di Dario Rivolta * – Uno degli obiettivi dichiarati dai governi europei nel continuare a sostenere l’Ucraina in questa guerra è l’«intangibilità dei confini». Secondo loro, i russi dovrebbero ritirarsi e lasciare che i confini ucraini rimangano quelli creati a suo tempo dai sovietici. Lasciamo da parte il fatto che la NATO, per prima, abbia violato i confini di uno Stato sovrano bombardando la Serbia per inventarsi il Kosovo. Ciò che, tuttavia, è bene sapere è che l’Ucraina, come Stato, non è mai esistita prima della creazione dell’Unione Sovietica. Vogliamo ripercorrere insieme la storia di quel territorio?Prima di cominciare, però, suggerirei a chi volesse capire cosa sia davvero l’Ucraina di iniziare leggendo un romanzo di Michail Bulgakov, scritto in russo e pubblicato nel 1925: *La guardia bianca* (ne esistono varie edizioni in italiano). Bulgakov era nato a Kiev e, dopo essersi laureato in quella città, si trasferì a Mosca. Il romanzo, inizialmente censurato perché considerato dai sovietici troppo indulgente verso l’esercito zarista, è ambientato soprattutto a Kiev tra la fine del 1918 e i primi mesi del 1919 e offre un’eccezionale immagine di ciò che l’Ucraina sia sempre stata. Giusto per dare un’idea, Bulgakov, anni dopo aver scritto quel libro, affermò di aver assistito ad almeno quattordici sovvertimenti politici a Kiev, dieci dei quali vissuti in prima persona.La storia narra le vicende dei tre fratelli della famiglia Turbin durante quel breve periodo. In quegli anni, in tutto il territorio si scontravano l’Armata Bianca filozarista, i bolscevichi, l’esercito tedesco, due gruppi nazionalisti nemici tra loro e un ulteriore gruppo anarchico che combatteva contro tutti. La popolazione, non solo a Kiev, era completamente divisa tra chi stava con i bianchi, chi con i rossi, chi con i tedeschi e chi si schierava con le formazioni armate locali. Una di queste ultime, nazionalista, era guidata dall’Etmano Pavlo Skoropadsky che, a un certo punto, riuscì a impadronirsi del potere su una parte del territorio. Appena fu in condizione di farlo, arrestò gli antagonisti che riuscì a catturare e, tra costoro, vi era un certo Petljura.Costui, Simon Basilievich Petljura, era un ex chierico ortodosso che, una volta liberato, organizzò un colpo di Stato contro l’Etmanato, mettendosi a capo di un’autocostituita Repubblica Popolare Ucraina. Non durò molto ma, durante il suo governo, la popolazione fu vittima di migliaia di uccisioni, violenze e rapine che colpirono in particolare ebrei, zaristi e studenti. In quel periodo avvennero anche numerosi pogrom, tanto che la stima degli ebrei assassinati si aggirerebbe tra i 35.000 e i 50.000. Petljura, dopo la definitiva vittoria dei bolscevichi, emigrò a Parigi, dove nel 1926 fu ucciso per strada da un anarchico ucraino.Purtroppo, la storia ci dice che, negli anni compresi tra il 1914 e il 1924, quel territorio che oggi chiamiamo Ucraina fu considerato, in assoluto, il luogo più instabile d’Europa. Tuttavia, né prima né dopo le cose andarono meglio.Partiamo dal XIII secolo.Prima di allora, gran parte della regione apparteneva alla Rus’ di Kiev, uno dei principali Stati medievali slavi orientali. La sua frammentazione fu favorita dall’invasione mongola del 1237-1240. Nel secolo successivo le terre ucraine furono divise tra il Granducato di Lituania, che occupava la zona centro-settentrionale, e il Regno di Polonia, che controllava la zona occidentale. Dopo che, nel 1569, Lituania e Polonia si unirono nella Confederazione Polacco-Lituana, l’amministrazione divenne unica, con capitale Vilnius. Il polacco e il latino risultavano le due lingue ufficiali, mentre tra le più diffuse figuravano il lituano, il ruteno e lo yiddish.Nel resto del territorio e, in particolare, nelle steppe verso il Mar Nero, chi comandava era vassallo dell’Impero russo o di quello ottomano. Verso la metà del Seicento emerse un Etmanato cosacco che godeva di una certa autonomia fino a quando concluse, nel 1654, un accordo di subordinazione allo Zarato di Russia.Nel corso del Settecento la situazione cambiò leggermente. A ovest, Galizia e Volinia occidentale rimasero sotto la Confederazione Polacco-Lituana; il centro e il nord-est erano costituiti dall’Etmanato cosacco sotto controllo russo; l’est era amministrato direttamente dall’Impero russo; il sud e la Crimea erano governati dal Khanato di Crimea, controllato dall’Impero ottomano; la Transcarpazia apparteneva al Regno d’Ungheria.In seguito, nel 1772 la Galizia fu annessa dalla Monarchia asburgica; nel 1783 la Russia annesse la Crimea; nel 1793 e nel 1795 la Russia conquistò gran parte dell’Ucraina occidentale appartenente alla Polonia, compresa Kiev, che era già russa dal XVII secolo, e vaste regioni della riva destra, oltre alla Crimea. Alla fine del XVIII secolo, quasi tutta l’Ucraina moderna era ormai russa, con l’eccezione dell’estremo ovest.Tra il 1800 e il 1914 l’Ucraina passò da una frammentazione tra Polonia-Lituania, Russia e Impero ottomano a una divisione quasi bipolare tra l’Impero russo e l’Austria-Ungheria. Questa separazione ebbe profonde conseguenze: nelle regioni russe prevalse una forte politica di russificazione, mentre nelle province asburgiche si svilupparono con maggiore libertà la lingua, la stampa e le organizzazioni politiche locali, contribuendo alla formazione di una sorta di identità nazionale. Nel censimento svolto nel 1897 durante l’Impero russo, su una popolazione stimata di circa 25 milioni di abitanti, 22 milioni dichiararono come lingua madre quella che all’epoca si chiamava «piccolo russo» e che oggi viene identificata come lingua ucraina.La Prima guerra mondiale, i cui ultimi anni sono descritti nel libro di Bulgakov, mutò molte cose. Durante il conflitto città e villaggi cambiarono più volte occupante e si verificarono devastazioni agricole, deportazioni, pogrom, repressioni politiche, migliaia di morti tra militari e civili.Il primo barlume di indipendenza si ebbe alla caduta dello zar, quando si diede vita a una Rada centrale che chiese l’autonomia all’interno della Russia. Tuttavia, gli abitanti della regione si trovavano a combattere in uno dei cinque o sei eserciti contrapposti che si contendevano città, villaggi e territori. L’esperimento di indipendenza durò però pochissimo. Nel 1918, dopo il trattato di Brest-Litovsk, la Germania e l’Austria-Ungheria occuparono gran parte dell’Ucraina con l’aiuto di un potere fantoccio locale guidato dall’Etmano Skoropadsky, che durò fino alla sconfitta degli Imperi centrali nel novembre dello stesso anno.Immediatamente dopo, il caos ricominciò, peggio di prima. Esistevano ancora le armate filozariste, i combattenti nazionalisti, i bolscevichi e i polacchi, oltre a numerosi eserciti locali e bande armate. Nel sud-est aveva preso piede un movimento anarchico guidato da Nestor Machno.Con la Pace di Riga del 1920, che poneva fine alla guerra polacco-sovietica, i bolscevichi ottennero il possesso di gran parte dell’Ucraina centrale e orientale, mentre la parte occidentale passò alla Polonia e restò controllata da Varsavia fino al 1922, anno in cui fu creata la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina.Fino alla sua morte, Lenin promosse una politica di valorizzazione della lingua e della cultura ucraina all’interno del sistema politico comunista, applicando anche la Nuova Politica Economica (NEP), che consentiva una, seppur limitata, iniziativa privata. Tutto cambiò quando Stalin consolidò il proprio potere, attorno al 1924: eliminazione di ogni proprietà privata, esistenza di un unico partito, naturalmente quello comunista sovietico, e morte per fame, incarcerazione o esilio forzato di alcuni milioni di ucraini.In sintesi, un’Ucraina come Stato esistette per poco più di tre anni, mentre era in corso una violenta guerra civile e si susseguivano governi che cambiarono più volte, senza riuscire mai a esercitare un controllo stabile sul territorio rivendicato dai nazionalisti.Durante il periodo sovietico e fino al 2014, i rapporti tra coloro che si consideravano russi e quelli che preferivano sentirsi pienamente ucraini sono sempre stati molto stretti: milioni di famiglie avevano, e hanno tuttora, parenti in entrambi i Paesi; erano frequenti i matrimoni misti e i legami culturali; il russo era ampiamente parlato nella maggior parte delle città, mentre nelle campagne era ancora molto più diffusa la lingua ucraina. Le città dove quest’ultima era quasi assente erano Odessa, Kharkov, Donetsk e Luhansk. La Crimea era ormai già russificata da secoli e, in quanto Repubblica di Crimea, apparteneva alla Federazione Russa all’interno dell’Unione Sovietica. Fu Chruščëv, nato al confine tra Russia e Ucraina, ad attribuire nel 1954 la Crimea all’Ucraina.Da tutto quanto sopra esposto diventa più comprensibile la reazione di tutti coloro che non condividono il presunto «nazionalismo ucraino» e, ove possibile senza correre il rischio della prigione o della morte, parteggiano più o meno apertamente per i russi.Se vogliamo essere ancora più intellettualmente onesti, è bene ricordare che la Costituzione scritta dai golpisti del 2014 ufficialmente non fa distinzioni di etnia, lingua o religione, ma alcune leggi successive, e molto applicate, la contraddicono. Tra le più importanti vi sono la legge sull’istruzione del 2017 e la legge sulla lingua di Stato del 2019. Queste norme prevedono che l’ucraino sia la lingua principale dell’amministrazione, della scuola pubblica, con alcune eccezioni per le lingue dell’Unione Europea, dei media e di molti servizi.I critici, tra cui organismi come la Commissione di Venezia e l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, hanno invece sostenuto che queste e altre disposizioni possono limitare i diritti linguistici delle minoranze, in particolare dei russofoni, ma anche di comunità come quella ungherese e quella rumena.Naturalmente tutto avviene nell’indifferenza dei governi dell’ue e con il silenzio della nostra stampa. Gli ipernazionalisti hanno perfino chiesto, e in alcuni casi ottenuto, l’eliminazione dalle biblioteche pubbliche di tutti i libri scritti in lingua russa. Secondo il Ministero della Cultura ucraino, l’obiettivo dichiarato è la «decolonizzazione» dello spazio culturale. A volte lo hanno fatto come facevano i nazisti, con il rogo in piazza dei libri «sgraditi». * Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.