Desidero condividere alcune riflessioni che in questi mesi sono sorte in me. Le condivido, ovviamente, come sempre avviene, senza alcuna presunzione di esaurire l’argomento o di trovare soluzioni al problema. Il lavoro svolto dai giornalisti mi piace, mi appassiona, perché ritengo il giornalismo un presidio di libertà e di democrazia. Non a caso, quando si instaura una dittatura, i primi a farne le spese sono i lavoratori della carta stampata: censura, obbligo di allinearsi all’idea dominante, devastazioni delle sedi dei quotidiani che rivendicano la libertà. Fu così durante gli anni di piombo: i giornalisti, non meno dei politici e dei magistrati, furono vittime di quelle che erano chiamate le gambizzazioni.Il giornalismo è, dunque, la cartina tornasole della democrazia di uno Stato. Il giornalismo di inchiesta, poi, da sempre svolge un ruolo di primaria importanza: dai meridionalisti di fine Ottocento, alle grandi inchieste degli anni sessanta e settanta sull’analfabetismo, la condizione della donna, il lavoro, la mafia.Gli autori delle grandi inchieste basavano il loro lavoro su un presupposto condiviso: presentare il problema, lasciando ad altri, al decisore politico in primis, il compito di trovare la soluzione al problema. Questa era l’etica di fondo, sia che a condurre l’inchiesta fosse un giornalista per sensibilità vicino al comunismo piuttosto che democristiano.Questa era l’etica di fondo. Oggi a me sembra, invece, di intuire, ma forse mi sbaglio, che più di etica si parli di morale, meglio di moralismo, ossia si conducono le inchieste per provare a trovare motivi con cui infangare o denigrare una persona o una parte politica.È un presupposto pericoloso, perché stravolge l’impianto operativo: non sono i dati raccolti a fornire la materia di interpretazione e di intervento ma il contrario: l’interpretazione precostituita guida la raccolta degli indizi, spesso non veri ma presunti. È un modo di fare giornalismo che non condivido, dal momento che tradisce i principi del giornalismo stesso, puntando l’attenzione alla condanna di una parte.Trovo, poi, che sia un metodo di lavoro molto pericoloso per la società civile in quanto basato sul desiderio del sensazionale, sulla presentazione di indizi e dossier che interpretano i fatti in modo volutamente di parte, nel tentativo di intercettare il consenso del cittadino puntando sulle sue paure. I complotti, gli accordi nascosti, il giornalismo, così come la politica, condotto non negli spazi istituzionali (il ristorante, la villa, etc) concorrono a creare un profondo senso di sfiducia nei cittadini che, spesso, proprio per la percezione della paura e dello smarrimento danno il loro consenso a chi propone progetti politici radicali che più che alla mente degli elettori guardano agli effetti provocati dalle paure.La politica necessita dei contesti istituzionali, il giornalismo necessita di un’etica fondata sul desiderio di far emergere i problemi della società non sulla raccolta di dossier che screditano le persone che hanno un’idea diversa. Torniamo alle grandi inchieste sui problemi, abbandoniamo quelle contro le persone.Di certo gli argomenti non mancano: il caporalato, i giovani e le nuove dipendenze, la tenuta sociale delle periferie, la situazione della donna oggi. Chissà che, focalizzandosi su questi temi, il giornalismo torni nuovamente a dare il proprio contributo positivo per il bene dei cittadini.L'articolo Non abbiamo bisogno di più scandali. Abbiamo bisogno di più giornalismo proviene da Nicolaporro.it.