttura parallela, o complementare, alla Nato. L’Europa è lenta? Avanti con gruppi di Paesi volenterosi. Draghi lo chiama “federalismo pragmatico”. “Alcune iniziative funzioneranno; altre no. Ecco perché è pragmatico. Ma è anche federalismo, perché gli esperimenti non sono casuali”. La formula è raffinata. Ma sotto la formula resta un problema democratico enorme: chi decide? Con quale mandato? Con quale controllo dei cittadini? Perché il superamento dell’unanimità può anche sembrare efficiente, finché a essere messo in minoranza non è il tuo Paese. A quel punto non si chiama più efficienza: si chiama cessione secca di sovranità.Sulla difesa, Draghi è stato altrettanto chiaro. “Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi abbia inizio”. E propone di dare sostanza all’articolo 42.7 dei Trattati, cioè alla clausola di mutua difesa, magari attraverso coalizioni di Paesi accomunati dalle stesse minacce. Anche qui, difficile negare il problema. L’Europa non può pensare di vivere per sempre sotto l’ombrello americano, soprattutto se l’America cambia priorità. Ma la difesa comune non nasce per decreto, né con un applauso ad Aquisgrana. Servono bilanci, industrie, comandi, armi, strategie, opinioni pubbliche disposte a sostenerle. E serve soprattutto una politica estera comune, che oggi semplicemente non esiste. Basta guardare alle divisioni tra Est e Ovest, Nord e Sud, atlantisti, neutralisti, mercantilisti e moralisti da conferenza stampa.La parte più interessante del discorso, però, è forse quella sui partiti sovranisti. Draghi ha osservato che “Persino i partiti che hanno costruito la loro identità sulla sovranità nazionale riconoscono ora che nessuna nazione europea può difenderla da sola”. Vero. Ma questo non significa automaticamente che i cittadini vogliano consegnare tutto a Bruxelles. Significa piuttosto che la sovranità, nel mondo reale, non è uno slogan: è capacità di decidere, produrre, difendersi, comprare energia, controllare tecnologie, proteggere confini e interessi. E qui sta la grande contraddizione europea. Per anni si è spiegato agli elettori che la sovranità nazionale era un residuo del Novecento, una nostalgia pericolosa, una roba da populisti. Oggi gli stessi che la deridevano scoprono che senza sovranità non c’è sicurezza, non c’è industria, non c’è potere negoziale. Solo che invece di restituire responsabilità alla politica, propongono di trasferirla un gradino più su.Draghi, come spesso gli accade, vede benissimo la malattia. Il punto è che la cura rischia di essere prescritta dagli stessi medici che hanno seguito il paziente per anni senza accorgersi che stava peggiorando. E allora sì, l’Europa è davanti a un pericolo. Ma il vero risveglio non consisterà nel ripetere che serve “più Europa”. Consisterà nel chiedersi quale Europa, per fare cosa, con quali limiti e sotto il controllo di chi.Perché se l’Unione non funziona, non si può sempre dare la colpa agli americani, ai cinesi, ai sovranisti, ai frugali o alla cattiva sorte. Prima o poi bisogna guardare in faccia chi questa Unione l’ha pensata, guidata, difesa e celebrata. Anche quando si chiama Mario Draghi.Franco Lodige, 15 maggio 2026L'articolo Applausoni a Mario Draghi. Ma fino a ieri dov’era? proviene da Nicolaporro.it.