Salva-Lupi, se l’emendamento ridisegna le regole del centro e rafforza Renzi

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C’è un effetto politico rimasto finora sullo sfondo del dibattito sull’emendamento cosiddetto “salva-Lupi”, presentato dal deputato di Forza Italia Paolo Emilio Russo. Mentre l’attenzione si è concentrata sul destino di Noi Moderati e sugli equilibri del centrodestra, la conseguenza più rilevante potrebbe manifestarsi dall’altra parte dello schieramento. Perché la nuova disciplina, più che salvare Maurizio Lupi, potrebbe finire per favorire Matteo Renzi, rafforzandone il ruolo di interlocutore quasi inevitabile per l’aggregazione dell’area centrista del campo largo.Le leggi elettorali hanno una caratteristica che la politica conosce bene: non modificano soltanto il modo in cui si assegnano i seggi, ma cambiano gli incentivi con cui i partiti costruiscono alleanze, liste e leadership. È in questa fase, molto prima del voto, che il salva-Lupi potrebbe produrre i suoi effetti.Il meccanismo è semplice. L’emendamento interviene sulle regole che disciplinano la rappresentanza delle liste che si presentano all’interno di una coalizione. L’obiettivo dichiarato è quello di evitare che forze politiche con un certo radicamento ma prive della forza necessaria per superare autonomamente la soglia di sbarramento restino completamente escluse dalla competizione. L’effetto politico, però, può essere più ampio: la norma modifica gli incentivi con cui i partiti decidono se presentarsi da soli oppure aggregarsi.Il punto centrale è il cosiddetto meccanismo del “miglior perdente”. La lista che, pur rimanendo sotto la soglia del 3 per cento, ottiene il risultato migliore tra quelle escluse dalla rappresentanza può diventare il principale riferimento per il recupero previsto dalla disciplina. Non significa che il seggio sia garantito: un’altra lista potrebbe ottenere un risultato superiore e prevalere. Significa però che, in una competizione con più soggetti centristi vicini tra loro, anche pochi decimali possono determinare chi riesce a restare agganciato al sistema e chi viene definitivamente escluso.È proprio questo il punto che rende la norma rilevante sul piano politico. Se una sola lista sotto soglia può aspirare a raccogliere il vantaggio derivante dalla nuova disciplina, il rischio per i soggetti più piccoli aumenta. Presentarsi separatamente significa non soltanto dividere i voti, ma anche esporsi alla possibilità che un’altra formazione della stessa area conquisti il ruolo di riferimento.A destra il vantaggio appare più immediato. La norma rafforza Noi Moderati, candidato naturale al ruolo di miglior perdente, pur non garantendogli automaticamente il posto: un’altra lista potrebbe infatti ottenere un risultato migliore e superarla. Ma il punto è un altro: rende più costoso far nascere nuovi concorrenti sotto il 3 per cento, perché chi volesse costruire un nuovo soggetto moderato dovrebbe convincere elettori, amministratori e dirigenti a lasciare una forza che dispone già di una posizione di vantaggio regolamentare.Ma lo stesso meccanismo può produrre conseguenze rilevanti anche nel campo largo.Negli ultimi mesi la coalizione progressista è stata attraversata da una discussione destinata a incidere sulla sua stessa fisionomia. Da un lato il Partito democratico di Elly Schlein, impegnato a tenere insieme culture politiche diverse; dall’altro il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, deciso a preservare la propria autonomia. In mezzo, il tema irrisolto della rappresentanza dell’area riformista, liberale e cattolica, ancora alla ricerca di una sintesi politica.Su quello spazio si sono affacciati diversi protagonisti. Amministratori locali, reti civiche, mondi moderati, ex popolari e riformisti hanno immaginato la possibilità di costruire un nuovo soggetto politico capace di dialogare con il Partito democratico senza identificarsi con Italia Viva. Un progetto che avrebbe consentito di ampliare il perimetro della coalizione senza consegnare automaticamente a Renzi la leadership del centro.Il salva-Lupi rischia però di cambiare il quadro.Se la competizione premia una sola lista sotto soglia, la convenienza politica non è più quella di moltiplicare i progetti, ma di concentrarli. Immaginiamo tre piccoli soggetti centristi, ciascuno accreditato dell’1-2 per cento: competere separatamente significherebbe aumentare il rischio che soltanto uno riesca a ottenere un vantaggio mentre gli altri restano senza rappresentanza. Diventa quindi più razionale riunirsi prima del voto sotto un’unica sigla, così da massimizzare le possibilità di essere la lista di riferimento dell’area.È qui che emerge il vantaggio competitivo di Matteo Renzi.Italia Viva, nel perimetro centrista del campo largo, parte infatti da una condizione particolare: è l’unica forza dell’area esentata dalla raccolta delle firme, grazie alla norma che riconosce questo beneficio ai partiti costituiti in gruppo parlamentare in almeno una Camera entro il 31 dicembre 2025. Un elemento che rappresenta un vantaggio organizzativo significativo rispetto a eventuali nuovi soggetti, chiamati invece a costruire consenso e struttura politica partendo da zero.Italia Viva dispone inoltre di ciò che nessun altro progetto centrista può vantare contemporaneamente: una leadership riconoscibile, una struttura nazionale, gruppi parlamentari, una rete di amministratori e un’identità politica definita. Non significa che il partito sia destinato a grandi exploit elettorali. Significa, però, che in un sistema che scoraggia la frammentazione parte da una posizione migliore rispetto a qualsiasi iniziativa ancora tutta da costruire.Per Schlein questo scenario presenta almeno una duplice implicazione.La prima riguarda la costruzione della coalizione. Se lo spazio centrista tende naturalmente a concentrarsi attorno a Italia Viva, diminuiscono i margini per utilizzare nuovi soggetti come strumento di allargamento del campo largo. Il tavolo della coalizione si semplifica, ma aumenta anche il peso negoziale di Renzi.La seconda è ancora più politica. Negli ultimi anni il Partito democratico ha cercato, a più riprese, di costruire un rapporto diretto con il mondo civico e moderato, anche nella prospettiva di ridimensionare la centralità dell’ex presidente del Consiglio. Il salva-Lupi potrebbe produrre l’effetto opposto: rendere più difficile immaginare un centro organizzato che prescinda da Italia Viva.Anche Conte osserva questa dinamica con interesse. Un centro più coeso attorno a Renzi significa un interlocutore più forte al tavolo delle trattative e, inevitabilmente, una distribuzione più complessa degli equilibri interni alla coalizione. Per il leader del Movimento 5 Stelle, che punta a mantenere un rapporto diretto con il Partito democratico senza moltiplicare i centri di mediazione, questo non rappresenterebbe un dettaglio di poco conto.Naturalmente nessuna norma può creare consenso dal nulla. Se Matteo Renzi tornerà a essere decisivo dipenderà dalla sua capacità di attrarre amministratori, dirigenti e consensi. Ma le regole possono rendere alcune strategie più convenienti di altre. Ed è proprio ciò che sembra fare il salva-Lupi.Il paradosso è tutto qui. Un emendamento pensato per intervenire sugli equilibri delle coalizioni potrebbe finire per rafforzare proprio il leader che, negli ultimi anni, molti nel centrosinistra avevano provato a marginalizzare. Non perché gli regali parlamentari o punti nei sondaggi, ma perché aumenta il valore politico della sua disponibilità a federare il centro.Se il salva-Lupi produrrà gli effetti che il nuovo impianto lascia intravedere, il suo lascito potrebbe essere questo: aver reso Matteo Renzi non semplicemente un alleato possibile del campo largo, ma il passaggio quasi obbligato per chiunque voglia costruire una casa comune del riformismo italiano.