Il vertice Trump-Xi non sembra aver prodotto svolte clamorose, ma conferma una realtà ormai consolidata: Washington resta la principale potenza globale, senza però riuscire a imporre cambiamenti strutturali a Pechino. Parola di Zeno Leoni, ricercatore in Studi strategici al King’s College di Londra e membro del Lau China Institute, che ha accettato di rispondere ad alcune domande di Formiche.net sull’incontro tra i due leader e, più in generale, sui rapporti di forza tra le due superpotenze dell’odierno contesto internazionale.In molti hanno detto che a questo summit Trump sarebbe arrivato in una posizione di debolezza rispetto a Xi, sia per la questione di Hormuz che per quella dei dazi. Le notizie sull’andamento dell’incontro confermano questo equilibrio?La narrazione su chi sia forte o debole esercita sempre un forte richiamo nel dibattito giornalistico. Tuttavia, parlerei piuttosto di un equilibrio, evitando una lettura che sottintenda una Cina inevitabilmente in ascesa e Stati Uniti in una posizione statica o di declino. In un sistema internazionale composto da Stati sovrani, caratterizzato da interdipendenza economica e dalla persistente rilevanza della geografia nei rapporti di forza, il divario deve essere molto ampio prima di poter parlare realmente di una posizione di forza o di debolezza. Una maggiore capacità militare o economica da parte di uno stato, infatti, non si traduce automaticamente in una maggiore capacità di determinare gli esiti politici o strategici nei confronti dell’altro.Tra i vari temi i commentatori si aspettavano che quello di Taiwan avrebbe avuto un ruolo centrale. Le aspettative sono state confermate? Il primo giorno mi sembra sia stato caratterizzato da un confronto franco e, con la stessa franchezza, Xi ha sollevato anche la questione di Taiwan. Tuttavia, lo ha fatto in modo prudente, limitandosi a sottolineare che si tratta di un tema sul quale i due Paesi mantengono posizioni divergenti. In questo modo, il leader cinese ha ottenuto un duplice risultato: da un lato ha soddisfatto le aspettative del pubblico interno, dall’altro ha mantenuto un approccio diplomatico e misurato.Nel complesso, però, non possiamo dire che il summit ha toccato più di tanto i rapporti di forza nell’Indo-Pacifico…Come non lo sono cambiati sostanzialmente negli ultimi quindici anni, da quando gli Stati Uniti hanno iniziato a rafforzare la propria presenza in termini di livello di massa militare e forza economica. A oggi gli Stati Uniti sono ancora la potenza dominante, ma non abbastanza da poter imporre dei cambi strutturali. E ovviamente la Cina non può imporre cambi strutturali agli Stati Uniti, ma solo resistere alle pressioni americane. Gli Stati Uniti vogliono mantenere un rapporto di forza a loro favore sia rispetto a Taiwan che all’Indo-Pacifico nel complesso, che continuano a vedere come la regione strategicamente più importante per i prossimi decenni.Allo stesso tempo, però, non possiamo aspettarci un ulteriore irrigidimento statunitense nell’area, e specialmente nella cosiddetta First Island Chain…Difficile aspettarsi un simile sviluppo, soprattutto in un momento come questo in cui gli Stati Uniti sono in overstretch. Già dieci anni fa c’erano state delle problematiche. Certamente però, come accennavamo prima, la loro presenza non diminuirà. E sinceramente non credo che Washington accetti di lasciare a Pechino una sorta di “sfera d’influenza”.Secondo lei ci potrebbe essere un interesse statunitense nel cercare di cooptare la Russia in ottica anticinese? Si parlava di questa prospettiva già trent’anni fa, quando a ventilarla erano esperti del calibro di Kissinger e Mearsheimer, che prevedevano come la Cina sarebbe divenuta il rivale sistemico degli Usa e he quindi un riavvicinamento con la Russia sarebbe stato alquanto funzionale. Sicuramente c’è un senso logico in tutto ciò. E guardando ai comportamenti di Trump, sembra quasi di vedere un suo tentativo di portare avanti questa idea. Ma sappiamo bene che gli Stati Uniti non sono solo il loro presidente, e che c’è un apparato tecnico-burocratico che contribuisce ad orientare la politica estera. E poi questo approccio sulla carta funziona benissimo, ma sul piano pratico potrebbe non essere così semplice.Con l’India, invece, potrebbe non essere altrettanto complesso…Sicuramente gli Stati Uniti già sfruttano la rivalità sistemica tra Cina e India per i loro interessi. Ma non è tutto rose e fiori: ultimamente ci sono state alcune tensioni tra Washington e Nuova Delhi, e nonostante i loro problemi l’India e la Cina vanno abbastanza d’accordo nei fora multilaterali perché affrontano problemi simili. In India c’è sempre un acceso dibattito interno sul quanto allinearsi con gli Stati Uniti, soprattutto adesso che le velleità di nazionalismo e di autonomia del Paese sono alquanto robuste. Ma rispetto al caso della Russia, sicuramente Washington ha un maggiore margine di manovra.Oltre all’Indo-Pacifico la competizione tra Stati Uniti e Cina tocca anche altre aree, che non sembra siano state oggetto del dialogo tra Trump e Xi. Penso in particolare ad Africa ed Artico. Che prospettive ci sono?Penso che saranno entrambi fronti di primaria importanza. Alcuni, come gli europei, ancora non l’hanno capito: parlano tutti di andare nell’Indopacifico, che è una cosa abbastanza difficile da concretizzare, invece di pensare all’Africa che è altrettanto importante, e che potrebbero approcciare più facilmente. Non so dire che forme prenderà di preciso questa competizione. Sicuramente, almeno nel breve-medio periodo, non ci sarà uno scontro “diretto”, anche perché la Cina non ha ancora le capacità di proiettare il proprio potere militare in aree non limitrofe. Magari vedremo guerre per procura e tentativi di manovrare i tanti attori locali, sfruttando la marcata frammentazione geopolitica del continente. A questo proposito, credo che i recenti interventi in Nigeria dell’amministrazione Trump abbiano a che fare anche con un tentativo di stressare la presenza americana nella regione, proprio in un’ottica simile.Per quanto riguarda l’Artico, invece?Stessa cosa, anche qui i cinesi non hanno una presenza militare concreta. Ed è difficile aspettarsi che Pechino si doti in breve tempo di un modello come quello americano di “hub and spokes“, capace di sostenere logisticamente le operazioni militari. Sinceramente non vedo neanche un tentativo cinese di sviluppare la propria presenza artica in questo senso. Dubito che andranno oltre esplorazioni di tipo “pseudoscientifico” che nascondono palesemente altri interessi.