Il tour operator che conferma l’assenza dei permessi per le grotte. I sub finlandesi che escludono il risucchio. E l’ipotesi di un dosso di sabbia che può aver oscurato l’uscita. Mentre oggi i finlandesi si caleranno per l’ultima volta nella grotta di Dhekunu Kandu per recuperare l’attrezzatura dei cinque sub italiani morti alle Maldive la ricostruzione della strage fa passi avanti, anche se in attesa di scandagliare i computer da immersione si tratta solo di ipotesi. Quella più probabile è il disorientamento. Anche a causa della morfologia della zona e dei cunicoli in cui si rischia di finire.La grotta di Dhekunu KhanduLa grotta che si trova vicino ad Aliathà si raggiunge dopo un’immersione di circa 50 metri. Si apre a quel punto una caverna luminosa. Con un fondo sabbioso. Che si solleva e si deposita velocemente. Alla fine c’è un corridoio. Dove c’è pochissima luce. Ma la «visibilità, usando l’illuminazione artificiale, era ottima» dice a Repubblica Laura Marroni, ceo di Dan Europe. Il corridoio è lungo 30 metri e stretto 3. Percorrendolo si arriva alla seconda “stanza” della grotta. E qui c’è un dosso di sabbia naturale, creato dal movimento dell’acqua. In entrata permette di sbucare nella seconda stanza che è più profonda, a circa 65 metri. Per tornare indietro e uscire bisogna poi riprendere lo stesso corridoio. E qui potrebbe essere successo qualcosa.Il dosso di sabbia naturaleLo hanno sperimentato i finlandesi. Il dosso sembra quasi una parete. Non lascia vedere il tunnel. Sulla sinistra c’è invece un altro corridoio lungo qualche decina di metri. Proprio lì sono stati trovati i corpi. Perché imboccandolo non c’era via di uscita» racconta Marroni. Se i sub italiani avessero preso quel passaggio per errore, scambiandolo per l’uscita, «allora sarebbe stato molto complesso ritornare, soprattutto con la poca scorta d’aria». Il dosso di sabbia naturale li ha quindi ingannati. E quando se ne sono accorti ormai non c’era abbastanza aria per tornare indietro e salvarsi. Le bomboleE si torna al problema iniziale: le bombole. I cinque avevano quelle standard da 12 litri. E quindi, è il calcolo, avevano una decina di minuti per visitare la grotta e tornare indietro. Anzi, forse meno: «Rendersi conto che la strada non è giusta e avere poca aria magari dopo aver fatto avanti indietro, terrorizza. Allora si respira velocemente e l’aria cala». La guida Gianluca Benedetti è stato recuperato nella prima stanza. Forse perché stava imboccando l’uscita. Nessuno dei sub era legato al Filo d’Arianna, che serve in questi casi per esplorare e ritrovare le uscite. Il filo non è stato nemmeno trovato. Sami Paakkarinen ha spiegato lo stesso concetto al Corriere: «È una grotta enorme. E poi, alle Maldive, il sole splende fino a 100 metri di profondità. Quindi a 60 metri è ancora giorno. Quando entri in una grotta te ne accorgi perché cala il buio. Non rischi di entrarci accidentalmente».Il risucchio che non c’èPaakkarinen specifica che «Quando siamo entrati nella grotta, abbiamo percepito una leggerissima corrente al suo interno. Quindi è vero che c’è una corrente in entrata e in uscita. La grotta, per così dire, respira. Ma è davvero poco forte. Non è possibile che abbia risucchiato qualcuno». E spiega ancora: «Per immergerti a più di 60 metri, hai bisogno di gas subacquei oltre all’aria. Si chiamano trimix. Sono una miscela di ossigeno, azoto ed elio, che riducono l’effetto narcosi in profondità. Così resti lucido e puoi lavorare in modo più efficiente. Inoltre, usiamo un dispositivo chiamato rebreather, che fa circolare il nostro gas respiratorio, dandoci molto tempo lì dentro. Nelle operazioni di recupero è fondamentale avere la possibilità di rimanere sul fondo quasi quanto si vuole. Abbiamo un’autonomia di oltre cinque ore, fino a dieci se spingiamo i limiti».Il brevetto che mancavaL’avvocata Orietta Stella, legale del tour operator verbanese Albatros Top Boat, ha spiegato ieri all’Ansa che «dai documenti che abbiamo, dalle dichiarazioni che fanno quando dicono delle proprie abilità, nessuno di loro aveva un brevetto ‘full cave’, che significa ‘penetrazione in grotta’». Anche secondo lei i sub si sono persi: «Io temo di sì. Ma è un’opinione mia, le dico: è un’opinione mia. Si sono probabilmente persi. Non so se avevano le torce, che questa è un’altra cosa che diventa fondamentale. Perché al buio…il buio è buio, è nero. Non c’è una via di mezzo, quindi non ne ho idea. Immagino che la polizia maldiviana adesso faccia le sue indagini. Dopodiché, se effettivamente la procura di Roma decide di andare avanti, farà una rogatoria per avere gli atti della polizia maldiviana e poi si andrà avanti».L’incidente«Non capisco la natura di questo incidente, non capisco come sia avvenuto. Posso solo pensare che, con una certezza pressoché assoluta, nel momento in cui scaricano le immagini dalla GoPro, prendono le profondità, guardano le velocità di discesa eccetera, si può capire benissimo se era un’immersione diretta là, se era un’immersione che invece ha avuto un qualche accidente», aggiunge. E infine: «Già adesso hanno tutti gli strumenti: hanno tirato fuori i subacquei, si vedrà come erano equipaggiati, si vedrà a che profondità erano, si vedrà se avevano le torce, si vedrà se avevano o meno un filo d’Arianna e poi si riusciranno a definire i contorni di questa disgrazia».L'articolo La grotta, il dosso di sabbia, le bombole: «Così sono morti i 5 sub italiani alle Maldive» proviene da Open.