Pd a stelle e strisce. Così Schlein guarda agli Stati Uniti (e al Vaticano)

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Donald Trump divide, scuote, polarizza. Ma al Nazareno c’è chi prova già a ragionare sul “dopo”, costruendo una rete politica e culturale con quell’America democratica che continua a considerare l’Europa un alleato strategico.È il senso dell’iniziativa promossa ieri dalla fondazione Demo, guidata da Gianni Cuperlo: un seminario che, al di là dell’approfondimento, ha assunto i contorni di una vera riflessione politica sul futuro dell’asse transatlantico e sul ruolo che il Partito democratico intende giocare in quella partita.Attorno al tavolo, oltre allo stesso Cuperlo, c’erano esponenti di primo piano del Pd come Peppe Provenzano, Stefano Graziano, Lucia Annunziata e Piero Fassino.Ma soprattutto c’era un parterre di studiosi e osservatori capace di dare il senso profondo dell’operazione: da Nathalie Tocci a Mario Del Pero, passando per Antonio Monda, Giovanna Botteri e Alberto Melloni.Un elemento, quest’ultimo, che segnala anche un’altra direttrice della riflessione dem: la volontà di custodire il rapporto con il Vaticano e con il cattolicesimo democratico dentro una più ampia ridefinizione dell’orizzonte occidentale.Anche su questo crinale, lo scontro fra il tycoon e papa Leone XIV, parzialmente ricucito dalla recente visita di Rubio, è un ulteriore elemento che fa pensare alla volontà del Pd di riavvicinarsi a un certo tipo di elettorato che si è parzialmente allontanato dalla galassia dem negli ultimi anni.Il punto di partenza è chiaro: il trumpismo non può essere liquidato come un incidente della storia americana. Al contrario, viene letto dentro le fratture economiche e sociali apertesi dopo la crisi finanziaria del 2008-2009, quando una larga fetta del ceto medio statunitense ha smesso di sentirsi protetta dalla globalizzazione.È lì che si è innestata la narrazione populista di Trump, capace di parlare ai “dimenticati” e di trasformare il disagio sociale in consenso politico.Ma nel Pd, al tempo stesso, si guarda anche ai segnali di reazione che attraversano gli Stati Uniti.Le mobilitazioni civiche, le recenti affermazioni democratiche in diversi Stati e città americane, le difficoltà incontrate dalla Casa Bianca su alcuni dossier parlamentari alimentano l’idea che esista ancora un’America liberal e progressista con cui riallacciare un filo politico stabile.Non a caso, nelle ultime settimane, Elly Schlein ha partecipato al summit progressista di Toronto, appuntamento letto dai dem come un tassello di una più ampia strategia internazionale volta a rinsaldare il dialogo tra progressisti europei e democratici statunitensi.Dentro questa cornice prende forma una linea politica precisa: salvaguardare l’alleanza transatlantica senza appiattirsi sull’attuale amministrazione americana. Anzi, provando a costruire un asse che tenga insieme il Partito socialista europeo, il Pd e il Partito democratico americano.Una scelta che nel Nazareno viene considerata cruciale anche per ragioni di equilibrio geopolitico.Il timore, centrale nella discussione interna dei dem (sia alle latitudini romane, ma anche oltre), è che l’indebolimento del legame euro-atlantico possa aprire spazi a derive filo-russe o filo-cinesi dentro il campo progressista europeo.Per questo il seminario promosso da Demo assume un significato che va oltre il semplice approfondimento culturale.È, in controluce, il tentativo di ridefinire il profilo internazionale del Pd: un partito che vuole riaffermare la propria collocazione occidentale e democratica, distinguendola tanto dai sovranismi quanto dalle tentazioni neutraliste che attraversano pezzi della politica europea.Il messaggio che arriva dal Nazareno è dunque netto: il rapporto con gli Stati Uniti resta strategico, ma deve essere ricostruito su basi nuove, più equilibrate e meno dipendenti dalle oscillazioni della politica americana.Un asse da preservare oltre Trump, nella convinzione che la relazione tra Europa e America democratica continui a rappresentare uno dei cardini dell’ordine occidentale.E che proprio da lì possa passare anche la tenuta delle democrazie liberali in una fase segnata dalla competizione globale con autocrazie sempre più assertive e potenzialmente destabilizzanti.