Firenze, nuovo attacco alla proprietà. Peggio di Engels

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A Firenze la crisi abitativa ha riportato nel dibattito una parola che dovrebbe inquietare ogni società libera: requisizione. Avs-Ecolò propone di censire gli immobili sfitti, confrontarsi con i grandi proprietari per rimetterli sul mercato e, in caso di persistente “inerzia”, valutare sanzioni fiscali e requisizioni temporanee. Non è una misura approvata, ma il principio è riconoscibile: chi possiede una casa deve usarla nel modo ritenuto socialmente utile dal potere, altrimenti rischia di perderne la disponibilità.La questione delle abitazioni secondo EngelsPer comprendere la genealogia di questa idea conviene rileggere “La questione delle abitazioni”, il saggio nel quale Friedrich Engels raccolse tre articoli pubblicati nel 1872. La conclusione resta l’espropriazione; prima di arrivarvi, tuttavia, il pensatore tedesco smonta alcune delle premesse sulle quali ancora oggi si fonda l’ostilità verso i proprietari. La prima è l’idea che la locazione costituisca, per sua natura, una forma di sfruttamento.Era questa la tesi sostenuta da Proudhon e dal suo seguace Mülberger, secondo i quali il locatario starebbe di fronte al padrone di casa come l’operaio al capitalista. Il filosofo di Barmen risponde senza esitazioni: “È completamente falso”. Nel rapporto di lavoro, secondo la teoria marxiana, il capitalista acquista la forza lavoro e si appropria del plusvalore. Nella locazione, invece, il conduttore acquista per un tempo determinato l’uso dell’abitazione. Si tratta dunque di un comune negozio di mercato tra due cittadini, non di un rapporto salariale mascherato.Ancora più istruttiva è la sua analisi del canone di locazione. Esso deve coprire costruzione e manutenzione, riparazioni, debiti, affitti non pagati, periodi di sfitto e deperimento dell’edificio. A ciò si aggiunge il valore del terreno. Infine, afferma il teorico socialista, “a decidere in modo definitivo” è il rapporto tra domanda e offerta. Il canone non nasce dalla cattiveria del proprietario, né può essere calcolato dividendo il costo originario della casa per un numero arbitrario di anni. Dipende da scarsità, rischio, tempo e costi.Anche la diagnosi è concreta. Engels osserva a tal proposito che l’afflusso di popolazione nelle città accresce la domanda mentre il patrimonio edilizio non riesce ad adeguarsi; demolizioni e trasformazioni urbane riducono inoltre gli alloggi economici. Le case diventano rare e care. Non serve attribuire tutto all’avidità del proprietario per spiegare la sproporzione tra quanti cercano un’abitazione e quelle disponibili.L’esproprioLa critica rivolta da Engels al teorico socialista francese conserva una sorprendente attualità. Proudhon, invece di partire dai costi, dalla scarsità e dal rapporto tra domanda e offerta, stabilisce in astratto quale risultato ritenga giusto e pretende poi di imporlo mediante la legge. Il diritto non serve più a proteggere gli scambi, ma a correggerli fino a renderli conformi a un modello deciso dal potere.È lo stesso metodo con cui oggi si determina quale debba essere il canone “equo”, quante abitazioni sia lecito possedere o per quanto tempo un immobile possa rimanere vuoto. Prima si stabilisce quale uso della proprietà sia socialmente accettabile; poi si trasforma in abuso ogni scelta del proprietario che non vi si conformi.Quando però la propria analisi potrebbe condurlo verso la libertà degli scambi, Engels si arresta. Ammette, è vero, che la questione viene affrontata attraverso il riequilibrio tra domanda e offerta, ma nonostante ciò dichiara che questa non sarebbe una vera soluzione. Propone allora l’espropriazione delle abitazioni e la loro assegnazione a chi vive senza tetto o in condizioni di sovraffollamento.La contraddizione è evidente. Se la scarsità deriva dall’insufficienza dell’offerta, trasferire le case esistenti non ne crea una sola in più. Cambia soltanto chi decide chi debba occuparle. Il prezzo viene sostituito dalla graduatoria, il contratto dall’assegnazione, la scelta individuale dalla decisione amministrativa. La penuria non scompare: diventa una risorsa politica.Proprietà sospettaLo storico collaboratore di Marx diffida perfino della casa posseduta dal lavoratore. La considera un vincolo che lo lega al territorio e ne attenua la disponibilità rivoluzionaria. La proprietà è sospetta perché rende l’individuo meno dipendente dal movimento collettivo. Per un difensore della libertà di scelta e del mercato è preziosa proprio per questo: offre una base materiale all’autonomia personale e delimita uno spazio nel quale il governo non dovrebbe entrare.La teoria di Engels è stata successivamente trasformata in programma da Lenin. Quest’ultimo, nelle tesi del novembre 1917 ha stabilito che il suolo urbano dovesse diventare proprietà dello Stato e che le case sistematicamente locate fossero confiscate; canoni, manutenzione e gestione sarebbero passati ai Soviet e ai comitati. La penuria non veniva superata costruendo, ma amministrata consegnando le case al potere politico.L’approccio di MileiAll’estremo opposto, e ai giorni nostri, si colloca invece Javier Milei, il quale ha appena difeso, davanti alla Borsa di Commercio di Buenos Aires, nel 172° anniversario dell’istituzione, un progetto volto a rafforzare l’inviolabilità della proprietà privata. Il presidente argentino ha collegato quel diritto agli incentivi a risparmiare e investire: chi impiega risorse deve poter raccogliere i risultati delle proprie decisioni. Il punto è decisivo: nessuno costruisce, restaura o concede in locazione sapendo che l’autorità potrà sottrargli il bene quando ne giudicherà insufficiente l’uso.Il richiamo a Milei non serve a sovrapporre esperienze politiche incomparabili, bensì a mettere a fuoco il vero discrimine. Da una parte vi è la proprietà intesa come diritto che limita il potere; dall’altra la proprietà ridotta a disponibilità condizionata, legittima soltanto finché l’autorità approva l’uso che il titolare fa del bene.La proposta fiorentinaÈ su questo crinale che deve essere valutata anche la proposta fiorentina, anche considerando che, tra Firenze e il bolscevismo le distanze storiche, istituzionali e politiche sono enormi. Il confronto riguarda dunque la premessa, non l’intensità delle misure: stabilire se la casa appartenga al cittadino oppure resti nella sua disponibilità soltanto finché il potere ne approva l’impiego.Il censimento registra una porta chiusa, ma non vede una successione, un contenzioso, i lavori necessari, il bisogno futuro di un figlio, la paura della morosità o la decisione di non contrattare.La soluzione coerente, in linea con i principi dettati dalla teoria economia, è opposta. Per aumentare l’offerta occorre rendere conveniente costruire e locare: rilascio rapido in caso di inadempimento, libertà contrattuale, imposte più basse, regole urbanistiche semplici, possibilità di trasformare gli immobili e assistenza ai bisognosi finanziata dalla fiscalità generale. La solidarietà imposta a un proprietario scelto come supplente dello Stato non è solidarietà: è trasferimento coattivo.Il capoluogo toscano offre così l’occasione per rileggere Engels senza indulgenza. Egli comprese che la locazione è uno scambio, che il canone remunera costi e rischi e che domanda e offerta determinano il risultato. Poi rinnegò le proprie intuizioni, perché la rivoluzione aveva bisogno dell’espropriazione. La città ha bisogno di più case, investimenti e fiducia; non di un ufficio incaricato di decidere quali porte possano rimanere chiuse.L'articolo Firenze, nuovo attacco alla proprietà. Peggio di Engels proviene da Nicolaporro.it.