Per mesi una parte della sinistra italiana, insieme a pezzi della Cgil e ai movimenti pro-Pal, ha trasformato Teva nel bersaglio simbolico della campagna contro Israele. La multinazionale farmaceutica israeliana veniva accusata di sostenere “direttamente l’esercito israeliano”, mentre sindacati, collettivi e reti di attivisti invitavano apertamente a “non ordinare, comprare, prescrivere” i farmaci del gruppo.Ad agosto dello scorso anno la FP Cgil Toscana Sud Est aveva espresso “vicinanza e solidarietà” a due operatrici sanitarie che avevano aderito al boicottaggio simbolico dei prodotti Teva, definendo quella protesta “un gesto di civiltà”. Nello stesso periodo, strutture territoriali del sindacato appoggiavano iniziative della rete “Sanitari per Gaza” e campagne ispirate al movimento BDS, mentre nelle grandi città si moltiplicavano pressioni sulle farmacie affinché sostituissero i prodotti Teva con equivalenti concorrenti.Ora però la realtà presenta il conto. E il conto rischia di pagarlo chi lavora davvero.La crisi Teva e il gigantesco cortocircuito della CgilNella primavera del 2026 è stata ufficializzata la crisi della divisione Tapi, il comparto di Teva che produce principi attivi in Italia. Gli stabilimenti coinvolti sono quelli di Villanterio, Caronno Pertusella, Santhià e Rho. La stessa Cgil che ieri appoggiava il boicottaggio oggi parla di “grande preoccupazione” per il futuro occupazionale dei siti produttivi italiani.Secondo le comunicazioni aziendali, il gruppo ha avviato un piano globale di contenimento dei costi legato al programma internazionale di efficientamento industriale. Ma nei siti italiani pesa soprattutto il crollo delle commesse. A Villanterio gli ordinativi sarebbero precipitati del 40%, mentre a Rho e Santhià il calo produttivo oscilla tra il 10 e il 20%.Il risultato è un gigantesco cortocircuito politico e sindacale. Per mesi si è alimentata una campagna contro un’azienda israeliana, salvo poi mobilitarsi quando quella stessa azienda ha iniziato a ridurre investimenti e occupazione in Italia. Una dinamica che molti lavoratori osservano con crescente amarezza.Chi soffia sul boicottaggio non può stupirsiNaturalmente nessuno può sostenere che il boicottaggio sia l’unica causa della crisi Teva. Il mercato globale dei generici attraversa una fase complessa, tra concorrenza asiatica, reshoring industriale e pressioni sui margini. Ma è altrettanto difficile ignorare il clima politico e commerciale costruito attorno al gruppo israeliano negli ultimi mesi.Quando amministrazioni locali interrompono rapporti commerciali, quando le farmacie comunali sospendono gli ordini, quando medici e operatori sanitari vengono incoraggiati a prescrivere “un generico non Teva”, il messaggio che arriva al mercato è chiarissimo. E chi fa impresa reagisce di conseguenza.Il caso Farmacap a Roma è emblematico. Dopo una mozione capitolina favorevole alla revisione dei rapporti con aziende israeliane, la municipalizzata ha avviato la sostituzione dei prodotti Teva con altri equivalenti. Una scelta celebrata dalla galassia pro-Pal e criticata da chi vedeva nell’operazione un uso ideologico della sanità pubblica. Oggi però quella stessa battaglia simbolica rischia di tradursi in posti di lavoro persi nei poli farmaceutici italiani.Landini, Schlein, Conte e la sinistra che colpisce i lavoratoriLa vicenda Teva racconta molto della deriva della sinistra italiana. Da una parte Maurizio Landini e pezzi della Cgil sostengono campagne ostili contro aziende considerate “sbagliate” dal punto di vista geopolitico. Dall’altra, quando arrivano tagli e ridimensionamenti, gli stessi soggetti chiedono aiuto alle istituzioni per salvare gli stabilimenti.Nel frattempo Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli continuano a inseguire le pulsioni più radicali dell’universo pro-Pal, senza interrogarsi sulle conseguenze economiche concrete di certe campagne. Perché il problema non è soltanto diplomatico o ideologico: è industriale, occupazionale e sociale. La verità è che demonizzare Israele può essere molto redditizio nei cortei e sui social, ma diventa assai meno romantico quando a rischio ci sono stipendi, fabbriche e famiglie italiane.La sinistra ideologica che dimentica il lavoroA pagare il prezzo di questa strategia non saranno i dirigenti delle grandi organizzazioni politiche o sindacali. Saranno tecnici, operai, impiegati e lavoratori specializzati che rischiano di trovarsi travolti da una crisi aggravata anche da un clima ostile costruito pezzo dopo pezzo.Ed è questo il punto politico centrale della vicenda. La sinistra che pretende di difendere i più deboli finisce per colpire proprio il lavoro produttivo che dovrebbe rappresentare. In nome di una battaglia ideologica contro Israele, si è scelta la strada del boicottaggio economico senza preoccuparsi delle inevitabili ricadute industriali.Adesso che la crisi è esplosa, diventa difficile fingere che non esista un legame tra quella propaganda e il ridimensionamento dei siti italiani. Perché il mercato, a differenza degli slogan, presenta sempre il conto.Enrico Foscarini, 16 maggio 2026L'articolo Teva, il sinistro boicottaggio pro-Pal si traduce in licenziamenti proviene da Nicolaporro.it.