Due giorni fa, la giornalista e attivista Karima Moual ha sostenuto in diretta tv che l’azione di Salim El Koudri, l’attentatore di Modena, debba essere contestualizzata come un singolo episodio frutto dell’azione di un unico individuo che ha la piena e totale responsabilità dell’evento e non è in alcun modo rappresentante di una comunità più ampia, quella islamica.Un principio sacrosanto che tanti difendono e rivendicano da tempo, non solo su casi come questo: la responsabilità penale e morale è individuale. Nessun gruppo deve essere stigmatizzato solo perché uno dei suoi membri si macchia di un crimine più o meno efferato. Dunque ottimo punto di vista, Karima!Peccato però che lo stesso principio venga sistematicamente calpestato quando si parla del terribile patriarcato. Nel discorso pubblico contemporaneo, soprattutto in certi ambienti progressisti e femministi, gli uomini come categoria sono ritenuti collettivamente colpevoli di una sedicente struttura oppressiva millenaria. Ogni femminicidio, ogni episodio di violenza domestica viene immediatamente ascritto al famigerato patriarcato e, per estensione, a tutti gli uomini. Non importa che la stragrande maggioranza dei maschi non abbia mai alzato un dito su una donna: la colpa è condivisa per osmosi. “Tutti gli uomini” diventa la formula magica che trasforma un’azione individuale in una condanna sommaria di genere.Invece, quando si tratta di islamismo radicale, lo stesso schema viene rovesciato. L’attentatore che sabato pomeriggio urla in arabo mentre scende dall’auto armato di coltello, un giovane palesemente radicalizzato che coltiva l’odio verso l’Occidente, viene ridotto a una persona affetta da un disturbo psichiatrico e nulla più.Dire che esiste un problema culturale e religioso specifico (documentato da decenni di statistiche europee su attentati e notevoli percentuali di islamici, anche giovanissimi e nati qui, che sostengono la legge islamica persino sopra la Costituzione) viene derubricato a razzismo islamofobico. Il tabù è così potente che persino nominare la correlazione tra il Corano, tra certi imam con le loro prediche nei garage adibiti a moschee e certi comportamenti diventa una vera e propria eresia.E allora Karima si rende protagonista di una asimmetria evidente e ormai nota a tutti: da una parte si generalizza senza pietà su metà del genere umano mentre dall’altra si rifiuta con ostinazione di prendere atto di un’ideologia che predica esplicitamente suprematismo, sottomissione della donna, odio verso l’infedele e giustificazione della violenza. La responsabilità individuale diventa così lama a doppio taglio da utilizzare come meglio si crede: protettiva verso le minoranze sensibili, accusatoria verso un gruppo maggioritario occidentale.Delle due l’una: se Karima Moual ha ragione a difendere la categoria islamica dall’attentatore di Modena, allora deve valere anche per la categoria di uomini autoctoni bianchi cis che vengono presi di mira quotidianamente come criminali violenti. Viceversa, se si ritiene legittimo parlare di cultura patriarcale come causa strutturale, allora è altrettanto legittimo analizzare le problematiche dell’Islam radicale e dei suoi proseliti sul nostro territorio…Ma d’altronde sono ore molto complicate: non è facile arrampicarsi sugli specchi e difendere l’indifendibile. Anzi, complimenti per il coraggio a chi non si sta arrendendo dinnanzi all’evidenza delle cose.Alessandro Bonelli, 21 maggio 2026Leggi anche:Modena, l’indifferenza arma il male. Ma c’è chi salva l’umanità di Suor Anna Monia AlfieriModena, perché giustifichiamo chi ci massacra? di Beppe FantinModena, se “era italiano” è anche peggio caffè avvelenatoModena, Salim, la pazzia: ma perché ci facciamo prendere per il c***? di Max del PapaL'articolo “Modena? Salim responsabile, non l’islam”. Ma per Cecchettin tutti gli uomini erano colpevoli proviene da Nicolaporro.it.