Diabete, questo sconosciuto. Soprattutto se la forma di malattia a cui ci si riferisce è quella di tipo 1. L’indagine “La conoscenza degli italiani sul diabete di tipo 1”, promossa da Sanofi e condotta da SWG, delinea uno scenario allarmante: per quanto il 53% degli intervistati ritenga di essere informato sulla malattia, solo un italiano su 10 conosce la differenza tra la forma di tipo 1 e quella di tipo 2 della patologia. Inoltre continuano a essere radicate false convinzioni, come quella secondo cui il diabete di tipo 1 sarebbe causato dal consumo eccessivo di dolci.Per fare chiarezza sul tema, Sanofi ha organizzato nella sua sede di Milano l’evento “Immunodiabetologia: una nuova era per il diabete di tipo 1”, a cui ha preso parte una rosa di esperti che ha affrontato tutti i punti critici emersi dall’indagine SWG, a partire da ciò che differenzia le due forme della patologia. Il tipo 1 è infatti una malattia autoimmune in cui il sistema immunitario distrugge le cellule beta pancreatiche responsabili della produzione dell’insulina, che il paziente deve quindi assumere per via esterna; il tipo 2, invece, è una patologia metabolica che si può contrastare con i farmaci e attraverso uno stile di vita sano.Gli esperti hanno sottolineato la svolta che negli ultimi anni è stata impressa per contrastare la malattia. “Siamo di fronte a una nuova era per il diabete di tipo 1 che passa principalmente dal progresso della ricerca scientifica, ma che ha bisogno di un nuovo modo di interpretare e raccontare la malattia”, ha dichiarato Raffaella Buzzetti, Presidente della Società Italiana di Diabetologia (Sir). “Per farlo, è necessario comprenderne la sua natura immunologica e lavorare per aumentare la consapevolezza sui fattori di rischio e sull’importanza della diagnosi precoce”.Da sinistra: il dottor Fabiano Manna, Francesca Ulivi e la moderatrice Giulia Mengolini. (Foto: LaPresse)Le conseguenze di questa tipologia di diabete non sono solo fisiologiche, ma hanno un impatto anche sulla qualità di vita dei pazienti, a partire dalle implicazioni sociali della malattia. “Soprattutto nei casi pediatrici, le ripercussione del diabete coinvolgono il nucleo familiare, la comunità di riferimento, la scuola, le attività sportive che il minore praticherà. Parliamo quindi di una malattia che porta con sé ancora un grosso stigma rispetto alla accettazione della socialità delle persone che ne soffrono”, ha spiegato Fabiano Marra, presidente di Diabete Italia.Dai falsi miti alla diagnosi precoce: momento di svolta per i pazientiI sintomi della malattia, che vanno dalla sete intensa alla perdita di peso, passando per l’aumento della minzione e la stanchezza marcata, vengono sottovalutati fin troppo spesso. L’indagine SWG, infatti, certifica un altro dato significativo: 1 italiano su 4 non sa indicare alcun segnale del diabete di tipo 1, mentre un ulteriore 27% degli intervistati tende a confondere i sintomi specifici della patologia con manifestazioni non correlate.Oltre alla scarsa informazione, non mancano i falsi miti, ancora molto radicati nell’opinione pubblica. L’indagine evidenzia che 3 italiani su 4 associano il diabete di tipo 1 all’età pediatrica, nonostante oggi sia noto che la malattia possa insorgere a qualsiasi età. Ciò che è certo è che, al di là delle comuni credenze, il diabete di tipo 1 resta una delle patologie più diagnosticate nei bambini, come ha spiegato a LaPresse la professoressa Malgorzata Wasniewska della Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP).“I sintomi prodromici cominciano uno-due mesi prima che la malattia si conclami del tutto. I bimbi possono presentare sete intensa e disidratazione, sperimentare numerosi episodi di minzione notturna e dimagrimento. Progressivamente arriviamo a una situazione molto più grave. L’inizio della patologia è brusco e abbastanza pericoloso”.Da sinistra: la prof. Raffaella Buzzetti, la prof. Malgorzata Wasniewska e il prof. Salvatore De Cosmo. (Foto: LaPresse)Poiché i segnali del diabete di tipo 1 iniziano a manifestarsi quando la malattia è già in uno stadio avanzato, diventa fondamentale puntare sulla diagnosi precoce, argomento su cui ha posto l’attenzione la professoressa Buzzetti. Un passaggio cruciale è la valutazione dei fattori di rischio, come avere altri familiari di primo grado affetti dalla malattia o avere i livelli di glucosio alterati. Per riuscire nell’impresa di intercettare i potenziali pazienti che ancora non sanno di essere affetti da diabete di tipo 1, si sta lavorando a veri e propri programmi di screening.“Con la legge 130, che verrà implementata presto sul territorio nazionale, finalmente abbiamo la possibilità di identificare soggetti a rischio con lo screening degli autoanticorpi, cioè un prelievo per identificare la positività eventuale agli anticorpi nei bambini di circa 4-6 anni. Abbiamo anche molecole di immunoterapia che possono essere utilizzate per dilazionare l’insorgenza della malattia e addirittura, in futuro, di prevenirla. Siamo in un momento davvero importante in termini sia di predizione sia di prevenzione del diabete di tipo 1”, ha concluso Buzzetti.Questo articolo Diabete tipo 1, l’indagine svela la poca consapevolezza degli italiani proviene da LaPresse