Per mettere bene a fuoco il vertice Trump-Xi a Pechino occorre allargare l’inquadratura. Cosa è accaduto nell’ultimo anno e mezzo, da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca? L’America è tornata all’offensiva e, per la prima volta da un quarto di secolo, ha invertito l’inerzia del confronto a sfavore di Pechino.Esposte le vulnerabilità cinesiIn questi mesi, ogni mossa di Trump, dall’emisfero occidentale al Medio ed Estremo Oriente, ha avuto come unico obiettivo strategico quello di ridurre la leva di Pechino sugli Usa e sul sistema globale: Canale di Panama, Venezuela, Groenlandia (nuove basi militari e giacimenti minerari), strategia comune con gli alleati sulle materie prime critiche e messa in sicurezza delle catene di approvvigionamento, dominio energetico.Eliminando Maduro e ora strangolando il regime iraniano, Trump ha privato la Cina dell’accesso a grandi quantità di petrolio a prezzi scontati ed esposto al mondo intero la sua incapacità di difendere due alleati fondamentali.Lungi dal rappresentare un punto debole, se non addirittura una debacle per Washington, come si sente ripetere in Occidente, la guerra iraniana ha trasformato Teheran in una vulnerabilità per Pechino, sia economica che geopolitica. Non solo perché metà del suo petrolio proviene dal Medio Oriente e in particolare dallo Stretto di Hormuz. Il sostegno al regime degli ayatollah rischia di costare a Pechino il rapporto con i Paesi del Golfo, i quali hanno potuto riscontrare le impronte cinesi su missili e droni iraniani, così come la sua impotenza nel limitare i Pasdaran.Che Trump piaccia o meno, è difficile ignorare la sua strategia complessiva. Se fino a pochi mesi fa erano ben evidenti le vulnerabilità Usa, oggi appaiono più difficili da nascondere le debolezze della Cina – economia stagnante e dipendente dalla disponibilità dell’Occidente ad assorbire la sua sovrapproduzione, disoccupazione giovanile, settore immobiliare in crisi, capacità militari dubbie – mentre si sta sfaldando anche il mito della dedollarizzazione: la tendenza è opposta, la quota del dollaro nei pagamenti globali è a livelli record.Insomma, il racconto di una inarrestabile ascesa della Cina a fronte di un declino inevitabile dell’America è in crisi e Xi Jinping arriva a questo vertice nella posizione più debole da anni.Il quadro l’ha ben delineato il segretario di Stato Marco Rubio:La Cina ha un piano e vuole realizzarlo, credono che supereranno gli Usa e saranno il Paese più potente del mondo, ma quando quel piano è in conflitto con i nostri interessi nazionali, dobbiamo fare ciò che è giusto per gli Stati Uniti. Non stiamo cercando di contenere la Cina, ma la loro ascesa non può avvenire a nostre spese, al costo della nostra caduta.Un esempio? “La Cina vuole che il mondo sia dipendente da loro al 100 per cento“, ma il presidente Trump è “impegnato a riportare fabbriche e capacità industriale negli Usa”. L’Europa, come noto, va in direzione opposta, ahinoi…Un confronto controllatoQuesto è lo sfondo che va tenuto presente prima di stringere l’inquadratura sul vertice. Non bisogna attribuire eccessivo peso alla retorica iperbolica e adulatoria del presidente Usa, né a quella suadente e conciliante del leader cinese. Obiettivo di entrambe la parti è stabilizzare le relazioni dopo che nel 2025 la situazione era quasi andata fuori controllo con la guerra dei dazi e le reciproche restrizioni su microchip e terre rare.Più che una distensione, una gestione controllata di un confronto che assume sempre più i caratteri di una nuova Guerra Fredda, con momenti di maggiore tensione e conflitti regionali tramite proxies.Il passaggio chiave nel resoconto in inglese diffuso da Pechino è dove si parla di “una nuova visione per la costruzione di una relazione costruttiva tra Cina e Stati Uniti, basata sulla stabilità strategica”. Cooperazione, “competizione misurata”, divergenze gestibili. “Dovremmo essere partner, non rivali“, ha detto Xi Jinping. Taqiyya in salsa cinese: gli Usa hanno passato due decenni a considerare Pechino un partner, mentre nei fatti si comportava da rivale sistemico. E a parlare è una scia lunga decenni di accordi violati e promesse mancate, dall’apertura dei suoi mercati alla militarizzazione del Mar Cinese Meridionale, passando per Hong Kong.Il taglio dei dazi reciproco per 30 miliardi, l’accordo alla base del “Board of Trade”, come ha spiegato il segretario al Tesoro Scott Bessent, riguarda settori “non critici”, beni cinesi “di consumo di fascia molto bassa, cose che gli Usa non vogliono produrre”. E i chip “H200” di Nvidia di cui è stata autorizzata la vendita non sono i più avanzati.Nodo TaiwanTaiwan, ha avvertito il leader cinese, è una linea rossa: se la questione è gestita male può portare ad una “situazione estremamente pericolosa”, fino a scatenare un conflitto. Ma la politica Usa su Taiwan non cambia, ha chiarito Rubio: “sollevano sempre questo argomento, ribadiamo la nostra posizione e passiamo oltre”.Xi Jinping si è chiesto se Cina e Usa saranno in grado di evitare la “trappola di Tucidide“, riferendosi alla tendenza alla guerra tra una potenza egemone ma in declino e una potenza in ascesa che tenta di sostituirla. Bisogna chiedersi però se la Cina Popolare sia in effetti così in ascesa e gli Usa così in declino. Gli eventi degli ultimi mesi sembrerebbero indicare il contrario.L'articolo Trump-Xi, chi è arrivato più debole al vertice? proviene da Nicolaporro.it.