“Le materie prime che mancano all’Europa sono nelle nostre case: le buttiamo via continuamente”

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Ogni anno milioni di dispositivi elettronici vengono dismessi in Italia, spesso finendo in discarica o in circuiti informali di smaltimento. Eppure quelle stesse schede elettroniche che finiscono nel cestino rappresentano vere e proprie miniere urbane: secondo le stime ENEA 2026, dal trattamento di una sola tonnellata di schede elettroniche è possibile ricavare 129 kg di rame, 43 kg di stagno, 15 kg di piombo, 350 grammi di argento e 240 grammi di oro, per un valore complessivo che supera i 10.000 euro al prezzo attuale di mercato.A questi si aggiungono componenti pregiati come quarzi, diodi, alette di raffreddamento e connettori, oltre a terre rare fondamentali per l’industria moderna. Le tecniche avanzate di riciclo — pirometallurgiche e idrometallurgiche — possono recuperare dal 69 all’80% dei metalli contenuti, raggiungendo purezze comprese tra l’85 e il 95%.Di questo tema si è parlato durante Astrea, in un approfondimento realizzato in collaborazione con BFC Sistemi Srl, azienda specializzata nella gestione e nel trattamento dei rifiuti elettronici, da anni impegnata nella valorizzazione dei RAEE sul territorio nazionale.Nel video la spiegazione del Professor Francesco Vegliò, docente di Ingegneria Chimica all’Università dell’Aquila, e l’Ingegner Giorgio Arienti, direttore generale di Erion WEEE, il principale consorzio italiano per la gestione dei RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche).Come funziona l’idrometallurgia: l’alternativa ecologica alla fusioneIl Professor Vegliò ha chiarito la differenza sostanziale tra le due principali tecnologie di recupero. La pirometallurgia si basa su processi termici e di fusione ad alta temperatura, con conseguenti emissioni gassose e alti consumi energetici. La tecnica idrometallurgica, invece, utilizza soluzioni acquose con reagenti chimici che vengono messe a contatto con i materiali frantumati provenienti dai RAEE.“Noi perlomeno nei nostri processi lavoriamo a temperatura ambiente con acqua” ha spiegato il professore, sottolineando come il principale svantaggio — la produzione di grandi quantità di acqua — venga affrontato attraverso sistemi di trattamento a valle che consentono il massimo riciclo della risorsa idrica.La tecnica idrometallurgica consente di agire con selettività chimica: variando il tipo di reagenti è possibile solubilizzare e recuperare in modo differenziato le varie frazioni metalliche presenti nelle schede, che sono sistemi altamente complessi, spesso multistrato, con componenti diversissimi tra loro.Uno dei nodi tecnici più delicati riguarda la separazione dei metalli rari e critici — come tantalio, niobio e neodimio — da quelli di base come rame, stagno e nichel, in schede di ultima generazione sempre più complesse e stratificate.Secondo Vegliò, l’approccio più efficace consiste nell’evitare il dismantling — cioè la rimozione manuale o automatica dei singoli componenti — e nel trattare l’intero materiale “giocando sulla chimica”, ovvero usando reagenti che solubilizzano in modo progressivo e selettivo le varie frazioni. Elementi molto resistenti come tantalio e niobio “rimarranno alla fine del processo” e potranno essere recuperati separatamente con solventi dedicati.I tassi di recupero raggiunti nei processi sviluppati dal gruppo di ricerca dell’Aquila sono dell’ordine del 95-98% per metalli come rame, stagno, oro, argento e palladio. Anche il rame viene evidenziato come elemento critico a tutti gli effetti: “in un’auto elettrica la quantità di rame necessaria è 4 volte maggiore rispetto a un’auto a motore a combustione interna.”Il ruolo degli ultrasuoni e dei reagenti a basso impattoTra le tecnologie emergenti nel settore, il Professor Vegliò ha indicato i processi a ultrasuoni come una delle frontiere più promettenti. I sistemi a ultrasuoni migliorano la miscelazione dei reagenti all’interno dei reattori, potenziando il contatto chimico necessario per i processi di dissoluzione.Sul fronte della sostenibilità, si punta sempre più sull’utilizzo di acidi organici e reagenti a basso impatto ambientale, abbinati a processi che ne consentano la rigenerazione e il riutilizzo. Anche la fibra di vetro delle schede — solitamente triturata e usata come riempitivo inerte — è oggetto di ricerca: nell’ambito di una collaborazione con un’azienda norvegese, il team dell’Aquila sta lavorando per valorizzarla nella produzione di materiali ad alto valore aggiunto come le zeoliti, anche se queste attività restano per ora a livello di laboratorio.Erion WEEE: quasi 250.000 tonnellate di RAEE gestite ogni annoL’Ingegner Giorgio Arienti ha descritto il ruolo di Erion WEEE, consorzio formato dai principali produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche operanti in Italia. Da quasi vent’anni questi produttori sono obbligati per legge a farsi carico non solo della fase di vendita e utilizzo dei propri prodotti, ma anche della gestione del fine vita.Ogni anno Erion WEEE gestisce quasi 250.000 tonnellate di RAEE, con oltre 120.000 trasporti in tutta Italia. Il processo prevede il ritiro dei rifiuti da ogni punto di raccolta pubblico e privato, la rimozione delle sostanze inquinanti (come i gas nei frigoriferi) e l’estrazione delle materie prime seconde. Il tasso di riciclo attuale — per ferro, rame, alluminio e plastica — supera già l’85%.Una metafora efficace per spiegare il nodo economico del settore? Estrarre le materie prime critiche dai RAEE costa attualmente più del valore delle materie prime stesse. “Un conto è pensare a un lingotto d’oro sul tavolo della cucina. Un conto è pensare che questo lingotto d’oro sia in fondo al mare, dentro il Titanic.”Eppure, ha sottolineato, il riciclo è inevitabile: le materie prime critiche non sono presenti in natura in Europa e si trovano principalmente in Cina, Russia e nella Repubblica Democratica del Congo, “paesi con cui abbiamo qualche difficoltà di relazione.”Lo scale-up industriale, ovvero il passaggio dalla fase prototipale a quella produttiva su larga scala, dipende secondo Arienti da due fattori chiave. Il primo è un forte aumento della raccolta: oggi i piccoli RAEE — dispositivi di comunicazione, PC, telefoni — hanno un tasso di raccolta inferiore al 15%, ben lontano dall’obiettivo europeo del 65%. Il secondo è una politica industriale europea seria: non servono impianti distribuiti capillarmente, ma “pochi impianti grandi” in grado di riciclare selettivamente specifici gruppi di materie prime critiche a livello continentale.Poi c’è la situazione italiana. Sul tema della raccolta, fermo in Italia al 40% medio — ma al di sotto del 15% per la piccola elettronica — Arienti ha individuato tre direttrici di intervento.La prima è l’educazione del cittadino: la maggior parte degli italiani non sa cosa siano i RAEE né che vadano differenziati, mentre conosce bene plastica e carta. La seconda è semplificare i punti di raccolta: le isole ecologiche comunali sono spesso lontane o chiuse, e i negozi specializzati vengono frequentati raramente. Servirebbero invece punti di raccolta nei luoghi di passaggio quotidiano: negozi alimentari, scuole, parrocchie, uffici postali.Il terzo fronte è normativo: l’attuale legislazione italiana vieta la raccolta dei RAEE in scuole e uffici pubblici, pensata per scoraggiare fenomeni criminali, ma che finisce per penalizzare i comportamenti virtuosi. Arienti ha indicato un paradosso emblematico: “Se il preside di una scuola oggi fa la raccolta dei RAEE fa un reato.”The post “Le materie prime che mancano all’Europa sono nelle nostre case: le buttiamo via continuamente” appeared first on Radio Radio.