In questi giorni Donald Trump è a Pechino per una visita di Stato di enorme importanza. Arriva in una fase internazionale segnata da tensioni commerciali, dalla questione di Taiwan, dalla competizione tecnologica sull’intelligenza artificiale e, soprattutto, dai nuovi equilibri strategici tra Stati Uniti, Cina, Russia e Medio Oriente. Proprio per questo, per capire che cosa c’è davvero dietro questo incontro con Xi Jinping, può essere utile leggere Mai un passo indietro, l’autobiografia di Mike Pompeo, direttore della CIA ed segretario di Stato nella prima amministrazione Trump.Pompeo non racconta la Cina come un semplice concorrente economico. La descrive come il principale antagonista strategico degli Stati Uniti. Per lui il problema non è il popolo cinese, che anzi distingue nettamente dal regime, ma il Partito Comunista Cinese. Il cuore della sua tesi è che l’Occidente, per decenni, si sia illuso: ha creduto che aprire i mercati, commerciare, investire e integrare Pechino nell’economia globale avrebbe trasformato la Cina in un Paese più libero, più responsabile, forse persino più vicino alle democrazie liberali. Secondo Pompeo è accaduto l’opposto.La Cina è diventata più ricca, più forte, più tecnologicamente avanzata, ma non più libera. Anzi, sotto Xi Jinping, Pompeo vede un regime più ideologico, più nazionalista e più aggressivo. Nel libro la minaccia cinese viene presentata su più livelli: militare, con Taiwan e il Mar Cinese Meridionale; economico, con la Belt and Road Initiative e la dipendenza dell’Occidente dalle catene produttive cinesi; tecnologico, con il caso Huawei e il controllo delle infrastrutture digitali; politico e morale, con la repressione interna, la sorveglianza e la persecuzione religiosa.Il punto decisivo è questo: per Pompeo la Cina non vuole semplicemente sedersi al tavolo dell’ordine mondiale esistente. Vuole modificarlo. Vuole un mondo in cui il potere autoritario cinese sia riconosciuto, rispettato e temuto. Ecco perché, nella sua visione, l’America non deve più cercare l’appeasement, non deve più fingere che basti il dialogo. Deve trattare, certo, ma da una posizione di forza.Questo rende il viaggio di Trump a Pechino ancora più interessante. Da una parte c’è la necessità diplomatica: due superpotenze devono parlarsi, perché dal loro rapporto dipendono commercio, sicurezza, tecnologia e pace. Dall’altra c’è la lezione di Pompeo: parlare con la Cina non significa fidarsi della Cina. Significa riconoscere che Pechino è il banco di prova decisivo della politica estera americana.In fondo, Mai un passo indietro ci aiuta a leggere questa visita con meno ingenuità. Dietro le strette di mano, i sorrisi ufficiali e i banchetti diplomatici, c’è una partita molto più profonda: chi guiderà il XXI secolo? Gli Stati Uniti, con il loro modello di libertà e potenza, o la Cina di Xi Jinping, con il suo capitalismo autoritario guidato dal Partito Comunista? È questa la vera domanda che accompagna Trump a Pechino.Clicca qui per acquistare il libroL'articolo Trump in Cina, cosa c’è davvero dietro proviene da Nicolaporro.it.