The Odyssey di Nolan: il film che ci farà riscoprire l’Italia?

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«I’ve been telling this story in all my films».Con questa frase Christopher Nolan ha probabilmente spiegato meglio di chiunque altro ciò che The Odyssey rappresenta all’interno della sua carriera. Non un semplice adattamento del poema di Omero, ma il punto d’arrivo di una poetica portata avanti per oltre vent’anni. Il viaggio di Ulisse racchiude infatti molte delle ossessioni che hanno sempre attraversato il cinema del regista: il tempo, la memoria, il senso di colpa, la guerra, la famiglia e soprattutto il bisogno di tornare a casa.Uscito ieri, 16 luglio, nelle sale italiane, il film era riuscito a far parlare di sé molto prima del debutto, trasformando persino la propria lavorazione in un racconto epico. Nolan ha attraversato diversi Paesi e affrontato riprese in condizioni complesse, scegliendo ancora una volta di privilegiare i luoghi reali, il mare aperto e gli effetti pratici rispetto alle ambientazioni ricostruite interamente al computer.La produzione ha viaggiato tra Marocco, Grecia, Scozia, Islanda, Malta, Sahara Occidentale e Italia. Ed è proprio la presenza del nostro Paese a suggerire una riflessione diversa, che va oltre il giudizio sul film e sulla sua fedeltà al poema omerico. Forse Nolan si è preso diverse libertà nel raccontare Omero, ma nella scelta delle location italiane sembra aver compiuto il percorso opposto: ha cercato luoghi capaci di restituirci intatto il fascino del mito.Potrebbe allora The Odyssey diventare un’occasione per riscoprire le bellezze della nostra Italia? Non soltanto le mete più conosciute, ma quei luoghi che hanno saputo conservare una forma di lentezza preziosa, un rapporto ancora autentico con il mare e un fascino antico che nessun effetto digitale riuscirebbe davvero a ricreare.foto: upi mediaOdyssey di Christopher Nolan: trama, cast e tutto quello che c’è da sapere sul kolossal che riporta l’Odissea sul grande schermoLa Sicilia non è soltanto uno sfondoTra le location italiane scelte da Christopher Nolan, la Sicilia occupa un ruolo centrale. Le riprese hanno coinvolto Favignana, nell’arcipelago delle Egadi, e le Isole Eolie, con Lipari, Vulcano e altri scenari modellati nei secoli dal vento e dal mare.Parliamoci chiaro: non è difficile comprendere perché Nolan abbia scelto proprio questi luoghi. La Sicilia possiede una bellezza che non ha bisogno di essere costruita o amplificata. Le sue coste, le rocce vulcaniche, le insenature e le isole sembrano già appartenere a una narrazione antica. Sono paesaggi nei quali la presenza dell’uomo non riesce mai a imporsi completamente sulla natura. Il mare continua a decidere i tempi degli spostamenti, il vento modifica le giornate e le distanze non possono essere annullate con la stessa facilità con cui siamo ormai abituati a cancellarle nella vita quotidiana.A Favignana, la produzione ha lavorato tra Cala Rotonda, il porto, l’ex Tonnara Florio e il Castello di Santa Caterina, che domina l’isola dall’alto. Non sono soltanto location spettacolari. Sono luoghi nei quali il tempo sembra essersi depositato lentamente, lasciando tracce visibili nelle architetture, nelle rocce e nel rapporto tra la comunità e il mare.L’antico nome di Favignana era Aegusa, “l’isola delle capre”. Il riferimento richiama inevitabilmente l’episodio omerico dell’isola fertile e popolata da capre selvatiche sulla quale Ulisse e i suoi uomini approdano prima di raggiungere la terra dei Ciclopi.Possiamo affermare con certezza che Omero stesse descrivendo Favignana? Naturalmente no. Cercare coordinate geografiche esatte all’interno di un poema composto quasi tremila anni fa sarebbe un esercizio rischioso. Eppure basta osservare le coste delle Egadi per comprendere perché, nel corso dei secoli, il viaggio di Ulisse sia stato spesso immaginato proprio nel Mediterraneo siciliano.A Cala Rotonda si trova inoltre il cosiddetto Arco di Ulisse, una formazione naturale modellata dall’azione del mare. Anche in questo caso storia e leggenda finiscono per sovrapporsi. Non sappiamo se l’eroe sia mai passato da lì, ammesso che abbia senso domandarselo, ma quel nome dimostra quanto profondamente l’Odissea sia entrata nella memoria del territorio.Nolan, in fondo, non ha avuto bisogno di inventare il mito. Gli è bastato riconoscerlo.The Odyssey di Nolan: grande cinema, poca OdisseaFoto: Upi mediaLe Eolie e il fascino del viaggioDopo Favignana, la produzione si è spostata nelle Isole Eolie. Nel porto di Pignataro, a Lipari, sono arrivati diversi velieri destinati alle riprese in mare, mentre le coste e i faraglioni dell’arcipelago sono diventati parte della geografia immaginata dal regista.È proprio alle Eolie che sarebbe stata ambientata una delle prove più celebri affrontate da Ulisse: l’incontro con le sirene. Una scelta che non sembra affatto casuale. Davanti a Porto di Levante, sull’isola di Vulcano, si trova lo Scoglio della Sirena, dominato da una statua bianca che nel tempo è diventata parte dell’immaginario del luogo.Pietra Lunga e Pietra Menalda, i due faraglioni che emergono davanti alla costa di Lipari, sembrano invece possedere qualcosa delle rupi erranti raccontate nel dodicesimo canto del poema. Non sono semplicemente rocce nel mare. Sembrano ostacoli, presenze e porte poste lungo il cammino di chi naviga. Anche la Pietra del Bagno è stata associata alle sequenze dedicate a Eolo, il dio dei venti che consegna a Ulisse l’otre nel quale sono racchiuse le tempeste. Ancora una volta il paesaggio non viene utilizzato come una semplice scenografia. Diventa parte integrante del racconto, quasi un personaggio capace di guidare, minacciare e trasformare l’eroe.Il legame tra la Sicilia e l’Odissea, del resto, non nasce con Nolan. Alla fine dell’Ottocento lo scrittore inglese Samuel Butler pubblicò The Authoress of the Odyssey, avanzando l’ipotesi che il poema fosse stato scritto da una giovane donna siciliana e che molti dei luoghi descritti da Omero fossero ispirati alla Sicilia occidentale. La sua teoria non è mai stata accettata come verità storica, ma resta affascinante perché dimostra quanto quei paesaggi sembrino corrispondere all’immaginario omerico.La Sicilia non ha bisogno di provare di essere stata davvero una tappa del viaggio di Ulisse. Le basta continuare a sembrarlo.Ulisse e il cavallo di Troia su Focus: quanto c’è di vero nel mito?Foto: PexelsIl cinema può insegnarci a guardare?È facile immaginare che il film possa generare una nuova forma di turismo cinematografico. Molti spettatori vorranno raggiungere Favignana, fotografare l’Arco di Ulisse, salire al Castello di Santa Caterina o navigare tra i faraglioni di Lipari alla ricerca delle inquadrature viste sul grande schermo.Ma è davvero questo il modo migliore per riscoprire quei luoghi?Il rischio è che anche il paesaggio diventi un prodotto da consumare velocemente: si arriva, si cerca il punto esatto in cui è stata girata una scena, si scatta una fotografia da pubblicare sui social e si riparte. Una corsa alla location che finirebbe per tradire proprio ciò che rende questi territori così speciali.La bellezza delle isole non risiede soltanto nelle immagini che possono offrire. Risiede nel ritmo che impongono a chi le attraversa. Per raggiungerle bisogna attendere un traghetto, accettare il vento, adattarsi agli orari del mare. Per salire verso un castello bisogna camminare, faticare e lasciare progressivamente il rumore del porto alle proprie spalle.Non tutto può essere immediato. Non tutto può essere raggiunto senza attesa. Non tutto può essere ridotto a una fotografia. Bisogna fermarsi. Ed è forse questa la vera occasione offerta dal film di Nolan: non soltanto mostrare al pubblico internazionale alcuni dei luoghi più belli d’Italia, ma ricordare anche a noi italiani il valore di paesaggi che rischiamo di considerare scontati proprio perché li abbiamo sempre avuti vicino.Zendaya incanta New York con ali d’angelo: il look da dea conquista la première di The OdysseyFoto: upi mediaL’Italia e la preziosa lentezza del mitoNolan è un regista ossessionato dalla concretezza del cinema. Costruisce ciò che può essere costruito, gira in luoghi reali e cerca di mettere gli attori nelle condizioni fisiche affrontate dai personaggi. Per raccontare il viaggio di Ulisse aveva quindi bisogno di paesaggi capaci di opporre una resistenza reale.Rocce scavate dal tempo, coste difficili da raggiungere, porti nei quali le barche continuano a determinare il ritmo delle giornate. Luoghi che non possono essere completamente addomesticati e che costringono ancora l’uomo ad adattarsi.In fondo è proprio ciò che accade a Ulisse. Il suo viaggio è un continuo confronto con tutto quello che non può controllare: il mare, il vento, gli dèi, il destino e il tempo. Può usare la propria intelligenza, trovare soluzioni e ingannare i nemici, ma non può evitare di essere trasformato dal viaggio.Anche chi visita questi luoghi dovrebbe forse accettare la stessa regola. Non cercare soltanto di attraversarli, ma permettere loro di lasciare un segno. Perché in alcune parti d’Italia il passato non è custodito soltanto nei musei. Rimane nel paesaggio, nelle forme della terra e nel modo in cui il mare separa e, nello stesso tempo, mette in comunicazione le comunità.Se il film si concede diverse libertà rispetto al racconto di Omero, le location italiane sembrano compiere il movimento contrario. Ci riportano verso il mito e verso una geografia nella quale il confine tra storia e leggenda non è mai completamente definito. The Odyssey potrebbe allora diventare qualcosa di più di un evento cinematografico. Potrebbe ricordarci che non è sempre necessario attraversare il mondo per incontrare la meraviglia. A volte basta tornare a guardare ciò che abbiamo vicino, rallentare e accettare di raggiungerlo come avrebbe fatto Ulisse: seguendo il mare.Foto: pexels| Da Rumors.it