Due dubbi sul riarmo

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Qui al bar abbiamo da tempo il sospetto che le iniziative di riarmo europeo, ancorché necessarie per guadagnare un po’ di autonomia strategica, siano un grande diversivo. Ieri, ad esempio, i volenterosi a Parigi hanno siglato un accordo in grande stile per la difesa antimissile dell’Ucraina, nel giorno in cui, guarda caso, la Francia denunciava un mega attacco cyber dei russi. Un po’ di fumo va sparso sempre… E il 14 luglio da comandante in capo è uno dei tentativi di Emmanuel Macron di apparire meno decotto di quanto non sia in realtà.Noi ci limitiamo a sollevare un paio di dubbi, ammesso che sia ancora lecito dubitare nell’Ue che programma i suoi chatbot in modo tale che eludano le domande degli utenti sulla sfiducia a Ursula von der Leyen. Ecco il primo dubbio: che il riarmo sia il mezzo per coprire il disastro dell’automotive causato dal green. E che però non basti: lo ha detto anche il capo di Mitsubishi che un conto è fabbricare macchine e un conto è assemblare droni. I posti di lavoro che ci farà perdere il regalo verde ai cinesi saranno tutti riassorbiti dalla produzione bellica?Secondo dubbio: che certe armi non ci servano. Il caso italiano è emblematico: cosa vogliamo fare noi con il nostro arsenale? Se aspiriamo a consolidare il nostro ruolo nel Mediterraneo, forse ci servono navi e aerei più che carri armati. Giorgia Meloni ha ragione: spendi centinaia di milioni per costruire un tank e poi un drone da poche migliaia di euro te lo distrugge. Questa difesa comune la vorremo articolare? Vorremo dividerci i compiti? La geopolitica è politica ma è anche geografia: all’Ucraina ci pensi chi sta sul fianco Est; noi siamo a Sud e vorremmo evitare future spedizioni militari a Mosca. Anche se gli stivali dei soldati, almeno quelli, non sono più di cartone.Il Barista, 14 luglio 2026L'articolo Due dubbi sul riarmo proviene da Nicolaporro.it.